Libri – Ars Attack. Il bluff del Contemporaneo

Il nostro punteggio

9 Chiarezza

6 Esaustività

4 Obiettività

6 Originalità

7 Aggiornamento

VOTO

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E’ diverso tempo che medito sull’opportunità o meno di recensire Ars Attack – Il bluff del contemporaneo. Perché tanto tentennamento? Per non buttar giù un testo scritto di pancia, ma ben ragionato. Scritto con stile divulgativo, chiaro e scorrevole, questo pamphlet di Angelo Crespi, uscito nel 2013 per i tipi della Johan & Levi,  solleva coraggiosamente un tema tanto reale quanto controverso: quello di un mondo dell’arte contemporanea guidato dalla longa manus di lobby cultural-economiche che impongono a tutti noi un loro personalissimo (e in molti casi discutibile) gusto artistico. L’assunto di partenza è dunque corretto e condiviso dal sottoscritto che proprio su Collezione da Tiffany ne ha parlato più volte, ma il problema è che l’insofferenza acuta per questo stato di cose porta l’autore a commettere un errore a mio avviso grossolano, che rischia di diminuire la portata di una denuncia importante, specie se fatta in un’Italia dove le voci fuori dal coro si contano sulle dita delle mani. Ma qual è questo errore? Quello di mettere sullo stesso piano la distinzione arte/non arte e mi piace/non mi piace, facendo un po’ di tutta l’erba un fascio.

In questo modo Crespi cade nell’atteggiamento degli “avversari”: ossia nega lo status di arte a determinate forme di espressione caratteristiche di buona parte del Novecento per il solo motivo che a lui non piacciono. E supporta le sue teorie con prove che talvolta appaiono costruite appositamente, come il negare che nell’arte vi sia un’evoluzione quando, invece, vi è eccome, sia da un punto di vista tecnico che formale. Basta confrontare Giotto con Masaccio per rendersene conto. Come nel tempo cambia il concetto stesso di arte e il ruolo che essa ha nella società, perché cambia quello dell’artista, la cui attività per lungo tempo è stata relegata all’ambito delle arti meccaniche. E meno male che così è, perché altrimenti l’arte mai avrebbe potuto mantenere nei secoli quel ruolo di «svelare l’essere delle cose come neppure le cose sapevano d’essere» che Crespi, parafrasando Heidegger, gli riconosce. Per poter “svelare” l’arte deve inevitabilmente aggiornarsi, proprio come avviene in ogni ambito del sapere umano. Quello che va giudicato, semmai, è come avviene questo aggiornamento e quando gli “esperimenti” portano a qualcosa di buono o ci guidano completamente fuori strada.

E’ in questi passaggi incoerenti, a mio avviso, che l’architettura  di Ars Attack si incrina. Come quando si afferma che siccome oggi «ogni opera trova ragione sufficiente nel venire dopo quella che l’ha preceduta, ogni opera nuova è giustificata dalla precedente», e che quindi, poiché dalle Avanguardie nascono opere come gli “stronzi in travertino ” di Paul McCarthy allora anche molte di queste non vanno considerate arte. Che poi sarebbe come dire che siccome “bere fa bene e mangiare salame fa bere, allora mangiare salame fa bene”. Attenti alle facili conclusioni: ogni epoca va vista con i suoi occhiali e dalla giusta prospettiva, mi insegnava all’università il mio professore di Storia della Critica d’Arte, solo così, infatti, è possibile capire il senso più profondo di un’opera o l’importanza di un artista.  Duchamp e le avanguardie del Novecento vanno viste nel giusto contesto storico/sociale altrimenti si cade in un revisionismo che non ha senso. L’arte vive nel tempo: Duchamp & Co. nel tempo della storia, gli artisti (o presunti tali) di oggi in quello della cronaca. E non è una differenza da poco perché, di fatto, solo il tempo ci dirà chi, tra questi ultimi, è veramente degno di avere un posto nella storia dell’arte mondiale, nazionale o locale e chi potrà essere serenamente dimenticato. Fino ad allora dobbiamo seguire il nostro istinto, il nostro gusto, adeguatamente formato, senza lasciarci abbindolare da tanti Maître à penser più o meno prezzolati. Il fatto che degli artisti ci vengano proposti in una fiera o in una mostra non significa che siano già stati incoronati dalla storia dell’arte, sono solo dei pretendenti al trono. Ma di loro ne rimarranno veramente pochi, come pochi ne sono sempre rimasti in ogni epoca. Se il mi piace / non mi piace può essere un metro di giudizio corretto per chi scrive la cronaca dell’arte odierna, non lo può essere quando si parla di storia dell’arte. Gli strumenti da mettere in campo, in questo caso, sono altri e in questo la lezione di Enrico Crispolti ci ha insegnato molto.

Faccio un ultimo esempio, forse un po’ sciocco, ma che può chiarire la questione: l’uso che Jimi Hendrix ha fatto della chitarra elettrica può non piacere e sicuramente ha portato anche alla nascita di band dalla qualità discutibile, ma non si può negare per questo il posto fondamentale che ricopre nella storia della musica moderna. Dopo di lui la chitarra non è stata più la stessa e senza di lui non ci sarebbe neanche la musica che ascoltiamo nelle canzoni di Laura Pausini o di Mina. Detto questo, il libello di Crespi va letto e ci si deve anche meditare bene, perché al di là di tutto solleva una questione fondamentale che in pochi affrontano, oltre al fatto che fa percepire l’urgenza di un ritorno, anche sulle pagine dei nostri quotidiani, del dibattito critico attorno all’arte e della critica militante, perché tutte queste considerazioni non devono rimanere solo nelle pagine di libri che, alla fine, leggono solo in pochi addetti ai lavori.

La Scheda

Ars Attack
Titolo: Ars Attack


Sottotitolo:
 Il bluff del contemporaneo

Autore: Angelo Crespi

Editore: Johan & Levi

Collana: non solo Saggi

Data: 2013

Prezzo di copertina: 10,00 €

© 2015 – 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

3 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    Aggiornamento metterei 4 visto che pare non citi il mio articolo che mette in discussione lo schifo di certo contemporaneo http://armellin.blogspot.it/2014/12/i-grandi-musei-nel-xxi-secolo-e-opera.html#links

  • Franco Zamarco ha detto:

    Non ho letto tutto il libro , ma dall'estratto che l'autore ne ha fatto http://www.dcult.it/cosa-e-lo-sgunz/ non sembra affatto che abbia banalizzato tutta la sua analisi sul " mi piace -non mi piace", anzi , ha individuato sui principi e dichiarazione della " non arte" il motivo per cui oggi tutto viene liquidato con queste banalità. Dalle critiche che ho letto sembra che l'autore non tiri delle conclusioni e non definisca una proposta sul che cosa fare per ovviare a tale distruzione ….. Probabilmente non lo farà mai ….dovrebbe combattere per dare una credibile definizione di "arte" basata sulla pisicologia, la pisicanalisi , la neuroscienza, la sociologia, la storia, la filosofia, …. Al mondo esistono queste persone …e non sono certo nel gruppo dei "Critici" attuali .

  • Nicola Maggi ha detto:

    Nella recensione non divo che ha banalizzato tutto sull'analisi del "mi piace/non mi piace", ma che adottando tale criterio in alcune sue analisi rischia di mettere a repentaglio un discorso molto più complesso che l'autore cerca di fare ma, forse per motivi legati anche alla brevità e alla volontà di tenere un tono divulgativo, non arriva realmente al punto del problema. Anzi, in molti casi, a forza di generalizzare rischia proprio di banalizzare la questione. Come ho scritto, comunque, il testo è da leggere perché solleva un problema reale. Quello che non condivido è il modo un po' troppo populista con cui viene affrontato. Ovviamente si tratta solo della mia modesta opinione, poi ognuno è libero di pensarla come vuole.

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