Arte & Cinema: lo strano caso di “Ore Contate”

Ore Contate - una scena del film
Ore Contate - una scena del film
Save pagePDF pageEmail pagePrint page

Esistono molti film biografici sugli artisti figurativi: dai classici hollywoodiani Moulin Rouge di John Huston (1952) e Brama di vivere di Vincente Minnelli (1956) — basati sulle vite di Toulouse-Lautrec e Vincent Van Gogh, interpretati rispettivamente da José Ferrer e Kirk Douglas — ai più recenti Pollock di e con Ed Harris (2000) o ai vari film su Picasso. Esistono poi film che, ispirandosi alle biografie, si scatenano in chiave fantastica e/o immaginifica su vite e personalità di artisti: da Messia selvaggio di Ken Russell (1972) al Caravaggio di Derek Jarman (1986) a Basquiat di Julian Schnabel (1996). E naturalmente esistono anche innumerevoli documentari sull’arte: per quanto riguarda quella contemporanea trovo particolarmente notevoli Mario Schifano tutto di Luca Ronchi (2001) e Marina Abramović: The Artist is Present di Matthew Akers e Jeff Dupre (2012).

Ci sono, naturalmente, i veri e propri film d’artista, dove al cinema narrativo e di finzione si sostituisce l’immagine in movimento come visione ed espressione creativa: a partire da quelli delle avanguardie storiche (Le retour à la raison di Man Ray, 1923; Ballet Mécanique di Fernand Léger, 1924; Anémic Cinéma di Duchamp, 1926; Un chien andalou e L’Age d’or di Dalí/Buñuel…) ai primi esperimenti con la cinepresa di Andy Warhol degli anni Sessanta; dal cinema d’artista italiano (Angeli, Schifano, Baruchello…) fino ad arrivare alla recente vacua, pletorica ed estenuante saga di Matthew Barney Cremaster (1995-2002).

Ed esistono infine film in cui, semplicemente, i protagonisti — personaggi d’invenzione — sono artisti. Ma Ore contate, film poco noto di Dennis Hopper (tit. orig. Catchfire, ma conosciuto anche come Backtrack, 1990) è un caso molto particolare, quasi unico nel panorama del cinema legato all’arte contemporanea. Narra infatti di un’artista concettuale, interpretata da Jodie Foster, che, trovatasi testimone di un assassinio, è costretta a fuggire per mezza America inseguita da un killer che è stato assoldato per eliminare il testimone scomodo. La peculiarità di questa trama non particolarmente originale è però che le opere e la poetica della protagonista sono realmente quelle di un’artista vivente: Jenny Holzer. E per scovare la sua vittima, il killer ad un certo punto è costretto a entrare nella sua arte, rimanendone suo malgrado conquistato.

 

Dennis Hopper, Jenny Holzer e… Bob Dylan!

 

Ore contate ebbe una storia piuttosto travagliata. Hopper aveva previsto un film di quasi tre ore, ma la casa di produzione lo fece uscire (col titolo Catchfire) in una versione di 98 minuti che il regista rinnegò (firmandola con lo pseudonimo Alan Smithee) e che fu massacrata dalla critica. Successivamente il film fu rieditato in una versione più lunga di 18 minuti col titolo Backtrack e il nome reale del regista (Hopper aveva anche intentato una causa alla casa di produzione, che però nel frattempo era fallita).

La locandina originale di Backtrack (Ore Contate)

La locandina originale di Backtrack (Ore Contate)

Thriller, road movie, commedia romantica con qualche tocco di grottesco: visto oggi Ore contate risulta un film gradevole anche nel suo essere un po’ sgangherato, un film non straordinario ma ben girato, dal buon ritmo e molto curato nelle immagini (la fotografia è di Ed Lachman). L’appassionato di arte contemporanea statunitense, però, potrà trovarvi più di un aspetto di interesse peculiare. Prima di tutto, i LED di Jenny Holzer (n. 1950): in quegli anni l’artista americana era probabilmente nel suo periodo creativo più interessante, e nel film compaiono alcuni dei suoi truism più intriganti, come “Abuse of power comes as no surprise; action causes more trouble than thought” [“L’abuso di potere non è una sorpresa; l’azione causa più problemi del pensiero”]; “My tongue runs to murder when it is not controlled” [“La mia lingua arriva all’omicidio quando non è sotto controllo”]; “Killing is unavoidable but is nothing to be proud of” [“Uccidere è inevitabile, ma non è qualcosa di cui essere fieri”]; “Protect me from what I want” [“Proteggetemi da ciò che desidero”].

 Jenny Holzer - HONEY, I ERASED THE JENNY HOLZER BECAUSE I WAS BORED WITH IT - LED display


Jenny Holzer – HONEY, I ERASED THE JENNY HOLZER BECAUSE I WAS BORED WITH IT – LED display

Molte altre opere d’arte scorrono sullo schermo nello svolgersi della trama: il rifugio che la protagonista trova in New Mexico (a Ranchos de Taos, vicino alla famosa Chiesa di San Francisco de Asis dipinta più volte da Georgia O’Keeffe e fotografata da Ansel Adams e Paul Strand) è un vecchio teatro dismesso dove “un collezionista di El Paso” custodisce i suoi acquisti: tra le opere che si intravedono vi è una installazione con i neon di Laddie John Dill (nominato poi nella scena seguente ma in tutt’altro contesto, come vedremo), un artista (n. 1943) estremamente interessante, ma poco noto al di fuori degli Stati Uniti, anche se tra le sue rare esposizioni in Europa si contano la presenza in un evento collaterale della Biennale di Venezia 2011, la partecipazione a Neon – La materia luminosa dell’Arte al MACRO di Roma nel 2012 e una mostra personale a Napoli nel 2015 a Villa Di Donato/Art 1307.

Laddie John Dill - Contained Radiance, 2012

Laddie John Dill – Contained Radiance, 2012

Del resto Dennis Hopper, regista e protagonista maschile del film, è stato un importante collezionista d’arte contemporanea statunitense, e questo aspetto trapela chiaramente, non senza qualche ironia nei confronti del mondo e del mercato dell’arte. Racconta il fotografo Robert Sebree, che realizzò un servizio su di lui per German Vogue nei primi anni Duemila, che la collezione di Hopper era così vasta che l’attore — nel suo complesso di Venice, California, progettato da Frank Gehry, dove aveva casa, ufficio e studi — aveva sostituito alcune pareti con dei pannelli scorrevoli (fino a quattro sovrapposti) per poter esporre le opere e cambiarne la visibilità a seconda dell’umore del momento. Hopper, pittore e fotografo lui stesso, aveva cominciato a collezionare arte negli anni Sessanta: i suoi interessi, abbastanza eclettici, spaziavano dalla Pop Art alle più recenti tendenze dell’arte statunitense. 30 opere della sua collezione furono messe all’asta da Christie’s a New York nel novembre del 2010, pochi mesi dopo la morte dell’attore, e un Untitled di Basquiat fu aggiudicato a 5,8 milioni di dollari; nel gennaio successivo Christie’s organizzò un’altra asta con 300 tra opere d’arte e memorabilia appartenute all’attore, incluso un Mao di Warhol che spuntò 302.500 dollari, più di dieci volte la stima massima. Nel 1999 Hopper aveva mostrato la propria collezione in un breve documentario di Kimberly M. Wang reperibile anche su YouTube. Da notare che nel su citato Basquiat di Julian Schnabel, Hopper interpreta la parte di Bruno Bischofberger, il celebre gallerista di Warhol, Basquiat e dello stesso Schnabel.

 Andy Warhol - Dennis Hopper, 1971

Andy Warhol – Dennis Hopper, 1971

Ma c’è un’ulteriore chicca in Ore contate: non accreditato, nel film appare in un cameo Bob Dylan nei panni di uno scultore, amico della protagonista, nel cui studio Hopper si reca sempre sulle tracce della sua vittima. L’artista compare intento nel realizzare delle sculture in legno con una sega elettrica, e solo quando alza la visiera del suo elmetto da carpentiere si svela il volto inconfondibile del cantautore americano. Il personaggio dice di non avere notizia dell’amica e invita il killer, che si spaccia per un acquirente di opere della protagonista, ad acquistare piuttosto lavori in cemento “del suo amico Laddie Dill”; il killer risponde: Ci lavoravo anch’io una volta col cemento: facevo le scarpe! ed esce dal suo studio mormorando: Artista del c…o!

 Bob Dylan in Ore Contate

Bob Dylan in Ore Contate

Le opere su cui sta lavorando il personaggio interpretato da Dylan sono in realtà di Charles Arnoldi (n. 1946; una sua scultura la troviamo immediatamente dopo nel rifugio di Taos della protagonista); non tutti sanno però che il recente Premio Nobel per la Letteratura, nella sua poliedrica attività, ha toccato anche l’ambito delle arti figurative (anche se perfino un fan sfegatato come me deve ammettere che non si tratti della parte più interessante della sua multiforme produzione artistica). Dylan iniziò a dipingere nel 1967, durante il suo ritiro a Woodstock dopo un grave incidente di moto; la prima rivelazione di questo suo hobby è la copertina del doppio LP Self Portrait del 1970: un autoritratto, appunto, in uno stile un po’ incerto che ricorda Chaim Soutine. Qualche altro disegno trapelerà poi nelle cover esterne o interne di altri suoi album (bello il disegno sulla copertina di Planet waves del 1974) e nel 1973 la casa editrice Alfred A. Knopf di New York pubblicherà un volume di suoi Writings and drawings; ma la “consacrazione ufficiale” di Dylan pittore avverrà solo nel 2007 con una mostra al Kunstsammlungen Museum di Chemnitz in Germania, subito seguita dalla collaborazione con la Halcyon Gallery di Londra dove nel 2013 ha anche esposto delle sculture in ferro. Nel 2013 c’è stata anche una sua personale a Palazzo Reale a Milano curata da Francesco Bonami. Mentre scrivo, è in corso (fino al 2 gennaio 2017) una mostra di disegni e dipinti recenti intitolata The Beaten Path sempre alla Halcyon Gallery.

La copertina di Planet Waves (1974) di Bob Dylan

La copertina di Planet Waves (1974) di Bob Dylan

Dicevamo all’inizio che Ore contate costituisce un caso quasi unico nel panorama del cinema legato all’arte contemporanea. In effetti vi è un solo altro esempio che mi venga in mente riguardo a un intreccio così particolare tra personaggio di finzione e artista realmente esistente: è l’episodio di New York Stories firmato da Martin Scorsese, Lezioni di vero (1989: praticamente contemporaneo di Ore contate!) in cui Nick Nolte interpreta un pittore le cui tele — peraltro notevoli — sono in realtà di Chuck Connelly (n. 1955), un artista che ebbe il suo momento di gloria nella New York degli anni Ottanta (era rappresentato da Annina Nosei) ma che per il suo carattere difficile legato anche all’alcolismo ebbe un rapido declino.

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.