L’arte contemporanea tra Aura, brand e valore

L'artista inglese Tracy Emin posa davanti a 'My Bed' (1998). L'opera è stata battuta da Christie's London nel 2014 per la cifra di 2.5 milioni di sterline.
L'artista inglese Tracy Emin posa davanti a 'My Bed' (1998). L'opera è stata battuta da Christie's London nel 2014 per la cifra di 2.5 milioni di sterline.
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«L’arte di oggi non è più un’arte spirituale per le chiese, ma è un’arte per il governo sacralizzata dai media e dalle pubblicità». Così, in Why Natter Matters (2014), il filosofo Maurizio Ferarris si riferisce ad una crisi spirituale ed estetica: l’iper-spiritualizzazione dell’arte, divenuta concettuale, ha provocato la crisi dell’estetica. Ferraris si interroga sull’aura dell’opera d’arte contemporanea, sulla fine del bello e sul pensiero degli archeologi del futuro sull’arte di oggi. Per il filosofo l’arte ha smesso da decenni di fare i conti con la bellezza ed è inutile rimpiangerla; divergente è il pensiero sulla bruttezza con cui l’arte continua a fare i conti, e parecchio. My Bed di Tracey Enim, l’opera che è stata battuta all’asta di Christie’s per circa due milioni e mezzo di sterline, riflette bene il pensiero del Professore torinese. Come un objet trouvé di Duchampiana memoria, l’artista decide di riproporre il suo letto o meglio quello che rimaneva di una notte alcolica della Londra di fine anni Novanta: un letto sfatto ricoperto di sigarette, di preservativi e di sangue. L’opera è diventata famosissima e se ha raggiunto queste quotazioni vorrà pur dire qualcosa. Fu Walter Benjamin a predire la distruzione dell’aura e dell’unicità dell’opera d’arte a causa della massificazione dell’offerta artistica e dell’era della riproduzione meccanica delle immagini nel cinema e nella fotografia, ma quello che è successo sembra il contrario: «Oggi viviamo in una perpetua adorazione dell’arte e degli artisti che consacrano gli oggetti in arte attraverso gli scritti sempre più ermetici dei critici».

Marcel Duchamp, Fountaine, 1917. Fontana. L'opera originale fotografata da Alfred Stieglitz

Marcel Duchamp, Fountaine, 1917. Fontana. L’opera originale fotografata da Alfred Stieglitz

A partire dalle avanguardie storiche la ieraticità dell’arte classica ha fatto posto ad un’arte dissacrante e indifferente nei confronti dell’estetica del bello. Una ruota di bicicletta, uno scolabottiglie, un orinatoio diventano il simbolo di perdita e di rinascita (concettuale) dell’aura. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento l’arte si è desacralizzata ed è diventata fruibile da un pubblico sempre più vasto. L’espansione del mercato e della produzione artistica ha causato, infatti, un bisogno d’arte sempre più forte. La nascita di fondazioni museali, tuttavia, ha comportato una nuova ricollocazione dell’aura, più che la sua perdita: da una fruizione privata e personale dell’opera si è passati a quella pubblica, monumentale e commerciale. «l’arte non è morta – afferma Ferraris -, ma avrebbe sostituito quella che un tempo era la religione: i musei sono diventati templi, i visitatori penitenti, i collezionisti sono mercanti d’aura». Secondo Alessandro dal Lago e Serena Giordano dato che la fotografia, in quanto “tecnica esattissima”, non ha eliminato totalmente l’aura (ma semmai ne ha inventata una nuova), così anche l’arte contemporanea e sperimentale, capace di creare dimensioni estetiche originali, non avrebbe perso alcun aura. Duchamp con i suoi readymade separava gli oggetti dal loro valore d’uso conferendoli valore artistico: «basta che un oggetto sia un’opera d’arte per essere dotato di un’aura artistica». Il quesito su cui oggi bisogna interrogarsi forse è un altro. Bisognerebbe rivolgersi al mercato e alla «mercificazione dell’aura o all’aurizzazione della merce».

 

Alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia aura, non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi vogliamo la tua aura. Non sono mai riuscito a capire che cosa volessero. Ma sarebbero stati disposti a pagare un mucchio di soldi per averla. Ho pensato allora che se qualcuno era disposto a pagarla tanto, avrei dovuto immaginarmi cosa fosse.

(Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol)

 

Cosa sicuramente rimane di un’opera d’arte è il prezzo. Secondo Karl Marx una cosa diventa merce quando si afferma il suo valore di scambio, quando essa viene scambiata con il suo equivalente universale: il denaro. E ciò avviene sicuramente con l’arte. L’opera permette più di qualsiasi altra merce molteplici tipi di fruizione da quella estetica a quella economica. Una volta tolto il valore d’uso all’arte, questa può essere acquistata per un determinato valore. Come ogni altra merce il valore dell’arte non dipende tanto dalle qualità intrinseche, ma dal fatto di essere venduta con promozione e confezione adeguate: la certificazione della qualità artistica avviene attraverso i verdetti dei critici, i mass media, riviste specializzate indispensabili per dare visibilità alle grandi mostre e ai premi internazionali. (Leggi-> Tele e Banconote)

Con il venir meno della “qualità”, la produzione artistica ha cominciato a dipendere da strategie di mercato sempre più raffinate. Le quotazioni di molti artisti sono salite in modo proporzionale al mito o alle provocazioni che gli stessi hanno saputo creare di sé. Maurizio Cattelan è il provocatore per eccellenza: le sue opere coniugano ironia e critica al mondo odierno. Egli fa parte di quel gruppo di artisti che riescono a far cadere le strutture stesse all’interno delle quali si evolvono, facendo a pezzi le certezze del mondo dell’arte e del relativo mercato.

Maurizio Cattelan, La Nona Ora, 1999

Maurizio Cattelan, La Nona Ora, 1999

La figura dell’artista si proclama a personaggio pubblico alimentando la spettacolarizzazione dell’arte e trasformandosi in una marca che garantisce il valore delle opere: i dispositivi economici e istituzionali che sostengono l’arte contemporanea non hanno compromesso la sua credibilità commerciale, mondana e culturale. Il denaro influenza tutto e tutti, i prezzi definiscono il valore e determinano la soddisfazione dell’acquirente tanto che a volte sembra che sia il mercato a creare il gusto.

Secondo Pierre Bourdieu il valore dell’arte non è definito dai caratteri intrinseci dell’opera, ma dalla società stessa. La ricerca di uno status symbol può essere un fattore decisivo per l’acquisto. L’arte contemporanea è in continuo divenire e i grandi galleristi e le case d’aste giocano un ruolo cruciale nella popolarità e nell’affermazione degli artisti; funzionano come veri e propri marchi, i loro nomi trasmettono sicurezza e distinzione. Parlare di brand in arte contemporanea non piace affatto. Non piace alle case d’aste, ai galleristi, agli artisti, ai critici. La verità è che spesso il branding può sostituire il giudizio critico. Spesso il valore di un’opera è più legato al brand dell’artista, del gallerista, delle case d’aste e all’ego del collezionista, piuttosto che al contenuto artistico e alle capacità impiegate per realizzarla.

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

17 Commenti

  • armellin ha detto:

    Cara Valeria, il dimenticatoio é il vero orinatoio del nostro tempo, il mio coetaneo che citi con la Nona ora (oggi siamo a Papa Francesco) é un esempio di come un brand valga al di là dei suoi contenuti, valga soprattutto perché il sistema (corrotto) dell’arte ci deve guadagnare sopra.
    Mi scuso per l’autocitazione ma il mio articoletto qui sotto completa il tuo (a Maggi piacendo) e porta i lettori verso un brand di contenuto che coincide con un valore autentico e non falso :

    LA GUERRA DELLA MEMORIA O LA MEMORIA DELLA GUERRA :
    CAPORETTO di Stefano Armellin

    L’Italia si trova a celebrare il Centenario della Grande Guerra e come artista Veneto di Conegliano, nato lì 55 anni fa ho pensato di dare un contributo inedito ed epocale, nel senso che produrre CAPORETTO (immagini sul mio Blog) é stata una vera battaglia.

    Avevo terminato il Poema visivo del XXI secolo a fine 2013, il 2014 l’ho dedicato ad un aggiornamento dello stesso Poema e a fine 2015 avevo capito che non potevo continuare ad aggiornare un’opera che mi aveva già impegnato vent’anni 1993/2013.

    Così smisi di acquistare materiale convinto che se dovevo produrre qualcosa i fogli mi sarebbero apparsi, era già successo, infatti camminando sul marciapiede trovai una scatola di libri delle medie e un album F4 usato da uno studente e cestinato ; ecco il mio clochard, dissi, al quale dare vita.

    Presi l’album trovando i fogli perfetti e pensai a Giovanni Papini che sosteneva che proprio alla fine di una Grande Opera si doveva iniziare davvero qualcosa di nuovo, mettendo finalmente in pratica quel che si era imparato prima.

    Prima mi ero dedicato a variazioni sulla Croce e sul volto umano, ora volevo fare focus su un singolo catastrofico evento, la peggiore disfatta militare italiana, appunto CAPORETTO e, in una striscia di 360 cm complessivi raccontare l’indicibile per sintetizzare l’incomprensibile rotta di Caporetto.

    E’ noto che in due settimane di autunno del 1917 furono 350 mila i morti, dispersi e feriti italiani ; perciò ho fatto 350 croci diverse per richiamare alla memoria mille caduti per ogni Croce.

    L’avventura di questo Capolavoro che scardina completamente tutte le configurazioni artistiche contemporanee esistenti oggi, é iniziata il 14 maggio 2016 quando l’ho fotografato per la prima volta a Conegliano nella casa dove é morto mio padre, ed é quindi on line per il pubblico del mondo.

    Servono ora ingrandimenti fotografici, luoghi e strutture idonee per generare un evento della memoria capace di ri-evocare il passato con i contenuti del presente, perciò sto continuando CAPORETTO con la battaglia di STALINGRAD entrambe infatti fanno parte di uno stesso processo : folle.

    Una follia che non possiamo rinunciare a comprendere e capire, se vogliamo guarire definitivamente da essa per avere oggi e in futuro, prospettive sane e autenticamente umane.

  • La totale mancanza di voglia a capire gli artisti determina un’interesse unico verso il mercato, il denaro, la finanza speculativa applicata al mondo dell’arte, che ormai potrebbe benissimo essere un corso universitario.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Vero e di fatto lo sta già diventando in molte Università… conoscere il funzionamento del mercato è ovviamente importante per chi lavora e si muove in questo campo, ma lo sarebbe maggiormente conoscere l’arte e gli artisti… sfortunatamente, in primis in Italia, materie come la Storia dell’Arte sono il fanalino di coda nella formazione dei cittadini e anche le riviste e i quotidiani non aiutano. E parlo di cittadini non a caso: in un Paese come il nostro sarebbe un dovere civico conoscere quanto meno la storia dell’arte del passato così da riconoscerne il valore (culturale e sociale), preservarla e valorizzarla in modo adeguato. E invece i termini del dibattito si sono ormai invertiti e davanti ad un’opera ci si chiede quanto vale e non quale sia la sua importanza per la storia, anche solo locale.

      • armellin ha detto:

        Forse dipende dal contesto, qui agli Scavi di Pompeii c’è un ottimo inserimento di mostre si archeologiche a partire dall’egitto, ma anche Mitoraj e l’Antiquarium che presenta aspetti multimediali e di confronto con l’arte sacra, qui c’é pure un Santuario mariano. E il pubblico numeroso non si chiede il prezzo delle opere ma vive l’esperienza estetica.
        Piuttosto noto come uno stimolo enorme come gli Scavi di Pompeii non riesca a creare quel valore aggiunto nella comunità di studenti dei comuni limitrofi.
        Va certamente incrementato lo studio della storia dell’arte e l’inserimento professionale, ma a ben vedere si parla tanto di operatori culturali ma se li vai a contare in Europa sono pochini.
        Infine il nostro target é comunque il lusso, oro,gioielli, moda e opere d’arte, l’artista anche il più povero produce un valore e con chi tratta valori deve però confrontarsi ; il denaro rende schiavi ma pure libera, dipende come si usa, cosa si vende e come si vende. SA

        • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

          Vero e questo vale per l’arte come per ogni altro settore della nostra vita. Il problema, almeno da quello che vedo guardandomi attorno, è che siamo sempre troppo attenti alle sole apparenze e quindi anche agli aspetti più deleteri del “denaro” da cui ci facciamo sedurre per esibire uno status apparente che non ci appartiene. Per non parlare del fatto che, al di là degli operatori, oggi la proposta culturale per i giovani è sempre più mediata da device elettronici che fanno guardare al mondo sempre attraverso uno schermo. E questo avviene nelle mostre come nei musei. La tecnologia, come il denaro, rende liberi e schiavi. A noi il compito di scegliere ricordandoci, come scriveva Pirandello, che “una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.”

          • armellin ha detto:

            “Questa é una generazione di artisti senza memoria che ha smarrito il senso morale del copyright, dell’invenzione individuale. Si veda Cattelan che mette insieme alcune suggestioni di De Dominicis, Pascali, Serra e li mescola come un coktail ben riuscito.

            L’arte dopo l’11 settembre non può più essere la stessa…Osama Bin Laden é il vero interprete di Andy Warhol.

            Altro che schiaffo al pubblico come teorizzava Boccioni futurista. Che volete che sia allora lo scandalo di un ricciolo metaforico che non ha nulla di lubrico, pornografico, ma é solo una gigantografia del cattivo gusto.

            C’é un equivoco che probabilmente risale alla grande rivoluzione culturale del ’68 : La creatività di massa presuppone una massa di artisti. Invece l’arte non può che essere una disciplina consapevole, se vuole sfuggire alla trappola della cultura spettacolo”. Oliva

  • ranieri ha detto:

    Sono convinto che al di sopra dei mercati, quotazioni, mercanti, gallerie, galleristi e critici, ci siano gli artisti, sono loro che consacrano alla storia i “grandi dell’arte”, esclusivamente rievocandoli all’interno delle loro opere, attraverso il loro percorso artistico. E’ profondamente sbagliato pensare che si diventi “grandi” perché si espone molto, si hanno critiche importanti o si hanno quotazioni ragguardevoli, al massimo si diventa famosi ma per quanto? Quanti i nomi conosciuti in vita, per poi essere completamente dimenticati poco dopo la morte (mai subito dopo.. perché il “mercato” premia ancora). Se uno a qualcosa da dire… di veramente valido e innovativo prima o poi verrà alla luce e la storia dell’arte ne è la dimostrazione. Verrà riconosciuto semplicemente perché è nella natura delle cose, ci vuole pazienza e rispetto dei tempi e che spesso non coincidono neppure con quelli della nostra esistenza…
    Ranieri Fornario

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Verissimo, alla fine il tempo aggiusta tutto. A tal proposito è interessantissimo il libro, ormai un po’ vecchiotto, di Francesco Poli sul Sistema dell’Arte Contemporanea che mette in evidenza come ogni epoca abbia avuto le sue star del mercato, tanti nomi che poi non sono spesso sopravvissuti alla prova del tempo e della storia. Ovviamente tra questi “caduti” capita che ci sia anche qualche talento reale che ha però la speranza di essere riscoperto grazie all’amore di studiosi attenti e non modaioli e, come di dice lei, di artisti che riconoscono ad essi un ruolo importante riportando alla luce la loro opera. Grazie per il suo intervento.

  • ranieri ha detto:

    Gent.le Sig. Nicola Maggi, ne approfitto per ringraziarla dell’interessante blog che avete creato, servizi attenti, lucidi, competenti e a 360 gradi…. è un piacere leggervi.
    Riguardo a quel che dicevo nel precedente post… Cattelan ne è esempio quando riprende e rievoca i tagli di Lucio Fontana nel 1986 “piegandoli” a disegno della zeta di Zorro (banale ma geniale) come altrettanto fà una mia opera: la Z di Zorro ma questa volta tagliata e ricucita, dove rievoco anche Cattelan, mentre compio l’atto di riappropriarmi della superficie pittorica da cui Fontana ci ha privato tanto tempo fà… anche questo banale ma geniale nel momento che sempre più artisti, torneranno ad “imbrattare” tele….
    Ranieri Fornario

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Chiarissimo. Grazie per l’apprezzamento.

    • armellin ha detto:

      Sulla Z non mi sono mai speso più di tanto avendola nel cognome da parte di madre ZAGO nella firma completa di garanzia la mia Z é presente, é noto che Picasso é il cognome genovese della madre e sia Fontana che Cattelan davanti a Picasso sono uno ZERO, c’é comunque sempre la Z che porta bene, con buona pace di Zorro…

  • antonino gambino ha detto:

    Entro nella discussione in punta di piedi, prima mi preme sottolineare come tutti gli articoli che ci propone Maggi sono sempre interessanti ed attuali, come sottolinea l’amico Ramieri. Nel merito della discussione dico semplicemente che decretare quale sia la vero ARTE l’unico giudice sarà il tempo. Non di certo entreranno fra gli annoverati i nomi sopracitati, forse saranno ricordati solo per “il brand monetizzato” ma non per il contenuto artistico. Io sono un umile imbrattatore di tele che ha sessantanni ha ancora il piacere di prendere il suo cavalletto, tela e colori ed andare in strada a sporcare di colore quella tela bianca. Grazie sempre e buona giornata a tutti

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Antonio, come sempre i suoi interventi sono molto garbati. Credo anch’io che molti degli artisti di oggi (che in molti casi sono solo dei pretendenti al trono) non entreranno a far parte della Grande Storia dell’Arte. Alcuni di loro, dopo magari anche un affermazione internazionale, avranno un posto in quella nazionale o locale, altri saranno anche dimenticati. E stato così in ogni epoca e continuerà ad esserlo e forse oggi più che mai con la critica militante sempre più in disarmo o, peggio, prezzolata.

  • RANIERI FORNARIO ha detto:

    Dell’amico Antonino ricordando che il mio nome è Ranieri… ne apprezzo il garbo ma non posso essere d’accordo sul contenuto, in quanto nonostante sia da 25 anni che propongo attraverso il mio lavoro e “sentire” un riappropriamento della superfice pittorico/artistica che non equivale ad un ritorno bensì al suo superamento, non vuole dire che rinneghi ciò che ormai è consacrato all’arte per sempre.
    Non facciamo l’errore di sempre e dei più.. di non accorgerci in tempo utile di chi ha volente o nolente modificato per sempre ed aggiunto un pezzetto di quella che è, e sarà la storia dell’arte!
    Non sta a me ricordare che anche gli impressionisti (ormai jurassici ad oggi…) non vennero apprezzati ne considerati artisti o pittori capaci! L’apporto di Fontana e Cattelan per tornare al punto e rispondere sopra… è fuori dubbio alcuno ed immenso, apprezzabile o meno questo si è legittimo farlo ma non oltre, in quanto col loro operato hanno modificato per sempre la storia, il primo portandoci addirittura nella terza dimensione, lo spazio e senza di lui oggi non esisterebbero né i Cattelan né i Christo…

  • antonino Gambino ha detto:

    Scusa Ranieri, ma è stato solo un errore di battitura, non era necessario puntualizzare. Per il resto il mondo è bello perché è vario, non tutti siamo uguali e non tutti abbiamo lo stesso concetto di ARTE, per fortuna…..Saluti e buon lavoro da chi ha ancora lo spirito e l’emozione di andare in strada, “l’arte va incontro al pubblico” questo è il mio motto, il resto sono solo parole come recita una bellissima canzone.

    • RANIERI FORNARIO ha detto:

      Scusami tu, non era mia intenzione puntualizzare solo che non conoscendoci non ho immaginato… il mio nome viene storpiato spesso fin dalle scuole.
      Prima di salutarti ed augurarti buone cose, vorrei non lasciare malintesi.. ho rispetto di qualsiasi manifestazione artistica, il mio operato è scaturito proprio perchè ero stanco di vedere tanti anni fà a tavolate con artisti, gli uni contro gli altri, i pittori contro gli informali, concettuali ecc.
      Entrambe le fazioni si arrogavano il diritto d’essere dalla parte della “vera” arte, da quella giusta! (belle discussioni).
      Conoscendoli personalmente mi compiacevo del fatto che tutti erano più o meno autentici, pertanto perchè quella distanza tra loro? Fù probabilmente questo che mi spinse presuntivamente a fare qualcosa per tutti noi… che sanasse questo equivoco e cioè ricucire quel taglio, quella tela che ci aveva traghettato fino ad oggi (installazioni video che nessuno ascolta fino alla fine salvo qualche addetto ai lavori) ma non nel senso della negazione di ciò che era stato ma inteso come il suo superamento!
      Oggi non assistiamo forse ad un ritorno verso la carta? E non è intesa come negazione della plastica e della sua utilità, bensì come ulteriore passo avanti nella ricerca di un pianeta, più sano, meno inquinato.
      In questo stesso modo a mio avviso, anche chi liberamente si esprime senza aver abbandonato tele e pennelli viene legittimato a fare arte! (questo è in sintesi il lavoro che porto avanti da sempre)
      Ora il punto è non fare confusione su cosa sia l’arte, sappiamo tutti che non è sufficiente colorare anche magnificamente supefici, ma che si parlerà d’arte solo quando è presente quel “valore aggiunto” che la distingue dalla pittura- mestiere-artigianato. C’è un abuso del termine artista che crea confusione ( forse perchè si chiamavano arti e mestieri?) presupposto di chi vuole essere artista e non solo pittore è riuscire attraverso il proprio operato a modificare lo stato sociale, a darne prima o poi lettura o valore universale, proprio per questo i grandi di cui parlava anche Maggi e che rimarranno agli atti, sono veramente per ogni epoca sempre e proprio pochi.

  • antonino gambino ha detto:

    Ciao Ranieri, non era il caso di scusarti è stato un semplice malinteso. Ho letto attentamente il tuo post, parli di “valore aggiunto”, io penso che solo il tempo potrà conferire ad un artista questo valore, oggi troppi critici, galleristi, mecenati(invio d’estiinzione) fanno uso e consumo di questo valore, ma in merito non mi va di dire nulla. Concordo pienamente con te quando dici che l'”artista” è colui che con il proprio operato tenta di modificare lo stato sciale, ma sempre in forma positiva. Grazie e buon lavoro

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