Arte: da bene rifugio a investimento

Andy Warhol, One Dollar Bill (Silver Certificate), 1962. Quest'opera è stata venduta da Sotheby's il 1° luglio scorso per circa 21 milioni di sterline.
Andy Warhol, One Dollar Bill (Silver Certificate), 1962. Quest'opera è stata venduta da Sotheby's il 1° luglio scorso per circa 21 milioni di sterline.
Save pagePDF pageEmail pagePrint page

Quando un investimento può considerarsi ben riuscito? L’economia mondiale moderna si basa sulla ricerca costante di mercati che possano garantire una certa sicurezza e redditività. Ormai da diversi anni il mercato dell’arte è considerato un buon investimento per chiunque abbia le possibilità economiche e certamente si tratta di un mercato che ha dei punti di contatto con quello finanziario, ma che al tempo stesso è in grado di estraniarsi da esso, creando un valore aggiunto per tutti coloro che decidono di trattarlo. È sicuramente un ambito complesso che non detiene ancora delle regole precise, ed è influenzato in larga parte dai gusti dei singoli operatori. Ma nonostante tutte le incertezze che sono legate a questo contesto, il mercato dei beni artistici sembra aver trovato la formula vincente per sopravvivere e non essere più il fanalino di coda del giro d’affari economici del mondo.

 

La formula per il successo

 

Parlare oggi del mercato dell’arte significa, innanzitutto, parlare di una realtà dinamica e duttile, che ha saputo adattarsi alle situazioni dei compratori promuovendo condizioni di pagamento facilitate. La forza di questo mercato risiede proprio nei compratori e del loro continuo aumento. Nel ventunesimo secolo la globalizzazione ha fatto sì che molte più persone s’interessassero di arte e ne venissero affascinate; questo ha permesso una crescita sempre maggiore della domanda e, di conseguenza,  di liquidità.

La forte internazionalizzazione di questo contesto operativo è, dunque, il primo ed essenziale tratto distintivo dell’attuale mercato dell’arte. È un giro d’affari che non riguarda più solamente Europa e America, ma anche Cina, Russia, India e Medio Oriente che rappresentano oggi delle nuove piattaforme operative. Il mercato asiatico, con la sua sede principale ad Hong Kong, è da tenere particolarmente sotto osservazione: i collezionisti cinesi che navigano in queste acque da poco più di vent’anni, rappresentano ormai una fetta fondamentale dell’intero sistema. L’abbattimento delle barriere geografiche ha permesso al mercato dell’arte di rialzarsi sempre dopo ogni crollo, trovando proprio nei paesi emergenti la liquidità necessaria per tamponare gli effetti della crisi americana ed europea cominciata nel 2008. E la molteplicità dei soggetti coinvolti in questo ambito rappresenta un’ancora di salvezza contro le possibili ed eventuali regressioni del mercato.

C’è però un altro aspetto da tenere in considerazione quando si parla di tutto questo: l’arte, fino gli anni Novanta, era da considerarsi semplicemente un bene di rifugio. Con questo termine s’intendono tutti quei beni acquistati in momenti di incertezza economica perché sono in grado di conservare nel tempo il loro valore (da sempre oro e mattone). L’arte era, dunque, un investimento in cui riporre le liquidità in eccesso, diversificare gli investimenti e assicurasi, sul lungo periodo, un incremento del valore stesso e, di conseguenza, un aumento del margine di guadagno. Un investimento che, almeno per i primi tempi, era riservato alle élite, non solo per le ingenti somme da sborsare per aggiudicarsi un’opera, ma anche perché era necessario essere esperti in questo settore, addetti ai lavori, per fare scelte oculate.

In questa infografica, pubblicata da Forbes nel 2013, di può vedere, in rosso, la fluttuazione del mercato dell'arte negli anni, in blu l'andamento dell'indice Standard & Poor's 500 (S&P 500 index). Le barre grigie, invece, mostrano i record d'asta per ogni anno.

In questa infografica, pubblicata da Forbes nel 2013, di può vedere, in rosso, la fluttuazione del mercato dell’arte negli anni, in blu l’andamento dell’indice Standard & Poor’s 500 (S&P 500 index). Le barre grigie, invece, mostrano i record d’asta per ogni anno.

Negli ultimi anni, invece, questa visione è radicalmente cambiata: chi si affaccia su questo mercato lo fa, in primis, perché davvero interessato alle opere d’arte e solo successivamente entra in gioco il fattore economico. Oggi si riconosce all’arte un valore che non si esaurisce nel suo prezzo in quanto prodotto di scambio, ma che consta invece di elementi culturali sempre più centrali, che rientrano anche nelle politiche sociali e commerciali dei Paesi del Mondo. La cultura in questo momento è un fattore che esercita forte fascino, non solo nel settore dei privati, ma anche a quello pubblico. È un dato di fatto che non ci siano solo singoli acquirenti, ma anche gruppi bancari, di tutto il mondo, che hanno incrementato le loro quote in questo settore, perché hanno creduto nel valore della cultura, dando così vita a straordinarie collezioni.

A differenza, poi, di quanto si possa pensare, l’arte non è esclusivamente un bene di lusso riservato a facoltosi addetti ai lavori. Tantissimi sono infatti i piccoli e medi investimenti in questo campo. Ogni anno, nel Mondo, vengono vendute all’asta tra le 100.000 e le 200.000 opere d’arte create da artisti chiaramente identificati (appartenenti a tutti i periodi storici) per meno di 10.000 € e circa l’80% dei lotti è accessibile a meno di 5.000 €.

Dunque non bisogna farsi abbagliare dai così detti Record Price, in quanto essi non rappresentano altro che un’infinitesima parte di un mercato molto più stratificato ed ampio. L’arte non è più una prerogativa di pochi ricchi imprenditori, con la necessità di variare il proprio portafoglio, ma di chiunque abbia voglia e la costanza di applicarsi in questo settore, andando così alla scoperta di buone opere contemporanee acquistabili per cifre pari a cinquemila euro (il 66% di opere contemporanee si vendono sotto questa soglia). E non bisogna necessariamente credere che con tale budget si possono creare collezioni mediocri, basate su giovani artisti semisconosciuti: la compravendita a questi prezzi riguarda anche grandi artisti della seconda metà del XX secolo come Andy Warhol, Francis Bacon, Gerhard Richter, Roy Lichtenstein o Alberto Giacometti. Artisti, insomma, che accanto alle loro produzioni “da record”, hanno  creato parallelamente opere meno costose come potrebbero essere la stampe o i disegni.

Quindi il successo di questo mercato è determinato dal prodotto stesso che offre e dal fatto che, tali oggetti, sono in grado di suscitare unanimemente l’interesse di un numero sempre crescente di persone appartenenti a tutte le sfere sociali. È stata riposta fiducia nell’arte e questa ha risposto con un aumento nelle proprie prospettive future di mercato perché, come sosteneva il grande collezionista Giuseppe Panza: «Se tu ami l’arte, l’arte ama te; se tu sfrutti l’arte, l’arte sfrutta te».

© 2015, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

3 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    Bene. Buona esposizione. Ma si vive di arte ? I giovani (sotto i 50 anni) che fanno arte riescono davvero tutti a viverci anche se Nicoletta ci espone un innamoramento planetario dell’arte per l’arte. Però il titolo parla di investimento, perciò anche acquistando sotto i 5 mila euro, chi acquista pensa che l’anno dopo se decide di rivendere vuole farci qualcosina altrimenti che investimento é ? Ma se rivende un pezzo amato che amore dell’arte é ? Ovvio, siamo in un mercato dove le prostitute hanno sempre l’ultima parola. SA http://armellin.blogspot.com

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Questa è una delle grandi differenze tra il collezionismo del XX secolo e quello del XXI secolo. Ormai oltre 80% di chi compra arte butta sempre un’occhio al possibile ritorno economico. Questo non vuol dire che il collezionismo puro non esista più, ma l’arte oggi va molto più di moda e molti dei nuovi collezionisti si sono avvicinati all’acquisto d’arte proprio allettati dalla possibilità di un guadagno futuro. Per quanto riguarda la situazione economica degli artisti, che dire. Dipende da cosa intendiamo per artista: se un individuo che si autoproclama tale o uno a cui viene riconosciuto tale status quanto meno dai suoi pari. Nel primo caso dubito che riesca a sbarcare il lunario con le sue vendite, nel secondo qualche speranza in più c’è, ma è sempre una strada in salita come accade, però, per molti altri mestieri. Specie in Italia.

      • Stefano Armellin ha detto:

        Monet ci ha messo trent’anni, di povertà, per lanciare l’impressionismo, i contemporanei sono sempre ciechi d’innanzi alle novità autentiche che avanzano…

I commenti sono chiusi