L’arte e… il mestiere delle armi

Allora&Calzadilla - Track and Field, 2011
Allora&Calzadilla - Track and Field, 2011
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Le armi, per quanto da sempre rappresentate in contesti pittorici e scultorei, parrebbero essere, come oggetti reali, qualcosa di concettualmente molto lontano dall’“olimpico” mondo dell’arte. In realtà, a parte che l’arte contemporanea “olimpica” non lo è più già da un pezzo (salvo alcune eccezioni — vedi ad esempio il movimento della cosiddetta Pittura Colta negli anni Ottanta del Novecento — che però non a caso non ha avuto grande seguito: evidentemente non rispecchiava la Weltanschauung dell’epoca…), dalla seconda metà del XX secolo, soprattutto in ambiti performativi e installativi, le armi reali sono diventate parte integrante e “necessaria” di diverse opere.

Il pensiero corre immediatamente a Shoot di Chris Burden, la celebre performance del 1971 (preservataci da pochi secondi di pellicola Super 8) in cui l’artista statunitense si fece sparare ad un braccio da un suo amico armato di fucile: uno degli esperimenti estremi tra performance e body art, indubbiamente influenzato dall’epoca, come commenta Mauro Covacich nel suo bel L’arte contemporanea spiegata a tuo marito (Laterza, 2011): «È il novembre del ’71 — la guerra del Vietnam, la rivoluzione studentesca, gli hippy, i tramonti lisergici della California dei Doors — Jim Morrison è morto meno di tre mesi prima in un albergo di Parigi, stroncato da un’overdose e dalla sua furiosa solitudine. Ecco, furiosi. Quella furia sembra essere anche alla base della performance di Burden, ma forse è la furia di un’intera generazione. […] Shoot è una performance sul coraggio? Sulla paura? Sulla necessità di spalancare le porte alla percezione? […] Molti hanno sottolineato l’istanza politica dell’operazione — il chiaro riferimento allo squilibrio delle forze che si combattono in quegli anni nella giungla vietnamita — ma Shoot è molto più che un grido contro l’imperialismo yankee. […] Un canto alla vulnerabilità. Il corpo in scena, pronto al dolore, forse alla morte».

Chris Burden, Shoot, 1971

Chris Burden, Shoot, 1971

Il fucile in realtà era già stato usato in ambito artistico-performativo da Niki de Saint Phalle nei primi anni Sessanta con i suoi Tirs o Shooting paintings: azioni durante le quali l’artista — o anche qualcuno del pubblico — sparava con la carabina su dei bersagli, a volte sculture o assemblaggi, sotto il cui intonaco erano nascosti sacchetti di vernice che, colpiti, facevano colare sul supporto il loro contenuto. La Saint Phalle attribuiva una funzione terapeutico-catartica a queste azioni, con riferimento a una vendetta nei confronti della figura paterna accusata di aver cercato di abusare di lei bambina.

Per rimanere in ambito nouveau réaliste, bisogna poi ricordare diverse opere di Arman: dalla Venus aux revolvers (1967; scultura in plexiglass riempita di pistole) all’accumulazione Tools of persuasions del 1978 ecc.; nel 1960 l’artista aveva invece realizzato Boum boum ça fait mal, un’accumulazione di pistole ad acqua. E si collegano all’arma “esorcizzata” come giocattolo anche i cannoni, bombe, mitragliatrici a grandezza (quasi) naturale realizzati da Pino Pascali con materiali di recupero nel suo ciclo di opere Le armi iniziato nel 1965, anche se già dal 1956 Pascali aveva iniziato a “ritrarre” armi nelle sue opere (Pannello con fucili e pistole ecc.). E proprio al Museo d’Arte Contemporanea-Palazzo Pino Pascali a Polignano a Mare nel 2004 si svolse una mostra intitolata Le armi dell’arte, dove, oltre alle opere dell’artista pugliese, spiccavano tra l’altro El beso de la muerte (1991-1992) di Rebecca Horn (due pistole indissolubilmente legate dalla fusione delle loro canne) e una scultura in chewing gum di Maurizio Savini, che ha spesso realizzato “armi giocattolo” con quel materiale.

 Rebecca Horn - El beso de la muerte, 1991-1992

Rebecca Horn – El beso de la muerte, 1991-1992

Anche l’artista pop Claes Oldenburg ha realizzato spesso, nella sua maniera giocosa, riproduzioni di armi, a volte in dimensione monumentale, come nel caso di Cupid’s Span eretto in Rincon Park a San Francisco nel 2002: un arco, armato di freccia, apparentemente conficcato sull’erba del prato, ma dell’altezza di 18 metri e realizzato in acciaio e lana di vetro (mentre invece una pistola in miniatura è presente sulla scena del suicidio dello scoiattolo in‪ Bidibidobidiboo, installazione del ‪1996 di Maurizio Cattelan…).

È invece un arco vero — per tornare alle armi reali — quello utilizzato da Marina Abramović e Ulay in uno dei loro relation works, Rest energy del 1980: l’arma, retta da entrambi, viene tesa dai corpi dei due performer sbilanciati in direzioni opposte, con la freccia puntata verso il petto di lei.

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Dopo le varie carcasse di aeroplani da guerra realizzate in piombo da Anselm Kiefer nei primi anni Novanta — metaforica riflessione sul passato bellico della nazione tedesca — e il (vero) caccia Fiat G-91 capovolto esposto da Paola Pivi alla Biennale di Venezia del 1999, l’utilizzazione più spettacolare di un’arma negli ultimi anni è probabilmente il lavoro presentato ancora alla Biennale di Venezia, nel 2011, dal duo statunitense Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla: Track and Field, dove — con un sovvertimento di funzioni paradossale e sconcertante, tipico dei lavori dei due artisti — su un carro armato (anch’esso) capovolto era posizionato un tapis roulant da allenamento podistico, con tanto di atleta che vi correva indossando una maglia con la scritta USA, mettendo così in moto i cingoli del carro. Una critica, realizzata con feroce umorismo, allo spirito di affermazione tipico della società statunitense, che da un ambito di Olympic Games può arrivare a sconfinare nell’idea della pax americana imposta nel mondo con le armi.

 Adel Abdessemed - Nympheas -Biennale di Venezia 2015

Adel Abdessemed – Nympheas -Biennale di Venezia 2015

E per concludere questo breve, bizzarro percorso sulla presenza dell’oggetto arma nelle opere d’arte (e c’è da dire che in questi ultimissimi anni molti giovani artisti hanno preso a inglobare o prendere come base per le proprie opere delle armi), mi piace ricordare infine — sempre da una Biennale veneziana, quella del 2015 — il bel lavoro di Adel Abdessemed Nympheas: un’installazione che vedeva una sorta di “giardino di ninfee” realizzate con grandi coltelli. Ricollegandoci all’incipit di questo articolo, qui è proprio il contrasto stridente tra il tema figurativo (che fa subito correre il pensiero a Monet…) e la sua realizzazione paradossale a provocare il corto circuito intellettuale desiderato dall’artista, la cui poetica è spesso focalizzata sul tema della violenza, delle guerre, del fanatismo nel mondo attuale.

 

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