Bauhaus, cento anni e una scacchiera

Josef Hartwig and Joost Schmidt, Chess Set, Model No. XVI, 1924. Courtesy: Sotheby's
Josef Hartwig and Joost Schmidt, Chess Set, Model No. XVI, 1924. Courtesy: Sotheby's

Il prossimo anno, nel 2019, saranno cento anni dell’apertura del Bauhaus. Tutti lo conoscono, in un modo o nell’altro. Magari perché è stato fondato da uno degli architetti più famosi del Novecento, Walter Gropius; o forse per gli artisti che vi insegnarono, da Wassily Kandinsky a Paul Klee, da Josef Albers a Laszlo Moholy-Nagy. Una delle più particolari istituzioni d’avanguardia, una scuola che seppe cambiare i concetti non solo d’architettura e artigianato ma anche quelli d’arte e di educazione artistica.

In occasione dell’anniversario non saranno pochi gli eventi e le mostre legati sia alla storia della scuola sia al lavoro delle geniali personalità che vi lavorarono. In special modo in Germania la si celebrerà attraverso tutta una serie di eventi sparsi nel territorio. Le due città che accolsero il Bauhaus dal 1919 al 1932, Weimar e Dessau, rinnoveranno radicalmente gli spazi espositivi e museali dedicati alla scuola fondata da Gropius. Entrambe inaugureranno un nuovo museo che sarà in grado di valorizzare le collezioni cittadine, le quali finora hanno fortemente risentito della carenza di spazi.

I progetti saranno realizzati da Heike Hanada per Weimar e lo studio catalano González Hinz Zabala per Dessau; edifici estremamente essenziali, dove il noto aforisma dell’ultimo dei direttori del Bauhaus Mies van der Rohe, “less is more”, risuonerà come un mantra. Altri eventi avranno luogo sicuramente anche in Italia. Solo la mostra su Josef Albers che aprirà alla Peggy Guggenheim di Venezia a maggio del 2018, sarà già un buon modo per osservare da vicino i lavori di uno dei più dotati studenti e insegnanti della scuola.

Per prepararci cerchiamo di capire nello specifico cosa fu il Bauhaus, al netto della sua storia e delle sue date, andando dritti al suo cuore ideologico. Per farlo si vedrà un’opera che uscì dalle sue officine. Non prendiamo come esempio un edificio di Gropius o di Mies van der Rohe, non un quadro di Klee o Kandinsky, non una scultura, un’incisione o un disegno, ma una scacchiera. Un gioco senza nessuna pretesa museale.

 

Capire il Bauhaus guardando una scacchiera

 

La scacchiera in questione è quella progettata e costruita da Josef Hartwig. Hartwig fu un maestro artigiano, ovvero un insegnante esperto nella lavorazione pratica di un determinato materiale, che lavorò al Bauhaus durante il periodo di Weimar. Progettò e realizzò questa scacchiera nel 1923 all’interno del laboratorio di falegnameria che gestì fino al trasferimento della scuola a Dessau. Al contrario delle scacchiere tradizionali in quella prodotta al Bauhaus da Hartwig non ci sono pedoni, torri e cavalli, al loro posto ci sono cubi, sfere e altre figure geometriche elementari. Si perde in questo modo anche la minima somiglianza alle unità militari medievali.  Non si tratta di un processo di astrazione. Non si semplifica in modo assoluto le forme degli scacchi, le si sostituisce completamente con altre. Forme geometriche che niente hanno a che fare, nemmeno simbolicamente, con quelle precedenti. Perché? Partiamo dall’inizio.

Com’è ovvio il gioco degli scacchi si basa su una metafora bellica. I due eserciti sono strutturati gerarchicamente secondo determinate regole che rispecchiano quelle sociali in vigore durante l’invenzione del gioco e nei secoli successivi. Le loro mosse e il loro ruolo sulla scacchiera sono calibrate secondo questa funzione sociale: alle mosse elementari dei pedoni, ai salti dei cavalli, alla libertà d’azione della regina (o del consigliere del re nelle originali versioni indiane e persiane) fino ovviamente al ruolo fatalmente determinante del re. La metafora della battaglia è sicuramente di grande fascino, e non è affatto da escludere che sia proprio grazie a questa che il successo degli scacchi sia rimasto invariato in più di mille anni dal loro arrivo in Europa dall’India.

Questa metafora viene quasi del tutto abbandonata nella realizzazione di Hartwig. Ciò che ne resta è solo un vario ricordo strutturale nelle regole e nei nomi, ma la forma dei pezzi non ne ha traccia. Ciò non significa che la sua scelta formale sia arbitraria. Invece di lavorare i singoli pezzi in modo tale da trasformarli in qualcosa di completamente diverso, come una torre, un cavallo o un alfiere, si cerca di lavorare sulla loro effettiva funzione: ovvero di compiere ben determinati movimenti sulla scacchiera nell’ambito del gioco.

Josef Hartwig and Joost Schmidt, Chess Set, Model No. XVI, 1924. Tallest game piece: 5 cm. box: 5.5 x 12.8 cm. Gameboard: 5.5 x 41 cm. Courtesy: Sotheby's

Josef Hartwig and Joost Schmidt, Chess Set, Model No. XVI, 1924. Tallest game piece: 5 cm. box: 5.5 x 12.8 cm. Gameboard: 5.5 x 41 cm. Courtesy: Sotheby’s

Il pezzo del cavallo non ne ricorda uno, nemmeno stilizzato, ma è un solido a forma di “L”; ugualmente l’alfiere ha una forma a “X”, esattamente le possibilità di movimento di questi pezzi sulla scacchiera. Ciò vale anche per la torre cubica, che muove seguendo la direzione dei suoi lati; o per la regina, il pezzo che ha più possibilità di mosse sulla scacchiera ha la forma di una sfera.

Per un neofita, intento ad apprendere le regole del gioco, sarebbe sicuramente più facile memorizzare le mosse e apprendere le regole sulla scacchiera del Bauhaus rispetto ad una tradizionale. I pezzi non sono, dunque, prodotti per rappresentare qualcosa di diverso ma sono creati in relazione al loro scopo intrinseco. Il valore estetico è qualcosa che si affianca alla funzionalità, due concetti che finiscono per non essere più distinguibili. Migliore è l’aderenza al reale fine dell’oggetto tanto più è considerato bello. Se lo scopo dei pezzi della scacchiera è quello di fare determinate mosse, la loro forma dovrà essere progettata per combaciarvi, anche a costo di perdere una vecchia metafora dal fascino nostalgico che non corrisponde più alla società moderna.

Così si rompe con una certa idea di bello e di saper fare arte o artigianato che mirava alla mimesi fine a sé stessa. Al Bauhaus si imparava a utilizzare e a conoscere i materiali che si aveva a disposizione, senza preconcetti formali e ideologici che ne avrebbero tradito le caratteristiche peculiari distraendo dalla funzione finale. Ad esempio, la lavorazione della pietra, fredda e dura, non era indirizzata a renderla fintamente morbida o calda, come avveniva nell’artigianato o nella scultura classica, ma si cercava di utilizzare al meglio queste proprietà per giungere al fine nel migliore dei modi. Così, nel gioco degli scacchi i pezzi sono realizzati in relazione alla loro funzione principale piuttosto che avere forme estranee ai materiali d’origine. Ciò vale per la scacchiera di Hartwig sia per tutti gli altri oggetti, che fossero tavoli, edifici, sedie, sculture, teiere o dipinti prodotti al Bauhaus.

 

Alle radici della modernità

 

Tra movimento d’avanguardia e scuola pubblica il Bauhaus fu un insieme sfaccettato di idee, che tra accordi e contrasti fu di estrema importanza per l’arte, l’architettura e l’artigianato. Categorie queste che il Bauhaus mirò a fondere l’una con l’altra, abolendo i confini tra di esse. Una scuola artistica che non mise distinzioni e frontiere, ma che si impegnò nella loro soppressione. Niente più arti maggiori e minori, niente più artigianato e industria. Ciò che si voleva insegnare non era uno stile artistico o architettonico considerato migliore, ma un modo di lavorare che passasse dalla conoscenza approfondita dei mezzi per utilizzarli in modo efficiente, ovvero non dispendioso, nel raggiungimento del risultato.

Ciò varrà sia per le architetture di Gropius, sia per le sedie di Breuer sia per i disegni di Klee. Un modus operandi che contribuisce al passaggio alla modernità, fra i concetti di artigianato e design, tra quelli di una certa tradizione artistica figurativa e un nuovo astrattismo autonomo, tra un vecchio concetto di bellezza e uno nuovo. In 100 anni il Bauhaus ha insegnato molto, in particolare al design, alla comunicazione visiva, che la si voglia definire artistica o meno; e all’architettura. E ancora parecchio avrebbe da insegnare. Anche solo a giocare a scacchi.

P.s. L’azienda svizzera Naef ha il brevetto per la realizzazione di alcuni dei più famosi giochi prodotti al Bauhaus, tra cui le trottole per la mescolanza dei colori, le costruzioni colorate e ovviamente la scacchiera di Hartwig.

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