Biennale di Venezia 2017 — Un bilancio #2: i padiglioni nazionali

Padiglione Germania - "Anne Imhof" | Leone d'Oro per la miglior Partecipazione Nazionale
Padiglione Germania - "Anne Imhof" | Leone d'Oro per la miglior Partecipazione Nazionale
Save pagePDF pageEmail pagePrint page

Come si diceva nell’articolo precedente, nella Biennale veneziana di quest’anno alcuni padiglioni nazionali risultano molto più creativi della media delle opere presenti nei “transpadiglioni” dell’esposizione principale. In alcuni casi vi è un’esplorazione decisamente più propulsiva di panorami estetici nuovi, che tuttavia non si risolve nella semplice “trovata” né va a scapito di una dimensione propriamente estetica, per l’appunto. Quella che vi propongo qui di seguito è una mia personale top ten delle partecipazioni nazionali in questa edizione della Biennale:

1) ITALIA (Arsenale): il Padiglione Italia di quest’anno (curato da Cecilia Alemani) è strepitoso! Qui veramente la carica innovativa è straordinaria: i tre artisti selezionati, probabilmente ispirati dalle possibilità offerte dallo spazio a loro disposizione, hanno creato dei lavori di grande impatto e sostanza concettuale. Roberto Cuoghi, con Imitazione di Cristo, ha ricreato una vera e propria officina per la produzione di statue devozionali con l’immagine del Cristo crocifisso; tuttavia il materiale con cui queste sculture vengono realizzate porta a un loro progressivo e ineluttabile decadimento che ricorda la decomposizione. Vengono messi in gioco così i concetti di trasformazione e metamorfosi (da sempre cari a Cuoghi), di ciclo vitale, di tradizione religiosa (e artistica) in un lavoro che, alla fine, si incentra sulla mortalità del sacro.

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017. Vista dell’allestimento alla Biennale 2017

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017. Vista dell’allestimento alla Biennale 2017

Posso affermare (con un certo orgoglio) di aver seguito Adelita Husni-Bey fin quasi dai suoi esordi. Nel caso di questa artista italo-libica che vive a New York è lecito dire che il suo processo di lavoro costituisce l’opera (lontane ascendenze beuysiane…): con una solida formazione nel campo della sociologia e interesse per le teorie educative anarchiche, la Husni-Bey crea laboratori collaborativi individuando uno specifico gruppo di persone con cui mettere in moto un confronto e una riflessione su temi come utopia e educazione / razza, genere e classe sociale / impatto dei meccanismi sociali del mondo capitalistico sul comportamento del singolo. L’artista guida mantenendo tuttavia, per quanto possibile, una posizione “neutrale”, innescando processi di elaborazione e confronto del pensiero che vengono poi presentati (con media diversi a seconda dei casi) in un ambiente allestito appositamente. Così era per un lavoro-cardine della Husni-Bey, il video After the finish line del 2015, e così accade per questo La seduta, in cui un gruppo di ragazzi riflette sul proprio legame con la terra e col mondo — tra aspettative, utopie, preoccupazioni ecologiste — con un richiamo al mondo magico (questo il tema proposto dalla Alemani agli artisti invitati) tramite il gioco dei tarocchi che “regola” la discussione e le cui particolari carte sono state realizzate appositamente dall’artista.

Adelita Usni-Bey, La seduta, 2017. Vista dell’allestimento alla Biennale 2017

Adelita Usni-Bey, La seduta, 2017. Vista dell’allestimento alla Biennale 2017

Questa partecipazione alla Biennale di Venezia costituisce probabilmente per Adelita Husni-Bey una definitiva consacrazione: considerando la giovanissima età (è nata nel 1985) e le sue già notevoli quotazioni, speriamo vivamente che non si rischi di “bruciarla” troppo presto (qui si parrà anche la nobilitate della Galleria Laveronica che la rappresenta…).

Last but not least, Giorgio Andreotta Calò con Senza titolo (La fine del mondo): una grande installazione ambientale che, come un disegno di Escher sviluppato a tre dimensioni, scardina le coordinate spaziali percepite dallo spettatore, facendo riferimento al mito romano del Mundus Cereris descritto dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo saggio Il mondo magico, donde il tema-guida proposto dalla curatrice agli artisti, come si è detto. Ma qui mi fermo, senza descrivere nulla dell’opera per non rovinarne il percorso a chi non l’abbia ancora sperimentata; (Leggi anche -> Diario veneziano #2 – Benvenuti nel mondo magico del Padiglione Italia)

2) GERMANIA (Giardini): performer bravissimi per il Faust di Anne Imhof — un lavoro astratto, dilatato, algido, incentrato sui temi della solitudine e del tentativo di contatto umano frustrato dall’alienazione. Una vera e propria sfida alla commozione dello spettatore, continuamente inibita dall’equilibrio perfetto tra climax emotivi lancinanti (pur nella stilizzazione) e freddezza formale;

3) ISRAELE (Giardini): notevolissimo il lavoro dell’artista Gal Weinstein (1970), a partire dall’installazione ambientale Persistent, durable and invisible che trasforma parte dell’interno del padiglione in un edificio fatiscente, abbandonato al declino e alla muffa, il tutto realizzato con pagliette metalliche destinate quindi ad arrugginire progressivamente. Con vere spore di muffa (assieme a zucchero e a fondi di caffè) — il tutto quindi destinato anch’esso ad alterarsi progressivamente nel corso della mostra veneziana — è realizzato il “paesaggio” Jezreel Valley in the dark. C’è poi una grande opera parietale, Moon over Ayalon valley e, al piano superiore del padiglione, l’enorme scultura El Al in fibra acrilica, che congela il momento immediatamente successivo al lancio di un missile dalla sua rampa;

Una vista dei lavori di Gal Weinstein nel padiglione israeliano alla Biennale di Venezia.

Una vista dei lavori di Gal Weinstein nel padiglione israeliano alla Biennale di Venezia.

4) STATI UNITI (Giardini) con i bei lavori di Mark Bradford;

5) GRAN BRETAGNA (Giardini): non amo particolarmente Phyllida Barlow, ma la sua esposizione monumentale Folly fa un’impressione potente;

6) FRANCIA (Giardini): Xavier Veilhan ha trasformato il padiglione in un vero e proprio studio di registrazione dall’architettura vagamente in stile Futurismo (o Merzbau), in cui si alternano senza sosta musicisti che suonano strumenti tradizionali (dal pianoforte al vibrafono, dal clavicembalo alla batteria…) o anche rari e curiosi (come le Onde Martenot o il Cristal Baschet). Il tutto è di grandissimo effetto, anche se viene un po’ da interrogarsi sulla specificità artistica dell’operazione (al di là delle esibizioni musicali e dell’idea di interazione musica/architettura che non è particolarmente originale)…

7) CILE (Arsenale): Werken di Bernardo Oyarzún. Installazione con 1000 maschere rituali raggruppate al centro di uno spazio sul cui perimetro corre un LED con i nomi dei 6906 Mapuche viventi: mapuche è un’etnia indigena cilena, da sempre tenuta ai margini della vita politica e sociale e ai cui membri spesso è stato anche imposto di cambiare il proprio cognome tradizionale — questi 6906 sono i patronimici originali sopravvissuti. Al di là di tutto questo, comunque, l’installazione è anche esteticamente bella. [Werken è termine mapuche che designa una figura a metà strada tra il messaggero e l’ambasciatore];

L'installazione Werken di Bernardo Oyarzún all'interno del Padiglione del Cile

L’installazione Werken di Bernardo Oyarzún all’interno del Padiglione del Cile

8) AUSTRALIA (Giardini): i lavori fotografici e video di Tracey Moffatt (la quale poteva tuttavia risparmiarsi la “bufala” gratuita del vecchio filmato “ritrovato”, risalente al 1788…);

9) COREA DEL SUD (Giardini). Interessanti i lavori di uno dei due espositori, Lee Wan (1979): Mr. K and the Collection of Korean history ripercorre la storia della nazione attraverso l’archivio personale — trovato dall’artista in un mercatino e acquistato per pochi dollari — di un giornalista che nella sua vita aveva attraversato le epoche del dominio giapponese, della Guerra di Corea, della dittatura e della trasformazione economico-capitalistica della nazione; in Proper time, invece, decine di orologi muovono le lancette a velocità diverse a seconda della quantità di tempo che la persona intervistata dall’artista — e il cui nome, età, nazionalità e occupazione sono inscritti sul quadrante — deve lavorare per potersi pagare un pasto; Made in presenta invece dodici schermi televisivi ognuno dei quali trasmette una sorta di breve documentario sulla produzione di una materia prima di un determinato paese del Sudest asiatico, ripercorrendone così storia recente e tensioni sociali esistenti;

10) AUSTRIA (Giardini): divertenti le “sculture partecipative” di Erwin Wurm; interessante anche  l’installazione di Brigitte Kowanz.

Se infine vi va di inoltrarvi in uno dei padiglioni situati fuori delle sedi principali dell’esposizione, vi consiglierei quello dell’ANGOLA (Fondamenta degli Incurabili, Dorsoduro 557) con la proiezione, in un elegante allestimento, di cinque film di António Ole (1951), artista multimediale formatosi alla University of California e all’American Film Institute di Los Angeles. Si tratta di quattro documentari degli anni 1978-1982 (bello in particolare No caminho das estrelas) e un’opera più propriamente di videoarte del 2006. (Leggi anche -> Diario veneziano #3 – Dalla Turichia alla Finlandia: 10 padiglioni da non perdere)

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

1 Commento

  • armellin ha detto:

    Caro Sandro, perché non ti chiedi della miopia di Cecilia, moglie di un già Curatore della Biennale (Cosa Nostra ?), della sua incapacità di aggiornarsi ? posso scrivere con cognizione di causa visto che sono l’autore de : il Volto del Mondo e la Croce 1993/2013, e quel tale che tu esalti forse della Imitazione di Cristo non ha letto nemmeno una riga. Non credo nelle classifiche in arte, a parte quelle delle vendite in Asta dove c’é il prezzo al posto del risultato cronometrico. Non c’é nessuna “mortalità del sacro” che in quanto sacro é Eterno e l’Eterno caro mio non nasce e non muore. “Per amore di Dio devi essere disposto a patire tutto e volentieri: fatiche e dolori, tentazioni, prepotenze, ansietà, indigenze, infermità, ingiustizie, maldicenze, rimproveri, umiliazioni, avvilimenti, correzioni e disprezzi. (E la banalità di Cecilia aggiungo io)”. Imitazione di Cristo. LA MIA SFIDA E’ SEMPRE APERTA, ripeto : esponendo solo l’Epilogo del mio Poema visivo ti affondo in un amen tutta l’edizione di questa Biennale, se poi mi dici che 170 strisce non bastano, ti aggiungo i 2013 pezzi del corpo principale del Poema, così il pubblico potrà farsi un’idea della maggiore variazione di sempre, al mondo, sulla Santa Croce di Gesù Cristo Nostro Signore. Sempre che Tiffany sia davvero interessato ai Capolavori autentici. Con stima, Stefano Armellin

I commenti sono chiusi