Il collezionismo di Bruno Paneghini: tra IT e arte contemporanea

Bruno Paneghini e la moglie Ilenia vicini al dipinto Phenomenia di Paul Jenkins. Courtesy: Collezione Paneghini
Bruno Paneghini e la moglie Ilenia vicini al dipinto Phenomenia di Paul Jenkins. Courtesy: Collezione Paneghini

Cari amici del contemporaneo, oggi vi racconto di un imprenditore lungimirante e collezionista d’arte contemporanea che ha saputo innestare la propria passione nel percorso di crescita aziendale, condividendo così l’arte e la bellezza con tutti i suoi collaboratori. Ecco una storia che sposa arte e innovazione. La storia di Bruno Paneghini.

Alice Traforti: Bruno, vorrei iniziare con il racconto di come è nata la tua passione per l’arte contemporanea.  Collezionisti si nasce e si diventa. Tu, quando sei diventato un collezionista?

Bruno Paneghini: «Io non sono nato collezionista e addirittura, fino a pochi anni fa, non avevo una vera e propria passione per l’arte in generale. Un giorno però è successo qualcosa di inaspettato. Credo che a tutti siano capitate quelle curiose combinazioni di avvenimenti che forse nessuno sa spiegare o che si attribuiscono ad un fato burlone, ma di fatto questo fato ha portato, proprio quel giorno, me e mia moglie Ilenia in una casa d’aste. Quel giorno ci siamo trovati di fronte a un’opera che ci ha letteralmente colpito e, proprio quel giorno, ci siamo aggiudicati la prima opera d’arte.

Io che di reti me ne intendo (n.d.r. Bruno Paneghini è Amministratore Delegato di Reti S.p.A.) attribuisco a questa casualità una profonda interconnessione fra le tante passioni che girano intorno alla mia vita. Sempre quel giorno, la curiosità di conoscere le storie di chi ha qualcosa da raccontare, ci ha fatto imbattere per caso nel racconto di un artista ed eccomi oggi qui intervistato, a raccontare la mia storia da collezionista».

Due opere della collezione di Bruno Paneghini: a sinistra Jannis Kounellis, Senza titolo; a destra Gilberto Zorio, Stella Nera. Courtesy: Collezione Paneghini

Due opere della collezione di Bruno Paneghini: a sinistra Jannis Kounellis, Senza titolo; a destra Gilberto Zorio, Stella Nera. Courtesy: Collezione Paneghini

A.T.: La tua collezione racchiude tanti nomi del panorama attuale, nazionale e internazionale. C’è un fil rouge che li unisce?

B.P.: «Mi sono chiesto più volte se ci dovesse essere un criterio per creare una collezione e più volte mi sono risposto che, in prima istanza, l’opera mi deve trasmettere qualcosa. Nel mio peregrinare tra mostre e gallerie sono rimasto affascinato dagli artisti del dopoguerra, infatti l’opera più lontana dai giorni d’oggi è del 1950. Per quanto mi renda conto di poter desiderare un’opera da inserire in collezione, sono arrivato alla conclusione che non sono io che scelgo l’opera, ma è l’opera che sceglie di entrare in collezione e di conseguenza in connessione con gli ospiti di Campus Reti».

BrunoPaneghini posa davanti alla sua collezione. Courtesy: Collezione Paneghini

Bruno Paneghini posa davanti alla sua collezione all’interno della sede della sua azienda: Reti Spa. Courtesy: Collezione Paneghini

A.T.: Vorrei soffermarmi sulle modalità di selezione delle opere facenti parte della tua collezione, oltre la rete di addetti fidati e di luoghi stimati.  A volte accade che nell’incontro fortuito fra persona e ricerca artistica si formi una connessione quasi tangibile, che può concretizzarsi in progetti di diversa natura (realizzazioni site specific, collaborazioni, mecenatismo…).  In questo contesto, che valore ha e come si declina il rapporto con gli artisti?

B.P.: «Innanzitutto ci tengo a precisare che considero personalmente artista ognuno dei miei ragazzi: la capacità di creare qualcosa di intangibile ma che aiuta nel concreto i nostri clienti, è per me una forma d’arte. Per quanto riguarda invece il rapporto con gli artisti in “senso stretto”, cerco sempre di trovare quella sintonia che mi porta ad immergermi in un confronto che a volte può portare a un’idea. Sempre di più, infatti, stanno nascendo da questi confronti idee di installazioni all’interno di Campus Reti (l’entusiasmo e gli spazi non ci mancano). Grazie alla capacità della mia squadra di mettere insieme i diversi stakeholder (come capita nel mondo del business) riusciamo a creare dei team speciali dove cooperano l’artista, il data scientist, il fabbro, esperti di IoT e gli architetti. Il mio sogno è quello di trasformare, proprio grazie ad un’artista, uno dei building di Campus in un’opera d’arte. Tutto questo è possibile solo grazie a quel rapporto e a quella sintonia che si crea proprio con gli artisti».

Una vista dell'allestimento della Collezione Paneghini con, da sinistra, lavori di Mario Nigro (250), Claudio Parmiggiani (Senza titolo) e Ideo Pantaleoni (Composizione Cromatica). Courtesy: Collezione Paneghini

Una vista dell’allestimento della Collezione Paneghini con, da sinistra, lavori di Mario Nigro (250), Claudio Parmiggiani (Senza titolo) e Ideo Pantaleoni (Composizione Cromatica). Courtesy: Collezione Paneghini

A.T.: Sei presidente di Reti, realtà fondata nel 1994 a Busto Arsizio, che si occupa di business e IT consulting, con tanto di Campus e Academy.  Come è nata l’idea di ospitare la tua collezione d’arte nella sede aziendale?

B.P.: «Lasciando per un attimo da parte le competenze tecniche di ogni professionista, c’è sempre un momento nel quale siamo alla disperata ricerca di un’idea, di un’ispirazione. Ho imparato dagli artisti (sempre al di là della tecnica) che c’è un momento in cui improvvisamente, ispirati da chissà quale musa, qualcosa gli sussurra all’orecchio “l’idea”. E’ proprio quello il momento in cui l’opera si materializza nella loro mente. In una realtà come la nostra, altamente tecnologica, sono proprio le idee brillanti che permettono di dar vita ai progetti più avvincenti, che posso chiamare come tali, solo grazie al lavoro di squadra.

E le idee più brillanti nascono dal confronto tra persone e mondi diversi, perché ognuno ha il proprio bagaglio di esperienze che portato nel nostro quotidiano, in maniera costante, può ispirare e stimolare la creatività: questo il motivo per cui oltre ad esporre la mia collezione, chiedo agli artisti che ho la fortuna di incontrare, di vivere insieme a noi gli edifici che compongono i 20.000 mq di Campus Reti.

Credo in una cultura d’impresa che connette in una visione unica, diversi ambiti, settori eterogenei, competenze complementari attraverso un “apparente” complesso intreccio di molteplici attori.

La mia visione è infatti quella di creare spazi che promuovano, in pieno stile contemporaneo, la creatività e l’innovazione proprio attraverso la “contaminazione”».

Bruno Paneghini vicino alle opere di Grazia Varisco: Gnomoni 5 elementi e Quadri Comunicanti 5+1. Courtesy: Collezione Paneghini

Bruno Paneghini vicino alle opere di Grazia Varisco: Gnomoni 5 elementi e Quadri Comunicanti 5+1. Courtesy: Collezione Paneghini

AT: Sembra banale concludere così, ma non lo è affatto: che ruolo ha l’arte contemporanea nella società attuale?

B.P.: «A mio parere molto importante, e lo è sempre stato anche in passato. Oggi, sempre di più oltre alla pittura e alla scultura, si sta avvicinando anche la fotografia portando messaggi sulla situazione della società in cui viviamo. Un esempio sopra tutti è l’importanza che rivestono manifestazioni come la Biennale di Venezia, Kassel Documenta e Manifesta».

Quando ero studentessa in Scienze dei Beni Culturali, io mica l’avevo capito che la Scienza andava così tanto a braccetto con l’Arte Contemporanea, che termini fondamentali come ricerca, metodo, tecnica e tecnologia fossero più strettamente connessi al processo di creazione artistica dei concetti stessi di creatività, visione, espressione.

Per capire che questi ultimi possono perdere la propria potenza creativa in assenza dei presupposti, mi ci sono voluti un decennio di esperienza sul campo e l’incontro e il confronto con molti preziosi professionisti (artisti, galleristi, critici, collezionisti…).

Bruno Paneghini e Ilenia l’hanno capito in un giorno solo, guidati dal caso al cospetto di un’unica opera d’arte che ha saputo ispirare nelle loro menti e nei loro cuori una visione di società, di impresa, di vita.

Tutto questo mi fa gioire nella certezza di un’utilità comunitaria dell’arte contemporanea, quell’arte che indaga il tempo in cui vive con tutti i mezzi a disposizione.

© 2018, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

3 Commenti

  • Simone Genzani ha detto:

    «Io non sono nato collezionista e addirittura, fino a pochi anni fa, non avevo una vera e propria passione per l’arte in generale.»
    Aggiungerei che si vede. Si vede benissimo.
    Ci vuole coraggio, tanto, per definirla una collezione.
    E’ un magazzino di opere prese in asta senza criterio alcuno se non quello del “Mi piace. Ho un sacco di soldi da buttar via. Lo prendo!”.
    Molti pezzi, oltretutto, sono anni luce distanti dalle opere più rappresentative degli artisti presenti.
    Con la quantità di opere acquisite sarebbe stato davvero possibile costruire qualcosa di importante.
    Ho visto cataloghi d’asta molto più interessanti per qualità. Un vero peccato.
    Spero il Sig. Paneghini comprenda presto e crei una collezione degna di questo nome.
    Sarebbe interessante vedere in quegli spazi qualcosa di diverso da ciò che attualmente li occupa.
    Mi farebbe davvero piacere se il collezionista volesse aprire un confronto.

    • Alice Traforti ha detto:

      Buongiorno Simone!
      Grazie per questo tuo intervento, spero ti possa far piacere un confronto l’autrice. 🙂

      Io non ci vedo nulla di male.
      Le tue affermazioni danno per scontato che tutte le collezioni abbiano l’ambizione ultima di raccogliere i pezzi più significativi e rappresentativi di ciascun artista.
      In ambito privato, invece, collezionare non significa mettere insieme la miglior raccolta in assoluto, ma risponde più alla creazione di un corpus operae fortemente connesso con la personalità del collezionista, con la sua storia, le sue possibilità e i suoi obiettivi. In questo contesto, considero il criterio del “Mi piace” come una forma più che valida di collezionismo e un ottimo punto di partenza per chi si interessa di arte solo da qualche anno, dimostrando attivamente tutta la volontà di approfondire.
      Lo scopo di queste interviste è proprio quello di raccontare tante storie diverse di collezionismo, altrimenti tanto vale riscrivere l’ennesimo manuale di storia dell’arte contemporanea.

      Invece, mi dispiace che non si sia colto l’aspetto a mio avviso più interessante, e cioè la condivisione dell’arte non fine a sè stessa, ma proiettata nel dar vita a progetti sempre nuovi e derivanti da sinergie fra persone di ambiti diversi. Tutto questo sfocia in un mecenatismo collaborativo a sostegno degli artisti di oggi, contribuendo a restituire all’arte contemporanea una funzione legata alla società.
      E questo credo che sia un qualcosa di importante.

  • Simone Genzani ha detto:

    Salve Alice.
    Accetto di buon grado il confronto con l’autrice
    Io credo che invece si voglia dare un significato profondo anche davanti al nulla.
    Sono convinto che in ambito privato ognuno sia libero di sviluppare la propria collezione come crede ed altresì ritengo inutile puntare gli occhi solo ai “capolavori” che bene starebbero nei musei.
    Tuttavia ogni collezione per essere definita tale, a mio avviso, deve essere creata attivamente. Il collezionista non può essere solo passivo acquirente innanzi all’estetica del lavoro. Deve instaurarsi un dialogo tra lui e l’opera, una valutazione critica della stessa, una elaborazione del percepito emotivo che non può mai essere sciolto dall’aspetto razionale.
    In questo “magazzino” vedo anche opere certamente importanti, ma anche moltissime opere di scarso o nullo significato.
    Nulla avrei avuto da ridire davanti a uno dei tanti compratori da “fiera della domenica”, ma davanti all’ambizione di costruire qualcosa di così grande spessore, con tanto di apertura di un sito web per mostrare i lavori, ben altro mi sarei aspettato.
    Ripeto, esistono cataloghi d’asta, ne ho visti, lo giuro, meno caotici e più rappresentativi di quello che è il mio, e forse non solo, concetto di qualità.
    Onestamente non vedo quale grande impedimento vi sia nel far convivere l’incontro tra più figure professionali con lo sviluppo di una collezione coerente.
    La mia non vuole essere una sterile critica. Ben vengano la condivisione dell’arte contemporanea e la fruizione di essa anche da parte dei non addetti ai lavori.
    Spero davvero che questa collezione maturi, evolva e dia vita a qualcosa di significativo.

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