Chi colleziona fotografia in Italia

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Molto si è scritto sull’impulso umano a possedere oggetti con determinate caratteristiche e su come le motivazioni di tale impulso siano spesso insondabili. Ne ha fatto un quadro conciso ed esaustivo Alessia Zorloni in un piccolo trafiletto apparso su il Fotografo n. 250 del giugno 2013 dove, riferendosi in maniera specifica ai collezionisti di fotografie, li suddivide in tre tipologie: «I primi acquistano per il piacere di vivere con le opere, di conoscere personalmente gli artisti e di vedere le mostre. Per questi collezionisti la ridotta profittabilità dell’investimento in fotografia è più compensata dal piacere estetico che essi traggono dal possesso dell’opera, il cosiddetto “dividendo estetico”». La seconda tipologia si muove in base a motivazioni di carattere sociale, cioè il possedere l’oggetto è visto come «fonte di prestigio sociale, in grado di rispondere a dei bisogni di natura simbolica». Lo scopo del collezionare quindi è «certificare lo status socio-economico dell’individuo». L’analisi si conclude con la terza tipologia che acquista nella speranza di fare un buon investimento: «Questi collezionisti sono quelli che da un lato rendono attivo il mercato, ma dall’altro fanno salire o scendere i prezzi in modo imprevedibile».

Collezionisti e curiosi tra gli stand di MIA - Milan Image Art di Milano, la più importante fiera italiana dedicata alla fotografia. Foto M. Tarantini

Collezionisti e curiosi tra gli stand di MIA – Milan Image Art di Milano, la più importante fiera italiana dedicata alla fotografia. Foto M. Tarantini

Le categorie di chi acquista opere fotografiche scendono invece a due nella disamina di Alessia Paladini, direttore di FormaGalleria, presentata al convegno milanese del 2011 promosso da Contrasto: La fotografia in Italia. A che punto siamo?. La prima è quella dei collezionisti veri e propri,  persone competenti e preparate che scelgono opere in base a criteri personali, ma che sono anche attenti a quali aspettative può avere l’opera sul mercato e che, quindi, seguono l’evolversi degli artisti e sono gli interlocutori più stimolanti per le gallerie, perché una volta entrate in sintonia con la linea collezionistica che il cliente vuole tenere possono proporgli via via opere adatte. La seconda categoria è quella che la Paladini descrive come acquirenti, cioè persone con un approccio più estetico che acquistano una fotografia (e magari solo quella) perché se ne innamorano, trascendendo quindi quelle che saranno le fluttuazioni del mercato, ma con molta probabilità sarà difficile introdurli nel circuito della galleria, stimolandoli a fare nuovi acquisti. Anche perché se la prima categoria può essere identificata anche con chi ha una discreta disponibilità economica; la seconda invece è più probabile che veda l’acquisto come un unicum.

Ma come si arriva a collezionare fotografia? Uno dei percorsi più noti è quello di Fabio Castelli che da collezionista di stampe è arrivato ad apprezzare la prima fotografia ottocentesca, poi i lavori dei surrealisti, i vintage, fino ad arrivare non solo all’acquisto di giovani artisti contemporanei ma a creare in diverse forme (la Galleria Fotografia Italiana prima e MIA Fair oggi) un circuito che potesse valorizzarli. Un percorso simile è stato intrapreso anche da Marco Antonetto che inizia a collezionare negli anni Settanta del Novecento prediligendo la fotografia ottocentesca, fino ad arrivare ad aprire una propria galleria fotografica nel 2009 a Lugano (Photographica FineArt) che si occupa  sia di fotografia storica sia di artisti contemporanei anche emergenti. Anche per Marco Trevisani lo scenario è simile: dall’Ottocento al contemporaneo; dalla passione per il pezzo unico all’apprezzamento dell’opera digitale.

Una vista della Photographica Fine Art Gallery di Lugano

Una vista della Photographica Fine Art Gallery di Lugano

I più noti collezionisti condividono, quindi, una passione che parte dagli albori dell’arte per avvicinarsi via via ai giorni nostri. Una passione inizialmente nutrita all’estero (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) che poi ha trovato dagli anni Ottanta referenti anche italiani, soprattutto con alcune case d’asta quali:  Farsetti Arte, che agli inizi del 2000 aveva aperto ad aste di sola fotografia (ad oggi invece il reparto Fotografia non è più esistente); oppure, verso il 2010, altro riferimento interessante era la Bloomsbury con sede a Roma e aste dedicate solo alla fotografia coordinate da Silvia Berselli, ma che oggi ha chiuso la filiale romana.

Oggi questi personaggi paiono fare da sé: la propria galleria, i propri contatti, l’adesione o la creazione di numerose attività culturali per stimolare un avvicinamento alla fotografia che ancora vedono scissa dal resto del mondo dell’arte contemporanea.

Ed è proprio questa visione di autonomia/isolamento della fotografia il tratto caratterizzante della maggior parte dei collezionisti “medi”, per i quali si può tracciare un percorso simile a quello dei grandi:  che parte, cioè, da un interesse per la fotografia ottocentesca, che ricercano in mercatini o librerie, puntando a volte più alla tecnica di stampa che al soggetto; prosegue poi con un’attenzione maggiore agli studi fotografici e agli autori, iniziando così ad affinare il gusto all’immagine e non solo all’estetica materica.

Una collezione di fotografia

Una collezione di fotografia

Non ho mai conosciuto collezionisti di fotografia che abbiamo percorso a ritroso la storia della fotografia innamorandosi di David la Chapelle per poi scoprire Nadar. Ho visto invece l’evoluzione di appassionati per cui è diventato inevitabile “rassegnarsi” ad abbandonare la ricerca del vintage e del pezzo unico per non negarsi il piacere di conoscere nuove declinazioni della fotografia. Questo, insieme all’accettazione del digitale, sono gli scogli più grossi da superare per chi vuole continuare a camminare a fianco di quest’arte, tralasciando chiaramente le disponibilità economiche.

Ho notato però che, anche se il collezionista di fotografia arriva da un approccio tecnico/materico e ha in genere un rapporto molto fisico con l’oggetto, una volta entrato nel digitale il suo vero  godimento non è più possedere un unicum, ma godersi l’ immagine,  permettendo così il trionfo pieno della stessa andando a scardinare in questo modo l’assunto da cui il collezionista era partito, cioè che la fotografia vivesse in maniera indipendente rispetto al resto dell’arte.

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