Collezione Iannaccone: impara l’arte e mettila… in pratica

L'avvocato Giuseppe Iannaccone
L'avvocato Giuseppe Iannaccone
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Perfezionista, eccentrico e, allo stesso tempo, pragmatico: ecco i segni distintivi dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, professionista di indiscutibile fama nazionale, ma soprattutto un uomo nell’arte. Come ormai a tutti noto, il celebre avvocato è, infatti, anche un abile e attento collezionista di arte contemporanea ed è di questa stessa arte che Giuseppe Iannaccone si è reso, da ultimo, anche “sostenitore”, promuovendo, con l’aiuto della sua fidata e preparata assistente Rischa Paterlini, un ciclo di mostre, dal nome “In Pratica”, la prima delle quali inaugurata lo scorso 14 novembre. Trattasi, in particolare, di piccole mostre che Giuseppe Iannaccone ha voluto ospitare presso la sede dell’omonimo Studio di Milano, con lo scopo di fare conoscere al grande pubblico, alcuni artisti emergenti di talento, sensibili alle contraddizioni e ai sentimenti dei nostri tempi. Nata da una pura passione personale, la collezione di Giuseppe Iannaccone diviene, con il nuovo progetto, “occasione” di confronto tra le opere di artisti già affermati nel panorama internazionale e quelle di giovani emergenti.

Deborah Caputo. Come nasce il progetto In pratica e su quali obiettivi si sviluppa?

Giuseppe Iannaccone: «Il progetto “In pratica” è figlio della mia esigenza di dare un volto nuovo al mio ruolo nell’arte. Desideravo, infatti, avere un ruolo più attivo nella società, volevo che questo amore per l’arte fosse condiviso nella collettività che io frequento, in particolare in Italia, ove si sta un po’ perdendo l’amore per l’arte. Così la mia assistente Rischa, ben consapevole di questa mia volontà, ha sviluppato l’idea di organizzare delle mostre all’interno della collezione e io ho, naturalmente, colto questa proposta con grande entusiasmo».

D.C.: Quali sono i criteri su cui si è basata la scelta degli artisti partecipanti al ciclo di mostre del progetto? Si é trattata di una scelta ”razionale” e ”studiata” o piuttosto ”emozionale”?

G.I.: «La mia collezione, sia quella degli anni ‘30 che quella di arte contemporanea, non ha bisogno di una scelta: è frutto di quello che io cerco nell’arte, vale a dire l’emotività, la spontaneità, l’essenza dell’uomo. Se l’arte non mi offrisse queste opportunità di confronto con l’umanità, interpretate in modo poetico così come sanno fare i miei artisti, probabilmente non avrei la passione per l’arte stessa. Quindi, così come ho rivisitato in maniera personalissima gli anni trenta italiani, scegliendo solo gli artisti emotivi e spontanei, che incentravano la propria arte sull’uomo, così per l’arte contemporanea ho fatto la medesima scelta. E’, quindi, normale che, anche su questo progetto, m’imbatta in artisti con queste caratteristiche, in quanto figli della medesima ricerca».

Collezione Iannaccone - Davide Monaldi, Veglia funebre,51 self portraits glazed ceramic figurines,2015

Davide Monaldi, Veglia funebre,51 self portraits glazed ceramic figurines,2015

D.C: Lo scorso 14 novembre si è tenuta l’inaugurazione della prima mostra che vede come protagonista il giovane artista Davide Monaldi, il quale per l’occasione ha realizzato alcune opere ad hoc. Il pubblico che ha visitato l’allestimento come ha accolto le opere del giovane artista? Un suo commento personale sull’artista e  sulle sue opere?

G.I.: «Ho riscontrato con estremo piacere una grande attenzione nei confronti di Davide Monaldi: il giorno dell’inaugurazione erano presenti più di trecento persone (su prenotazione) e anche il riscontro giornalistico è stato assai significativo. Io credo che al successo della mostra abbiano contributo tre fattori: la curiosità che esiste per questa collezione, curiosità che deriva, secondo me, anche dalla particolarità della ricerca che io ho fatto e che credo mi differenzia dagli altri collezionisti, i quali spesso colgono il momento dell’arte contemporanea e investono in quelli che loro ritengono essere i migliori artisti del panorama internazionale; io invece non ho questo approccio, io scelgo solo chi rientra per contenuto nella mia ricerca di umanità di cui parlavo prima, a prescindere dal fatto che possa essere o meno l’artista più promettente. Quindi la mia è divenuta una collezione particolare e allora ecco che Davide Monaldi è anche un’occasione per vederla e conoscerla. In secondo luogo, l’idea di una mostra all’interno della collezione, questa è una scelta che si distacca dal mercato, completamente disinteressata, nata solo dal piacere di presentare un artista e di proporlo al pubblico anche tramite un confronto con i grandi artisti già facenti parte della collezione, confronto che incuriosisce senza dubbio il visitatore. Terza ragione, altrettanto importante quanto le altre due, Davide Monaldi, bravissimo artista, secondo me anche molto originale, il quale ha saputo suscitare, tramite le sue opere, un entusiasmo senza pari in tutti i partecipanti, conquistando notorietà e riscontro, così come dimostrano i commenti pubblicati».

Collezione Iannaccone - Davide Monaldi, Carta da parati, painted terracotta, 333x275cm,2015.

Davide Monaldi, Carta da parati, painted terracotta, 333x275cm,2015.

D.C.: Come si coordinano le opere del giovane artista con i gradi nomi presenti nella collezione Iannaccone?

G.I.: «Davide Monaldi mi sembra fatto apposta per la mia collezione. I miei artisti ricorrono tendenzialmente a metodi di espressione classici, quali la pittura, la scultura e la stessa fotografia, che ormai è elemento di grande diffusione nell’arte contemporanea, quindi Monaldi s’inquadra perfettamente in questa scelta, in quanto utilizza la creta e la ceramica, strumenti notoriamente classici. Inoltre, anche sotto il profilo dei contenuti, le opere di Monaldi si allineano alla mia ricerca. Basta infatti guardare le opere del giovane artista per comprendere come il suo lavoro tenda ad indagare ed esprimere l’intimo dell’uomo. Penso che Davide Monaldi abbia un grande coraggio, riuscendo a compiere una ricerca oggettiva della sua infanzia. Come ho già precisato nel testo di presentazione alla mostra, tutti noi abbiamo dei legami alla nostra infanzia che hanno condizionato la nostra esistenza e il nostro carattere, raramente però osiamo indagare e quando lo facciamo evitiamo di parlarne. Lui, invece, indaga e ha pure il coraggio di raccontare. La forza emotiva di Davide Monaldi è stata per me ulteriore elemento di apprezzamento dell’artista, il quale, anche per questa ragione, ha un diritto di cittadinanza assoluto nella mia collezione».

Collezione Iannaccone - Davide Monaldi, Elastici, painted terracotta, 2014

Davide Monaldi, Elastici, painted terracotta, 2014

D.C.: Anche nelle opere di Monaldi scelte per la mostra emerge l’attenzione della collezione Iannaccone verso la figurazione. Si tratta, infatti, di una collezione con opere molto “concrete”. Questa sua attenzione per la figurazione è presente fin dall’inizio della collezione o è emersa col tempo?

G.I.: «Io non la chiamerei ricerca della figurazione perché tale concetto evoca un’idea di estetica. La ricerca che io svolgo è, piuttosto, rivolta all’intimo e all’interiorità, con la conseguenza che le opere che scelgo fanno necessariamente riferimento all’essere umano, che diventa protagonista della mia collezione, alla cui base c’è, dunque, una scelta diretta a questo tipo di arte, intesa come rappresentazione dell’uomo in modo poetico. Solo gli artisti che hanno colto poeticamente i momenti della vita dell’uomo mi hanno colpito. Io non sono un esteta, non sono un amante di chi raffigura ciò che accade nella vita, io sono innamorato di chi poetizza l’essere umano e i momenti che questo vive, e chi fa ciò in maniera nuova e quindi crea poesia. Questa è la mia ricerca».

Collezione Iannaccone - Matthew Barney, Cremaster 5, Hergiant, 1997. Ed. 3/6. Stampa cromogenica con cornice, cm.134x108,3

Matthew Barney, Cremaster 5, Hergiant, 1997. Ed. 3/6. Stampa cromogenica con cornice, cm.134×108,3

D.C.: Quindi nella sua collezione sceglie artisti che spiegano aspetti della società contemporanea o piuttosto la psiche, la fisicità dell’uomo ai nostri tempi?

G.I.: «La fisicità non suscita il mio interesse, io cerco semplicemente la poesia che si può esprimere nel mondo contemporaneo. Quindi, ovviamente, nell’ambito di questa ricerca è normale che l’arte contemporanea debba differenziarsi dall’arte precedente. Penso che l’artista che ricorre ad un metodo espressivo classico, come ad esempio la pittura, intraprenda una sfida più impegnativa di chi utilizza una metodologia nuova: in altre parole, chi utilizza strumenti innovativi ha maggiori possibilità di realizzare un’arte che rimanga e di esprimere qualcosa che desti l’emozione altrui, mentre l’artista che si avvale di metodi classici dovrà, per svegliare l’emotività dell’osservatore, esprimere una poetica così alta da sfidare la storia dell’arte precedente. I miei artisti sono, dunque, quelli che aggiungono una pagina nuova a quella parte della storia dell’arte che io amo e che si esprime nella ricerca della poetica umana che evolve nel tempo. L’essere umano è sempre uguale, ma la realtà contemporanea muta, traducendosi in una continua ispirazione per l’artista, il quale si trova ad essere contestualmente condizionato sia da un’esigenza di poetica nuova rispetto alla storia dell’arte, che dalla realtà socioeconomica nella quale vive, realtà necessariamente diversa da quella che lo ha preceduto. Tutto ciò consente all’artista di realizzare arte nuova. Faccio un esempio a tale proposito. Io amo il ritratto, perché consente di scavare nell’umanità dei personaggi. Già nell’arte degli anni trenta troviamo esponenti di spicco del genere come Scipione, Guttuso, Mafai, Birolli e Rosai i cui ritratti potremmo definire impareggiabili; in realtà, circa cent’anni dopo possiamo citare per il medesimo “genere” personalità rilevanti a livello mondiale come Elizabeth Peyton e John Currin: non c’è dubbio alcuno che questi ultimi due artisti abbiano fatto ciò che nella storia dell’arte era già conosciuto ma, allo stesso tempo, è indiscutibile che i ritratti di Peyton e Currin siano nuovi rispetto le opere dei “predecessori”. Questo è meraviglioso nell’arte: si può ripercorrere situazioni già viste, ma l’importante è crearle in modo totalmente rivoluzionario e attuale».

Collezione Iannaccone - Scipione (Gino Bonichi), Natura Morta con piuma,1929. Olio su tavola

Scipione (Gino Bonichi), Natura Morta con piuma,1929. Olio su tavola

D.C.: Più in generale, cosa significa per lei collezionare?

G.I.: «Io ho iniziato a collezionare perché sono un uomo molto emotivo, ho picchi di entusiasmo alternati a momenti di maggiore sensibilità emotiva. L’arte, non so per quale ragione, mi ha consentito, quando ero più giovane, di raggiungere un equilibrio, puntellando i momenti di difficoltà ed evitando che questi prendessero il sopravvento. Crescendo è, però, cambiato il mio rapporto con l’arte: oggi per me collezionare significa entusiasmo, ricerca, desiderio di lasciare una creazione; insomma, una vera e propria ragione di vita. Non posso fare l’artista, ma posso fare il collezionista e per il tramite della mia collezione raccontare una storia».

D.C.: Quale opere di arte contemporanea presenti sul mercato, ma di cui non è ancora in possesso, desidererebbe facessero parte della sua collezione e perché?

G.I.: «Sono tanti gli artisti che mi mancano sia maturi che giovani. Posso però dire quelli che sono i miei maggiori rammarichi: dei dipinti di John Currin e Marlene Dumas. Si tratta di opere che potevo comprare, ma per contingenze e causalità della vita non ho potuto. Mi sono innamorato di John Currin quando ancora le sue opere erano alla mia portata, ma, in quel momento, mi trovavo in una fase di totale assorbimento per la mia collezione dedicata agli anni ‘30 e, siccome ero anche molto giovane professionalmente, non potevo permettermi più investimenti; poi i prezzi sono “schizzati” e non ho potuto acquistarli. Per quanto riguarda i giovani, il discorso è diverso: non è una questione economica, ma di obiettivo. Io devo trovare quello che secondo me è il capolavoro. Io ho fatto questo per tutti i miei artisti: sono stato senza Margherita Manzelli per 12 anni, poi ho trovato tra le sue opere quello che cercavo. Stessa cosa per Matthew Barney, Shirin Neshat. Ci sono tanti giovani artisti per i quali aspetto il momento magico».

Collezione Iannaccone - Regina José Galindo, Piedra, 2013. Stampa Lambra su Forex, cm.90x35.

Regina José Galindo, Piedra, 2013. Stampa Lambra su Forex, cm.90×35.

D.C.: Un consiglio per chi muove i primi passi nel mondo del collezionismo?

G.I.: «Non avere mai fretta. Prima di tutto studiare, l’arte, come tutte le cose della vita, va conosciuta. Prima di acquistare un’opera è necessario comprendere la propria emotività, al fine di individuare l’artista o gli artisti che rispecchiano la propria ricerca, il proprio punto di attrazione. Il collezionismo è diverso dall’investimento: purtroppo, la maggior parte degli acquirenti nel mondo dell’arte li confonde. Il problema, da questo punto di vista, sono le gallerie d’arte che spesso non hanno privilegiato il vero collezionista, ma il più potente degli acquirenti, con la conseguenza che molti capolavori sono stati venduti a chi voleva fare solo investimenti. L’unico risvolto positivo di questo “meccanismo” è che i capolavori, non comprati con amore, sono stati spesso rimessi sul mercato anche se a prezzi maggiorati».

© 2015, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

14 Commenti

  • armellin ha detto:

    Buone intenzioni…non é il primo collezionista presentato da Tiffany, tutti di alto livello, compresi gli esperti d’arte, per la cronaca ho scritto a tutti cercando di aprire un dialogo…una sola risposta…proverò anche con Ianna… per male che vada incrementerò la mia collezione di risposte non pervenute…SA

  • Michela Crisostomi ha detto:

    magari a volte un consiglio o un semplice dialogo chiarificatore,aiuterebbe non poco un giovane artista,oltre ad essere,chissà,un occasione per il collezionista stesso, per scovare un emergente……. Io continuo a lavorare e sperare…..e in tal senso,per chi volesse approfondire sul mio lavoro di pittrice,può farlo senz’altro!! Cordiali saluti, Michela Crisostomi

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Michela, ha ragione. Il sistema dell’arte ha forti barriere d’ingresso in parte dovute all’alto numero di artisti presenti (in Italia ce ne sono circa 50.000) che crea una sproporzione tra domanda e offerta. Dall’altra anche per logiche di mercato che non sempre è facile comprendere. Il primo passo, comunque, è riuscire a far parte della comunità artistica in modo attivo, cercando di essere riconosciuti da propri pari. Rimanere solo nel proprio studio a lavorare, per quanto seriamente, è uno degli errori che molti artisti compiono. Aspettare di essere “scoperti” porta a poco. Bisogna creare le condizioni perché ciò avvenga.

    • armellin ha detto:

      Esatto… ma se uno scrive e nessuno ti risponde?

      • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

        L’unico modo è forse cercare un altro modo di contatto. Tutti noi, ormai, usiamo l’email che però è molto facile da ignorare e da “filtrare”. Oltre al fatto che spesso gli artisti inviano le proprie missive ad un indirizzario generico, senza trovare un target preciso, che possa essere realmente interessato al lavoro proposto. La concorrenza è alta, entrare è difficile: è necessario che ognuno si studi una strategia più efficiente ed efficace se vuole ottenere qualche risultato. Poi, ovviamente, non è da escludere che la proposta non trovi, effettivamente, qualcuno interessato. Ma fa parte del gioco. Talvolta è il lavoro che non va bene, altre è il mercato che può non avere le caratteristiche (di pubblico e di clienti) adatte. Oggi più che mai è fondamentale conoscere bene cosa si vende e cosa non si vende sul mercato che abbiamo scelto come riferimento. Non perché uno debba adattarsi ad esso, ma per capire se, ad esempio, il mercato italiano è adatto ad una determinata ricerca artistica o meno. In questo modo uno può valutare se andare a cercar fortuna altrove. E ovvio che un mercato debole come il nostro offra meno possibilità di manovra agli artisti.

        • armellin ha detto:

          ok, nel caso del Collezionista dell’intervista, ho telefonato e mi hanno assicurato che riceverò una risposta (non sono l’unico che scrive ma non siamo nemmeno in cinquantamila a scrivere al Collezionista !)…detto ciò questo va bene per l’Italia, fuori c’é la barriera delle lingue e chi come me non é bravo o si affida al traduttore Google o ad una professionista che viva a Londra o New York, morale ? siccome la persona fisica supera in marketing la mail serve un ufficio estero…SA

          • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

            Non necessariamente. Ma è fondamentale sapersi muovere per poter competere in un mondo sempre più affollato. E’ vero che il collezionista, sia quello intervistato o un altro, non viene contattato da 50.000 artisti, ma chi compra arte passa necessariamente dal filtro del sistema dell’arte. Poi se il gallerista di fiducia o un artista in cui crede gli indica un nome che potrebbe interessargli certamente lo prende in considerazione. Ma essendo tutti professionisti che lavorano, temo non abbiamo il tempo materiale per star dietro a tutti coloro che cercano di entrare in contatto con loro. Per quanto riguarda l’estero, poi, è fondamentale fare un esperienza fuori dai nostri confini, per capire cosa succede altrove e anche conoscere le lingue. I contatti solo via email, da noi come all’estero, sono “fragili”. Ma tutto questo riguarda l’arte come qualsiasi altro campo di lavoro.

          • armellin ha detto:

            Nel mio caso sentirmi dire che la mail é arrivata e che avrò una risposta a me va bene, come artista ho fatto il mio dovere : mettere a conoscenza del Collezionista un lavoro che forse non conosce. Stop. Poi se interessa si apre un dialogo. Per l’estero ho aperto un ufficio apposta. SA

          • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

            Vero. Per il resto mi sembra che si sia organizzato più che bene…

          • armellin ha detto:

            Per la cronaca : mi stanno valutando a : Londra, Toronto, Ginevra, Singapore… Italia ? non pervenuta. Purtroppo. SA

          • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

            Visti i tempi mi accontenterei…

          • armellin ha detto:

            Giusto, tanto nel mio Paese non sono nemmeno percepito come italiano, quando qualcuno mi ferma per chiedermi indicazioni mi dice subito : ma lei non é di qui, alcuni (italiani) mi parlano direttamente in inglese !

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