Collezionare per restituire: l’altro sguardo di Donata Pizzi

Elisabetta Catalano, Giosetta Fioroni fotografa Talitha Getty nel suo studio, 1967. Courtesy: Donata Pizzi
Elisabetta Catalano, Giosetta Fioroni fotografa Talitha Getty nel suo studio, 1967. Courtesy: Donata Pizzi

Molti di voi conosceranno già la collezione di fotografia di Donata Pizzi. Io, per esempio, non la conoscevo: nel 2016, anno della sua esposizione in Triennale a Milano, stavo uscendo dagli impegni maggiori della mia maternità. Perché vi racconto tutto questo? Ve lo dico dopo. Prima devo parlarvi di questa collezione tutta al femminile e del particolare modo di guardare all’arte della sua ideatrice.

Donata Pizzi, collezionista di fotografia italiana al femminile, dal 1965 a oggi. Foto: Andrea Simeone

Donata Pizzi, collezionista di fotografia italiana al femminile, dal 1965 a oggi. Foto: Andrea Simeone

Alice Traforti: Cara Donata, vorrei iniziare raccontando di come ti sei avvicinata presto alla fotografia, in occasione di Venezia 79 nei panni di assistente ai laboratori fotografici, di come hai continuato a lavorare con le immagini per molto tempo e in diverse forme (archivista, ufficio iconografico, editoria d’arte), fino a essere fotografa freelance per alcune testate nazionali e internazionali. Poi, o durante, qualcosa è cambiato. Vorrei soffermarmi qui, nel momento in cui hai sentito forte la necessità di indagare e recuperare un punto di vista su un panorama trascurato: 50 anni di storia e di fotografia italiana, dal bianco e nero al femminismo. Come è successo? E soprattutto: perché la fotografia, perché la donna e perché l’Italia…

Donata Pizzi: «Già durante gli anni di studio (di fotografia) a Londra, nei primi ’80, vivevo con disagio l’assenza della fotografia italiana sulla scena internazionale: nessun nome italiano nelle aste, nessuno studio di rilievo, nessuna mostra, nulla.

Nel mondo anglosassone l’interesse per la fotografia era alto e si guardava agli USA, naturalmente, ma anche alla Francia e alla Germania, ai loro musei, al MOMA di John Szarkowsky, alla scuola dei Becher a Düsseldorf, agli incontri di Arles.

Più tardi, rientrata in Italia, lavorando all’archivio dell’Espresso e avendo ogni giorno sotto gli occhi le stampe di Mulas, dei fratelli Sansone, di Caio Garrubba, mi sembrava sempre più incredibile che questi nomi non fossero considerati patrimonio nazionale e che ancora non ci fosse un’istituzione pubblica a tutelarlo.

Questa sottovalutazione della fotografia italiana mi ha quindi sempre preoccupato e, appena ho potuto permettermelo, ho cominciato a collezionare (Mario Cresci, Claudio Abate), ma il ritmo si è decisamente accelerato con l’idea di concentrarmi sulle fotografe, sul segmento ancora più trascurato del settore».

Lisetta Carmi: dalla serie I Travestiti, 1965. Courtesy: Donata Pizzi

Lisetta Carmi: dalla serie I Travestiti, 1965. Courtesy: Donata Pizzi

A.T.: Quanto tempo hai impiegato per maturare la tua visione, ritrovarla nelle immagini fotografiche e dare vita alla tua collezione?  Si potrebbe anche dire: genesi e consapevolezza dell’attitudine al collezionismo…

D.P.: «Ho lavorato a tempo pieno alla collezione per due anni, disegnando lo schema cronologico e sviluppandola con aggiustamenti graduali a seconda delle acquisizioni. Tra le prime foto acquistate, quelle della serie dei travestiti di Lisetta Carmi che sono del 1965: da lì ho cercato di evidenziare lo sviluppo del linguaggio fotografico attraverso un cinquantennio, fino e oltre il 2015.

È stata un’esperienza che mi ha molto soddisfatta dal punto di vista creativo e umano: la rete che si è attivata mi ha permesso di far crescere rapidamente e puntualmente il percorso e di sviluppare la tesi che mi interessa, il passaggio cioè dalla fotografia di reportage alla fotografia concettuale. Molto devo al dialogo con le artiste, sul loro lavoro e intorno all’evoluzione del mezzo».

Moira Ricci: Mamma stia, 2004. Courtesy: Donata Pizzi

Moira Ricci: Mamma stia, 2004. Courtesy: Donata Pizzi

A.T.: Una chiara volontà di riscatto si palesa anche attraverso le opere del movimento femminista. Nell’intervista con Raffaella Perna pubblicata proprio nel catalogo “L’altro sguardo”, citi Lucy Lippard: “L’arte non ha sesso, ma l’artista sì”. Come si declina questo aspetto nel collezionismo di oggi?

D.P.: «All’inizio si trattava principalmente di definire un’area di ricerca il più concentrata possibile. L’originalità e le peculiarità della fotografia italiana mi sembrano particolarmente evidenti nei lavori di Letizia Battaglia, Alessandra Spranzi, Moira Ricci, per considerare artiste di generazioni diverse. Ma è stato in particolare attraverso il femminismo che la fotografia è diventata lo strumento più adatto per le artiste, il linguaggio più diretto per diffondere con forza e spesso con ironia le loro istanze».

Alessandra Spranzi: Tornando a casa #20, 1997. Courtesy: Donata Pizzi

Alessandra Spranzi: Tornando a casa #20, 1997. Courtesy: Donata Pizzi

A.T.: Trovo molto interessante anche il rapporto innescato tra pubblico e privato, quel filo che dal tuo impriting personale alla collezione conduce direttamente alla finalità di pubblica fruizione delle opere in essa presenti. Parlandone al telefono, un giorno, mi hai detto più o meno così:  Conosco molti collezionisti privati, intimi custodi di una collezione come di un prezioso tesoro rinchiuso. Non capisco. Il mio è un collezionare per restituire, altrimenti non avrebbe senso.” Che senso ha, per te, il collezionismo?

D.P.: «Il pubblico che ha visitato la mostra in Triennale ha mostrato di apprezzare molto anche l’aspetto didattico della collezione: si intuisce il desiderio di molti di saperne di più. C’è grande curiosità, e un modo per soddisfare queste esigenze passa anche attraverso le iniziative dei privati.

Per la mia esperienza ha funzionato la sinergia con il MUFOCO che ha personale preparatissimo (registrar, archiviste …) e anche nella comunicazione un’esperienza maturata negli anni. Le visite guidate, i condition reports, la comunicazione on-line sono state tutte operate da MUFOCO.

Spesso rifletto sulla necessità di un museo nazionale della fotografia, che sembra però ancora lontano da venire. Nel frattempo, il MIBACT si è attivato quest’anno e gli stati generali sulla fotografia, organizzati da Lorenza Bravetta per il ministro Franceschini, hanno perlomeno offerto un panorama aggiornato e completo della situazione. Voglio essere ottimista: la fotografia italiana mi sembra destinata a un futuro migliore».

Anna Di Prospero: Self portrait with my mother, 2011. Courtesy: Donata Pizzi

Anna Di Prospero: Self portrait with my mother, 2011. Courtesy: Donata Pizzi

A.T.: La tua collezione è sempre in espansione.  Nella mostra “L’altro sguardo”, 56 fotografe accompagnavano il visitatore in un’evoluzione della macchina fotografica: da strumento meccanico per reportage, a medium concettuale, fino al ponte con la tecnologia digitale verso nuove prospettive.  Ora, cosa pensi della fotografia attuale e cosa cerchi in una giovane fotografa?

D.P.: «Ho effettivamente continuato a studiare e cercare: nuovi lavori sono stati acquisiti dopo la mostra in Triennale, nuovi nomi si sono aggiunti, o opere di autrici già presenti in collezione. È difficile fermarsi! ma il lavoro di Claudia Petraroli LA PREGUNTA DE SU OJOS (2017), che comprende anche due stampe in 3d, potrebbe essere la conclusione del percorso. Continuerei quindi, piuttosto, a lavorare all’interno del periodo 1965-2017».

La mostra della collezione Donata Pizzi alla Triennale di Milano. Courtesy: Donata Pizzi

La mostra della collezione Donata Pizzi alla Triennale di Milano. Courtesy: Donata Pizzi

 

A.T.: C’è un’opera in collezione che ti sta particolarmente a cuore?

D.P.: «No, è impossibile stabilire una graduatoria: tutte le opere hanno senso per sé e in rapporto alle altre, sono tasselli di un mosaico».

La mostra della collezione Donata Pizzi alla Triennale di Milano. Courtesy: Donata Pizzi

La mostra della collezione Donata Pizzi alla Triennale di Milano. Courtesy: Donata Pizzi

A.T.: Infine, parliamo delle prospettive della collezione. C’è qualche progetto di esposizione e diffusione?

D.P.: «Stiamo cercando di organizzare l’itineranza internazionale. Per me sin dall’inizio questo è l’obiettivo da centrare: far conoscere le nostre artiste all’estero, convincere i galleristi ad esportarle, creare interesse, studio e mercato attorno ad esse, ma serve davvero il sostegno delle istituzioni.

E serve più cultura, una visione più allargata che arrivi finalmente ad includere la fotografia all’interno dei percorsi museali più importanti, superando il ghetto delle mostre blockbuster e finalmente liberando anche la fotografia più colta».

 

 

A questo punto, forse, qualcuno di voi teme ancora che io dica qualcosa sul genere, sul fatto che ci voglia proprio una donna per formulare quel preziosissimo “collezionare per restituire” pronunciato da Donata Pizzi.

E invece no.

Per costruire una visione di mondo e metterla a disposizione del prossimo, come un bene comune fruibile per la collettività, è sufficiente uno sguardo attento: quello di chi si impegna per realizzare un futuro migliore, come farebbe un qualsiasi genitore.

Basta solo un po’ d’amore, nella sua forma più disinteressata.

Vi pare poco?

 

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