Ironia e Fotografia… con la benedizione di Sekhmet

Elliott Erwitt, New York. Metropolitan Museum of Art, 1988.
Elliott Erwitt, New York. Metropolitan Museum of Art, 1988.
Save pagePDF pageEmail pagePrint page

Sempre per la serie di immagini di Elliott Erwitt scattate nei musei, ce n’è una molto famosa. Si tratta di uno scatto del 1988. Siamo al Metropolitan Museum di New York, precisamente nella Gallery 131 del museo. Questa sezione ospita opere dell’antico Egitto. La Gallery 131 è una sala enorme dove è stato interamente ricostruito il Tempio di Dendur, un autentico tempio antico regalato agli Stati Uniti dal governo egiziano nel 1968, ricostruito ed esposto al MET di New York dieci anni dopo e recentemente riportato ai suoi colori originali da un fine lavoro di restauro. L’allestimento è particolarmente suggestivo. In parte circondato da una vasca d’acqua, il tempio guarda su un’ampia vetrata che si affaccia su Central Park.

Non sono però questi particolari quelli che vediamo nella foto di Erwitt, anzi, la foto rende conto di un ambiente dall’apparenza scarna e sobria. Vediamo una parete piuttosto essenziale, che precede l’uscita dalla sala, dove sono esposte, quali lari inquietanti, quattro statue che rappresentano antiche divinità femminili egizie dalla testa di leone. In realtà, dando un’occhiata alla storia della religione egizia, le dee egizie dalla testa di leone, o di gatto, pare che siano almeno cinque. Ma in questo caso, stando all’archivio del museo newyorchese, si tratta sempre di lei: Sekhmet, la dea della guerra. Nella foto di Erwitt accanto alla teoria di statue di Shekmet si staglia dritta in piedi l’esile, ma vispa figura di una ragazzina. Sarà lei la quinta dea dalla testa di leone o di gatto?

Facciamo un passo alla volta. Quelle conservate al MET sono statue  il cui stile è tipicamente riconducibile all’antica arte egizia. Sono strutture semplici, solenni, estremamente equilibrate e simmetriche, austere ma molto armoniche. C’è una cosa interessante da sottolineare: nonostante le forme rigide, curiosamente, le sculture per gli egizi avevano a che fare con la vita. Venivano messe per esempio nelle tombe, proprio con lo scopo di rappresentare persone vive di cui la persona deceduta, una volta giunta nell’aldilà, poteva avere bisogno. Per gli egizi dunque lo scultore era, come dice Gombrich nella sua celebre Storia dell’arte, “colui che mantiene in vita”.  Si tratta però di una vita rigida, e rigidamente tradizionale, fedele fin nel dettaglio a canoni fissi, che venivano il più possibile conservati immutati.

Tornando alla foto di Eriwtt le statue sono quindi tutto il contrario della bimba vivace, che sta ferma per gioco, a chiudere la sfilata delle antiche dee. Ma sebbene le statue appaiano rigide per il materiale e per lo stile, ciò che esse rappresentano è decisamente diverso. Intanto Sekhmet o Sakhmet era una dea, e una dea piuttosto irascibile. Dea della distruzione, fu chiamata da Ra, deluso dal genere umano, perché desse al mondo il giusto castigo. Lei però era talmente feroce e  crudele, che finì per farsi prendere la mano. E dato che, insomma, esagerava un po’, Ra dovette escogitare un piano per calmarla. Quale miglior modo di rilassare i nervi di una buona bevuta in compagnia? Gli dei decisero di farle bere molta birra con l’inganno. Mentre Shekmet dormiva, il mondo fu inondato di birra tinta di rosso. Così la dea, al risveglio, la credette sangue e, accecata dalla propria ferocia, la bevve tutta quanta. Dopo di ciò si ammansì e si fece più tranquilla.

Shekmet non è però solo la dea della guerra. È anche la dea del sole e della guarigione. È conosciuta come Signora del terrore, ma anche Signora della Vita. In questa figura incontriamo quindi due caratteristiche del femminile: la distruzione e la guarigione, l’annientamento la cura. Che ne è oggi di Shekmet? Se è vero che i miti s’incarnano nel nostro presente, come sarebbe piaciuto a James Hillman, potremmo addirittura pensare che la bimba, posta alla fine della fila, altri non sia che l’incarnazione simbolica, ma presente e viva di Shekmet in persona!

Se ai nostri occhi le antiche statue appaiono immobili e morte nella loro rigidità, lei invece è vera e viva, e anche se le scimmiotta soltanto e in realtà non sembra come loro austera e terribile, ha però dalla sua il principio di vita. Hegel diceva che l’arte egizia ha come principale caratteristica quella di essere enigmatica. L’enigma è il suo tratto distintivo e dal punto di vista di Hegel questo non è certo un complimento. Infatti gli egizi, secondo Hegel, non riuscirono a esprimere pienamente l’idea, restituendole una forma chiara e limpida, assoluta. In loro permane la tensione del mistero.

È però facile intuire che proprio questo fatto, che nell’arte egizia il mistero resti parzialmente non detto, e sia perciò rispettato e affidato puramente all’immagine e alla forma, seppure stilizzata delle figure, finisca per stuzzicare invece il nostro immaginario contemporaneo, e anche parecchio. Mi spiego meglio. Per Hegel il bello è l’apparire sensibile dell’idea. L’arte egizia è arte simbolica, perché essa permane un residuo di materia che è decisamente “sorda” a rispondere al volere dell’artista e del pensatore, e perciò non si lascia ridurre facilmente all’assoluto. Eppure è proprio in questo residuo, in questo scarto irriducibile al pensiero, che si annida forse, secondo il nostro immaginario contemporaneo, il seme di una verità che resiste alla hybris del pensiero razionale.

Come dicevamo al principio (si veda l’introduzione, nella prima puntata di questo saggio ndr), per i pensatori romantici è proprio il concetto d’ironia quello che resiste all’assoluto, introducendo in esso uno sbreco, una macchia che costringe ad arrendersi, a tornare indietro, e quindi ad aprire altre prospettive. Per Solger, ad esempio, che era un filosofo romantico, l’ironia era la sola via d’uscita, il punto di fuga dal sistema hegeliano. Non la falsa ironia, che conduce al mero ridicolo, ma  quella vera, che ardisce mostrare il concetto nel sensibile, non contro di esso. Ironia è il tramontare dell’idea nella realtà, come è stato detto (Franzini), essa è in certo senso l’essenza stessa della bellezza, perché mostra la distanza incolmabile tra finito e infinito e mostrandola, senza pretendere di colmarla, l’avvicina.

Nell’ironia particolare e universale non si sopprimono a vicenda ma, in un continuo balancement, vivono della loro contraddizione, tenendo desti gli opposti in un continuo movimento dialettico e vitale. In questo senso la fotografia di Erwitt è ironica, per eccellenza, e nel senso più profondo e fecondo del termine. E così, alle soglie di un antico tempio, finisce il nostro viaggio, senz’altro ironico e pieno di sorprese. La bambina viva e divertita, ultima donna dopo le incarnazioni di Sekhmet è un bel modo per chiudere il nostro breve excursus. Qui, ironicamente, Erwitt mostra l’austerità e rigidità delle antiche statue, cui si contrappone la vitalità giocosa della bambina. Mostra l’enigma della dea che viene dal passato, contro la disarmante semplicità della piccola umana. Eppure non c’è solo la contrapposizione tra le figure, c’è anche una riposta armonia che le lega come un patto segreto le une alle altre.

La dea dona alla bimba la sua eredità di antichi arcani, e la fanciulla, in cambio li rende ancora una volta vivi e li porta nel mondo. L’apparente tensione tra le due figure si risolve perciò in un movimento che ha insieme la forma del gioco e la potenza del mistero.  È questa dialettica il segreto, nascosto dietro al sorriso, dell’ironia.

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.