Investire in arte: una rivoluzione chiamata Feral Horses

Il team di Feral Horses: da sinistra: Lise Arlot (CMO); Christian De Martin (CFO); Romano Oliveri (Art Director) e Francesco Bellanca (CEO).
Il team di Feral Horses: da sinistra: Lise Arlot (CMO); Christian De Martin (CFO); Romano Oliveri (Art Director) e Francesco Bellanca (CEO).
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C’erano una volta l’Orso e il Toro poi un giorno… arrivò un branco di Cavalli Selvatici e la “mitologia” della finanza aprì all’arte. Sì, perché da ieri è online, all’indirizzo www.feralhorses.co.uk, Feral Horses (cavalli selvatici), la nuova piattaforma italo-francese di trading online che promette di rivoluzionare quello che oggi è il mondo degli investimenti in arte. Per prima cosa dando trasparenza e liquidità al mercato dell’arte così da rendere più facile l’avvicinarsi all’investimento in arte. «La sfida è di quelle importanti – spiega il livornese Francesco Bellanca, CEO di Feral Horses – ma crediamo fortemente che il mercato stia affidando a nuove realtà gli oneri ed onori di accettare le sfide più complesse, quindi la trasparenza e la liquidità, ma anche il coinvolgimento degli artisti e l’entry level (la soglia minima di investimento). Tutte sfide che da decenni ormai vengono discusse, ma che hanno visto poche proposte credibili».

Nicola Maggi: Come pensate di muovervi per far breccia in questo mondo?

Francesco Bellanca: «Siamo dei grandissimi ammiratori della trasparenza e pensiamo che il mercato necessiti di miglioramenti significativi sotto questo aspetto. Ad oggi le uniche realtà trasparenti sono le case d’asta, che però rappresentano solo il 15% circa del mercato dell’arte. Tutto il resto vive in una opacità di cui beneficia solo un piccolo numero di persone rendendo, oltretutto, il mercato poco efficiente. Basti pensare che, parlando di liquidità, uno degli articoli accademici più quotati quando si guarda all’arte come investimento, “art as a floating crap game”, analizza il mercato prendendo come statisticamente rilevanti le opere che sono vendute almeno due volte nel giro di 300 anni. Ora, magari avremo spazio per parlare del connubio art&data, ma l’illiquidità del mercato, tra le altre cose, ci impedisce di analizzare il mercato stesso con un livello accettabile di precisione, che nell’era dei data e dei Big data, è un peccato. Noi, grazie al concetto di vendere quote di opere d’arte riusciamo a dare una svolta per quanto riguarda le complessità che ho menzionato: essendo un mercato digitale siamo in grado di dare trasparenza, di facilitare i processi di compravendita aiutando la liquidità e diamo la possibilità a tutti di investire, visto che una quota rappresenta lo 0.1% di un’opera e che può quindi costare anche meno di 10€».

N.M.: L’idea di suddividere le opere in quote acquistabili da uno o più collezionisti non è nuova nel campo degli investimenti in arte. Cosa differenzia Feral Horses dalle altre piattaforme che operano nello stesso campo?

F.B.: «L’idea in sé delle quote non è nuova al mondo dell’arte, quello che è nuovo è il connubio tra vendita di quote e affitto delle opere d’arte. MyArtInvest, per fare un esempio, vendeva quote di opere d’arte ed aveva provato ad implementare, in maniera abbastanza goffa, un concetto di time-sharing delle opere (ovvero la possibilità di avere le opere in casa per un lasso di tempo proporzionale alla percentuale di azioni che si detiene). Noi, invece, le opere d’arte le affittiamo, creando un profitto che viene poi distribuito proporzionalmente tra gli utenti che hanno acquistato delle quote. Un altro punto di discontinuità con quello fatto fino ad oggi da altre realtà è il fatto che le opere in vendita nel mercato primario, ovvero quando l’artista vende agli utenti per la prima volta, sono acquistabili per un determinato lasso temporale: 45 giorni, ad oggi. Questo vuol dire che se alla fine di quei 45 giorni non viene raggiunto il minimo di quote vendute che viene stabilito dall’artista, l’opera non viene venduta, e coloro che hanno acquistato quote di quell’opera vengono rimborsati. Se invece supera la soglia minima, la vendita si perfeziona e l’opera entra a tutti gli effetti nel circuito di Feral Horses, diventando di fatto commerciabile sul mercato secondario».

Francesco Bellanca, CEO di Feral Horses

Francesco Bellanca, CEO di Feral Horses

N.M.: La vostra proposta artistica punta tutto sugli artisti emergenti. Come li selezionate e che caratteristiche devono avere per essere adatti al tipo di transazione che proponete ai vostri clienti?

F.B.: «La nostra proposta artistica di partenza è il frutto di una ricerca che ha impegnato il nostro art director (il fiorentino Romano Oliveri, ndr) per più di tre mesi. Il processo ci ha portato ad un numero di artisti emergenti provenienti da percorsi diversi, alcuni accademici altri no, alcuni già internazionali, altri no. Il fil rouge che li collega tutti è il fatto che condividano con noi una visione di come il mercato dell’arte si trasformerà nei prossimi 10-15 anni. Il focus centrato sull’artista e la possibilità di essere coinvolti anche nella parte economica del mercato dell’arte, così da poterla affrontare senza esserne succubi è uno dei punti che ci sta più a cuore, e gli artisti devono condividere con noi questo aspetto. Un altro elemento importante, per noi, è il concetto di contemporaneità. Potremmo stare a parlarne per ore, di cosa voglia dire, di cosa pensiamo voglia dire e di cosa speriamo che possa voler dire essere contemporanei, ma ci saranno altri momenti per farlo. Brevemente: gli artisti che sono contemporanei hanno, nella nostra visione, la necessità di capire il contesto socio-economico-politico, il che può voler dire molte cose. Sia che un artista critichi la contemporaneità sia che la incensi deve sempre tutto partire da una profonda comprensione del contesto. Questo per noi è fondamentale».

N.M.: Quanti sono oggi gli artisti già inseriti su Feral Horses?

F.B.: «Siamo partiti con una selezione di 10 artisti con percorsi diversi, che lavorano con diversi medium e che hanno prezzi diversi, ma che condividono, tutti, la visione che abbiamo anche noi del mercato dell’arte. Condividiamo con gli artisti che lavorano con noi un senso di appartenenza ad un’idea di come il mercato sarà nel prossimo futuro. Ed è per questo che diamo voce a loro il più possibile, anche sui nostri canali di comunicazione».

N.M.: Entrando più nel dettaglio del vostro progetto, Feral Horses ha una struttura che ricalca la suddivisione tra mercato primario e secondario che ritroviamo anche nel mondo reale. Ci spieghi meglio come funziona il meccanismo?

F.B.: «Feral Horses è una piattaforma di investimento e trading in arte dove le persone possono, invece di comprare un’opera d’arte intera, comprare quote della stessa. Gli utenti possono quindi acquistare una percentuale della proprietà dell’opera (con un minimo allo 0.1%). La piattaforma si divide, come dicevi giustamente te, in mercato primario e mercato secondario. Nel mercato primario gli utenti della piattaforma possono comprare quote delle opere d’arte direttamente dagli artisti. Le quote hanno un prezzo fisso, deciso dagli artisti, ed esiste un minimo di quote (threshold) che devono essere vendute per validare la vendita. Se alla fine del periodo di vendita – 45 giorni – non e stato venduto il numero minimo di quote la vendita non va a buon fine e gli utenti vengono rimborsati dei loro investimenti. Se invece la vendita avviene, l’opera viene spostata nel mercato secondario. Da quel momento in poi chiunque abbia comprato delle quote può decidere di metterle in vendita al prezzo che ritiene più opportuno. Le offerte di vendita sono  visibili sul mercato secondario e tutti gli utenti hanno la possibilità di accettare e comprare le quote che vengono messe in vendita. In tutto questo processo digitale, le opere d’arte “fisiche” vengono gestite da Feral Horses, che le propone per essere affittate a clienti business e privati, generando profitto. Il profitto viene poi diviso proporzionalmente tra gli azionisti delle opere».

La Home di Feral Horses

La Home di Feral Horses

N.M.: Visto che stiamo parlando di investimento in arte c’è una questione che non posso non affrontare. Perché ci sia un guadagno il valore economico deve crescere in qualche modo, ma i meccanismi di generazione del valore nel mercato dell’arte non sono così “codificati” come quelli che si possono ritrovare nella finanza. Un problema, questo, che affligge anche il mondo degli Art Fund. Come lavorerete perché ciò avvenga e i vostri clienti guadagnino?

F.B.: «Mi permetto di ampliare velocemente il presupposto della domanda, che trovo molto interessante. Ad oggi le variabili di art pricing sono, appunto, praticamente impossibili da utilizzare in un’ottica di previsione di andamento di mercato. La domanda diventa: perché? La risposta è abbastanza semplice e si riferisce all’illiquidità del mercato: il numero di transazioni per ogni singola opera e talmente basso che porta anche il più fine data analyst ad avere problemi nello studio. La nostra idea, il nostro approccio vuole in primis andare a rivoluzionare quell’aspetto. Avendo transazioni sperabilmente settimanali se non addirittura giornaliere, possiamo finalmente avvicinarci al numero necessario di data points per poter iniziare a studiare meglio le variabili del mercato. L’altro punto cruciale rimane ovviamente quello dell’affitto delle opere. Creando un guadagno dall’affitto riusciremo a portare una liquidità tale da permettere agli utenti sulla piattaforma di scegliere se puntare sugli affitti o su transazioni magari più a breve termine».

N.M.: Non temete che si generi un effetto speculazione che, nel medio-lungo periodo, possa danneggiare la carriera degli artisti?

F.B.: «La speculazione può essere un problema se diventa l’unico driver del mercato, ma se gestita in maniera moderata ha l’effetto positivo di creare liquidità all’interno del mercato. Liquidità che ci permette di avere sufficienti transazioni che, combinate con dati esterni alla piattaforma, ci consentiranno di fare approfondite analisi di network, permettendoci di aiutare gli artisti nelle loro scelte online e offline».

N.M.: Un approccio etico dunque…

F.B.: «Ci proviamo. La nostra idea è di aiutare gli artisti che lavorano con noi il più possibile. E le analisi che saremo in grado di fare saranno uno dei nostri più grossi asset, per quello vorremmo condividerle con gli artisti».

Feral Horses in 5 mos

Feral Horses in 5 mos

N.M.: Tra gli incentivi che dovrebbero portare ad usare la vostra piattaforma c’è quello che chiamate Patronage 2.0. Mi spieghi meglio di cosa si tratta?

F.B.: «Il mecenatismo sta un attimo sparendo dal panorama contemporaneo. Gli artisti non basano più (fortunatamente mi viene da aggiungere) la loro ricerca artistica in base alle direzioni del mecenate, e questo è appunto un bene. E’ anche vero però che nel processo si perde la parte più positiva del mecenatismo, ovvero l’idea di sostenere l’artista da un punto di vista economico, così da consentirgli di creare. Ecco, in questa ottica su Feral Horses proviamo a creare un mecenatismo digitale: ad oggi vuol dire che diamo all’artista l’80% del venduto, ma nel prossimo futuro l’idea è di dare la possibilità agli artisti di mettere in vendita opere ancora da iniziare che, una volta finite, verranno immediatamente inserite nel circuito Feral Horses».

N.M.: Un’ultima domanda… e se uno volesse comprare l’opera tutta per sé e mettersela in casa?

F.B.: «Questa è una domanda che riceviamo spesso, e capiamo ovviamente l’interesse di alcuni collezionisti che potrebbero voler effettivamente portare l’opera fuori dal circuito di Feral Horses. Stiamo valutando delle possibili implementazioni del concetto di Opa all’interno del nostro mercato, ma per il momento non sarà possibile comprare la totalità dell’opera per portarsela in casa. Abbiamo addirittura inserito un tetto (20%) per le quote acquistabili da una singola persona nel mercato primario. In un futuro prossimo diventerà verosimilmente possibile, senza però diventare la norma. Non siamo una galleria online, né abbiamo intenzione di diventarne una. Di gallerie online e offline ne esistono molte, tante ben curate e gestite che fanno un ottimo lavoro; ma non è quello che vogliamo fare noi».

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

4 Commenti

  • Gianluca ha detto:

    Carissimo Dott. Maggi,
    se devo essere sincero…non ho capito niente di questo nuovo progetto. Mi scusi ma chi prende in affitto opere..alberghi, un centro congressi…ma si genera guadagno??? Comprato le quote dell’opera non spendo più niente??? Aspetto a casa i miei dividendi??? Mah!! Purtroppo esiste anche il gusto del possesso che come dice Battiato “che fu ore alessandrino” ….scusi la mia ignoranza….auguri a tutti!!!

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Buongiorno. La risposta alle sue tre domande è “sì”. Poi ovviamente si tratta di un progetto che non ha come target il “collezionista” nel senso classico del termine ma chi compra arte come investimento puro e semplice: non si tratta, infatti, di una piattaforma per l’acquisto fisico di opere. Non è una questione di ignoranza, semplicemente credo che sia un progetto che non si rivolge a chi, come lei o me, ha un sano gusto per il “possesso”…

    • armellin ha detto:

      Iniziativa traballante ho già fatto notare che la login al sito crea problemi per la password, preferisco il collezionista tradizionale che arriva, posa i soldi sul tavolo e ritira l’opera con fattura e in regola con le tasse, l’affitto ne sa tanto di puttana e di queste sinceramente ce ne sono già troppe sia in strada che nella vita burocratica quotidiana e ovviamente on line !

  • marco meneguzzo ha detto:

    iniziativa interessante, ma che differenza ha con un fund atto all’investimento in arte? mi tengo il mio sano ‘possesso’ e vivo felice

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