Fotografia: i racconti architettonici di Elena Franco

Elena Franco
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Sono passati solo pochi mesi dalla prima volta che vi ho parlato di Elena Franco. Era maggio e stava per aprirsi il MIA – Milan Image Art Fair 2014, dove la giovane architetto/fotografo torinese era tra le proposte della fiera internazionale di fotografia. Allora presentava un lavoro molto intimo – Cauti racconti immaginari – che aveva colpito la mia immaginazione, interessato come sono alla memoria degli oggetti e delle case antiche. Fu solo un primo contatto che, come spesso avviene, si è tramutato nel tempo in “attenzione” per il lavoro di questa fotografa che tra pochi giorni, il 27 ottobre, inaugurerà un’interessante personaleI Luoghi della cura: architetture e tesori d’arte da valorizzare – allestita nell’atrio dell’aula magna dell’Università di Milano e frutto di un lavoro che Elena porta avanti da circa tre anni e attualmente in progress.

Elena Franco

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Ancora una volta Elena Franco usa la fotografia come strumento di conoscenza, per portare all’attenzione delle persone aspetti della realtà trascurati o poco visibili. Nel lavoro del MIA erano le storie di un antico palazzo, questa volta sono gli antichi ospedali italiani e francesi che, destinati ad altro uso, vivono in un momento di crisi identitaria e mnemonica, come ci spiega in questa breve intervista.

Nicola Maggi: Come nasce l’idea di questa tua indagine sugli antichi ospedali?

Elena Franco: «Come sai, di base sono un architetto e mi occupo di valorizzazione urbana e del territorio. Nel 2012 alcuni colleghi francesi che stavano lavorando ad un progetto di trasformazione dell’Ospedale Hôtel-Dieu di Lione mi hanno contattato per chiedermi di organizzargli una visita all’Università di Milano e al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. In un primo momento mi sono chiesta quale fosse il motivo di questo interesse. Poi, mi sono detta, certo, perché sono antichi ospedali. Il primo era l’Ospedale Maggiore Ca’ Granda di Milano e l’altro l’Ospedale Maggiore San Giovanni di Torino. E’ nato così un approfondimento in cui ho sviluppato il tema della perdita di memoria di questi luoghi in un momento in cui era iniziato un processo di dismissione di questo patrimonio, un po’ in tutta Europa, per la sua trasformazione. Il lavoro che presento a Milano è, nato, quindi come un lavoro, in primo luogo, di documentazione, pensato per attivare un’attenzione su questo tema».

Elena Franco, Hôtel-Dieu, Lione

Elena Franco, Hôtel-Dieu, Lione

N.M.: E poi in cosa si è trasformato…

E.F.: «Ho iniziato questo lavoro realizzando quella documentazione tra Torino e Milano che serviva ai colleghi francesi. Poi ho avuto l’opportunità di visitare l’Hôtel-Dieu di Lione che era chiuso dal 2010. E l’ho visto quando ancora stavano facendo i rilievi e gli approfondimenti necessari alla sua trasformazione. Per cui questo enorme ospedale era lì, come cristallizzato, e l’ho potuto girare tutto da sola. E’ nata così la necessità di capire di più come mai, soprattutto in Italia, non abbiamo conservato la memoria di questi luoghi. Li abbiamo trasformati, punto e basta. Sono convinta che se andassi a chiedere agli studenti della Statale di Milano che cos’era in passato quell’edificio in cui studiano ogni giorno, nessuno saprebbe dirmi che quello era stato l’Ospedale Ca’ Granda, un vero e proprio modello ospedaliero per la sanità in Europa. E comunque, era anche un luogo in cui si esercitava il potere e molto collegato alla vita cittadina. Da lì ho iniziato un pellegrinaggio in altri siti e mi si è aperto un mondo. Perché tutti questi luoghi conservano non solo una pregevole architettura, ma anche tutto un patrimonio culturale e artistico spesso sconosciuto. Rimanendo alla Ca’ Granda, ad esempio, sono pochi i milanesi che sanno che qui ci sono 900 ritratti di benefattori, uno de quali in questo momento è esposto nella mostra su Segantini: una carrellata di ritratti che va dal Quattrocento al 2005. Una cosa pazzesca che non ci si immagina neanche».

Elena Franco, Quadreria dei benefattori, Ca' Granda, Milano

Elena Franco, Quadreria dei benefattori, Ca’ Granda, Milano

N.M.: Questo tuo andare alla ricerca della memoria di certi edifici e della loro identità è un tema che avevi già affrontato anche con il lavoro I cauti racconti immaginari, presentato all’ultima edizione di MIA…

E.F.: «Quello era un lavoro molto più personale che è nato per caso. Ognuno di noi ha delle deformazioni: nel mio caso si tratta di un attaccamento agli edifici. Così, mentre cercavo un’abitazione per un’amica, sono arrivata a questo edificio che, in realtà, era un palazzo cinquecentesco posseduto sempre dalla stessa famiglia che poi l’ha messo in vendita. E alla fine ne ho comprato io un pezzo e con la mia famiglia abbiamo deciso di buttarci in questa avventura e, ancora un volta, mi si è aperto un mondo: ho trovato tantissimo materiale e le foto che ho portato al MIA sono veramente solo la punta di un iceberg. In questo momento, ad esempio, sto facendo degli studi sulla grande guerra perché uno degli abitanti della casa era un tenente e ho ritrovato le lettere e le cartoline che scambiava con la sua futura sposa. Mi sono quindi messa ad indagare i luoghi della prima guerra mondiale che lui ha visitato. Parallelamente sto facendo approfondimenti su un pittore che probabilmente ha affrescato l’intero edificio e che è misconosciuto anche lui…».

Elena Franco, Cauti racconti immaginari #1, 2013

Elena Franco, Cauti racconti immaginari #1, 2013

N.M.: Tutta una ricerca di storie che si intrecciano…

E.F.: «Sì. E in realtà anche il tema degli ospedali , che ha un taglio più architettonico ed è diverso anche come foto e come presentazione, fa emergere tutto questo mondo di persone che hanno ruotato attorno a questi edifici ospedalieri, a partire dai benefattori. Riporto alcune immagini di ritratti o di busti per far soffermare le persone su questo aspetto, perché non so quanti riflettano su questa figura del benefattore, legata al tema della città o del sociale. Ma anche sugli archietti e sugli aspetti più medici e legati alla cura che aleggiano in questi edifici».

N.M.: La mostra di Milano, peraltro, ha un allestimento molto particolare…

E.F.: «E’ un’impostazione che replico in tutti i luoghi in cui espongo questo lavoro. A Napoli, ad esempio, ho usato le bacheche, bellissime, dell’Ospedale. A Milano, invece, utilizzo il materiale dell’Università e la mostra è allestita in un corridoio perché l’intento è proprio quello di riutilizzare quei luoghi e di far riflettere le persone su quello che erano e su cosa sono diventati. Mi avevano proposto di farlo in luoghi chiusi, sorvegliati e, magari, anche migliori per la resa di un lavoro fotografico, ma alla fine anche con i responsabili abbiamo optato per questa soluzione. Una scelta che dà in pasto, è proprio il caso di dirlo, la mostra al pubblico, a quella comunità. Chissà che cosa succederà, sarà divertente vederlo, magari qualcuno scriverà sulle foto o le porterà via…»

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