La Fotografia in Italia: uno specchio appannato

Il critico Roberto Mutti, protagonista assieme a Fabrizio Capsoni ed Ettore Molinario del dibattito sul collezionismo di fotografia che ha chiuso l'edizione primaverile del Photofestival 2015
Il critico Roberto Mutti, protagonista assieme a Fabrizio Capsoni ed Ettore Molinario del dibattito sul collezionismo di fotografia che ha chiuso l'edizione primaverile del Photofestival 2015
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«Se si potrà trovar migliore definizione per descrivere lo stato della Fotografia in Italia? Ce lo dirà il Tempo! Adesso è come lo specchio della nostra Cultura, un po’ appannato». Questa è la nota con cui il critico Roberto Mutti ha salutato, quasi simbolicamente, il pubblico intervenuto al dibattito sul collezionismo di fotografia organizzato dalla Galleria Pisacane Arte e che, il 20 giugno scorso, ha chiuso la sezione primaverile di Photofestival 2015. Moderata dal fotografo e curatore Fabrizio Capsoni, la conversazione, che oltre a Mutti – da poco direttore del Dipartimento di Fotografia di Finarte – ha visto anche la partecipazione del collezionista Ettore Molinario, ha messo subito in evidenza la differenza principale che esiste tra il mercato italiano e quello degli altri Paesi. Differenza, ha commentato Roberto Mutti, che si lega principalmente «alla base culturale in cui è cresciuta la fotografia e alla condivisione della conoscenza di questa arte». E, facendo un paragone con Francia ed Inghilterra, che hanno dato i natali alla fotografia, ha sottolineato come in Italia questa non abbia ancora raggiunto una vera e propria autonomia dalle altre arti. Situazione, ha proseguito Mutti, che riflette a pieno quello che è lo stato delle Istituzioni e quindi del mondo della critica fotografica nel nostro Paese. «In Italia – ha commentato il critico – non ci sono molti luoghi autorevoli dove poter educare la società, di cui faccio parte anch’io, a questo genere di arte, e quindi non è possibile pretendere un approccio diverso dall’attuale quando si parla di fotografia. Tanto più quando si parla di autori e del contesto che ha generato quell’immagine». Risulta quindi evidente che anche gli addetti ai lavori mancano di una formazione culturale, sia che si parli di galleristi, di autori o di critici.

 

In Italia manca una cultura della fotografia…

 

La mancanza, in Italia, di una cultura fotografica è stata uno degli elementi ricorrenti nel dialogo con Ettore Molinario che, parlando delle proprie esperienze, ha affermato: «Da collezionista, anche se ho sempre agito “di pancia”, se non avessi avuto costanza e curiosità per la storia e la tecnica della Fotografia, oggi non riuscirei neanche a capirne l’evoluzione e tanto meno ad individuare quello che potrebbe diventare un autore significativo in futuro. Se non conosci non apprezzi. Tanto meglio investire in qualcos’altro!». Una carenza di cultura e di informazione, solo in parte calmierata dall’avvento di internet, come ha sottolineato sempre Molinario. «Senza il web – ha affermato – non avrei modo d’informarmi così bene. Sarei ancora qui a cercare di capire la storia, la veridicità e, non ultima, la quotazione di una fotografia o di una stampa». La questione dell’accrescimento culturale parte, come ha aggiunto Mutti, anche dalla base dell’insegnamento della Fotografia, in quanto arte e mestiere che va studiato e conosciuto attraverso un percorso didattico -pratico «e costantemente approfondito», sostenendo le parole di Molinario sulla rivoluzione portata da internet.

Un momento dell'incontro alla Galleria Pisacane Arte di Milano. Da sinistra: Ettore Molinario,  Fabrizio Capsoni e Roberto Mutti

Un momento dell’incontro alla Galleria Pisacane Arte di Milano. Da sinistra: Ettore Molinario, Fabrizio Capsoni e Roberto Mutti

 

…ma anche una cultura di mercato

 

Quello “culturale”, però, è solo uno dei mali che affligge, nel nostro Paese, un mercato della fotografia che stenta a decollare anche a causa degli intermediari (galleria & co.) che vi operano e verso i quali, i tre relatori, hanno avuto parole di rimprovero. In primo luogo per tutti quegli addetti che non credono/puntano ad un rapporto di medio-lungo termine con i fotografi. «Spesso – ha messo in evidenza Roberto Mutti – non c’è fermezza di rapporti o coerenza nella scelta delle collezioni.  Per non parlare dei prezzi: in Italia manca una vera e propria regolamentazione». Non meno duro l’intervento di Fabrizio Capsoni, che ha sottolineato come in Italia servirebbero più «addetti che si comportano da mecenati che non mercanti attenti solo alle mode del momento». Un problema, questo, è bene dirlo, che in Italia non affligge solo il mercato della fotografia, ma quello dell’arte in generale. «Questo è l’effetto – ha aggiunto a tal proposito Molinario – di quanto detto sulla cultura fotografica in Italia». Lo specchio di ciò, ha aggiunto, sono proprio le gallerie ed i galleristi, spesso più attenti alla resa economica di un autore nel breve periodo che non ai frutti che potrebbero raccogliere nel tempo: «E’ un susseguirsi di autori, anche interessanti, ma che non permangono. Quindi non hai modo di conoscerli per apprezzarne il lavoro». La conseguenza è una scarsa attenzione verso l’autore meno conosciuto che rappresenta per il sistema delle gallerie in Italia un investimento troppo rischioso rispetto ad Autori conosciuti ed affermati.

 

Una nota dolente chiamata “tiratura”

 

Parlare di mercato e collezionismo, non poteva che portare la discussione su temi caldi come quelli della riconoscibilità e del valore di un’opera fotografica. Argomento delicato su cui è intervenuto prontamente Roberto Mutti facendo riferimento al suo lavoro da Finarte: «Sto preparando una prossima asta di Fotografia, che si terrà a novembre, e se una stampa non porta una firma e un timbro, oltre alla certificazione, la scarto a priori. E’ un’opera sconosciuta». Mentre Molinario ha detto la sua su un’altra questione sempre molto dibattuta nel mondo della fotografia: quella della tiratura: «E’ un tema che si lega molto anche all’autore, nel senso che dipende dal tipo di lavoro che fa o ha fatto». «I fotografi di 100 anni fa – ha aggiunto in merito Roberto Mutti – non si ponevano queste questioni, erano più attenti ad altre cose, era un altro genere di fotografo e di fotografia. In questo caso si parla di stampe, di carte, di dagherrotipia, di lastre di vetro, comunque di oggetti che hanno un’altra storia rispetto alle “tirature limitate”». Tutti d’accordo, però, sul fatto che la scelta della tiratura limitata rappresenta un impegno importante, soprattutto da parte dell’autore. «Non sono poi così infrequenti gli “sforamenti” di tiratura – ha affermato ancora Mutti -, ma sinceramente ci rimette l’autore. Un po’ come i falsi: ma ne vale davvero la pena?». «In questo periodo in cui siamo circondati, quasi travolti, dalle immagini – ha concluso il critico –  ed abbiamo più obiettivi che fotografie da vendere, come dico un po’ goliardicamente ai miei studenti, ci sono altri mezzi per guadagnare con la fotografia, sia come arte che come mestiere».

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