Fotografia e mercato in Italia

Luigi Ghirri, Lido di Spina, 1973. Courtesy: Paola Borgonzoni Ghirri
Luigi Ghirri, Lido di Spina, 1973. Courtesy: Paola Borgonzoni Ghirri
Save pagePDF pageEmail pagePrint page

Qualche settimana fa, parlando della seconda edizione del libro di Denis Curti Collezionare fotografia, ci eravano lasciati sottolineando la necessità di “capire dove va e come va la fotografia nel contesto italiano”. Frase a cui vorrei, oggi,  riallacciarmi per riprendere la nostra riflessione sulla situazione del mercato italiano della fotografia.  E subito capiamo che prima di guardare avanti bisogna guardare un po’ indietro: da dove arriva la fotografia in Italia e di quali suggestioni ha vissuto? Chi l’ha incarnata e segnata? Ci limiteremo, a grandi linee, a quello che è successo nella seconda metà del Novecento, seguendo sempre gli input del testo di Denis Curti e non perché prima non ci fosse nulla di rilevante.

Il focus posto ad apertura della nuova edizione di Collezionare fotografia propone una carrellata storicamente corretta e la tentazione sarebbe di ripercorrere, uno ad uno, i nomi dei grandi fotografi citati (Ugo Mulas, Franco Vaccari, Mario Cresci, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico e via dicendo) ed evidenziare per ognuno il tratto distintivo; oppure analizzare la storia delle grandi riviste (Tempo, Epoca, Espresso, Mondo) che hanno formato la coscienza dell’immagine italiana nel secondo dopoguerra e le cui successive chiusure sono un po’ semplicisticamente addebitate all’avvento del mezzo televisivo. Oppure, potremmo ancora ripercorrere le manifestazioni espositive che dagli anni Sessanta provarono a introdurre il pubblico italiano ad un apprezzamento della fotografia in quanto tale (GAM di Torino 1973 Combattimento per un’immagine; Venezia ’79, La fotografia), ma che si rivelarono “fallimentari” in quanto esse stesse non erano ancora entrate appieno nell’idea della fotografia come arte, perlomeno per quanto riguardava autori italiani.

Combattimento per un’immagine, Inaugurazione, GAM, Torino, 1973, Archivio Fotografico Fondazione Torino Musei.

Combattimento per un’immagine, Inaugurazione, GAM, Torino, 1973, Archivio Fotografico Fondazione Torino Musei.

Invece citiamo solo due nomi: Mario Giacomelli e Luigi Ghirri. Riteniamo che il solo evocare i loro nomi porti alla mente di tutti, immediatamente, una chiara immagine dei loro stili, così diversi, così inconfondibili e così esplicativi della situazione nazionale. Il primo, Mario Giacomelli (1925-2000), considerato nel testo come esempio di eccellenza slegato da un contesto di “scuola”: i suoi campi arati in bianco e nero e le immagini di Scanno hanno stregato contemporanei e colleghi (lo stesso Cartier-Bresson volle visitare questo borgo abruzzese) fissando per i più Giacomelli in questo unico registro che, guarda caso, è proprio quello della serie “Scanno”(prodotta alla fine degli anni Cinquanta) acquisita già nel 1963 per il MoMa di New York dall’allora direttore Alfred H. Bass e da là rilanciata per la sua qualità in tutto il mondo, Italia compresa.

Mario Giacomelli, Presa di coscienza sulla natura, 1980. Stampa alla gelatina ai sali d'argento, dim. 30 x 40 cm.

Mario Giacomelli, Presa di coscienza sulla natura, 1980. Stampa alla gelatina ai sali d’argento, dim. 30 x 40 cm.

Il secondo, Luigi Ghirri (1943-1992), è invece esemplificativo di un lavoro compiuto sempre sul territorio, sempre di gusto intimista, ma dove il fotografo riuscì a riunire intorno a sé e alle sue visioni un gruppo di colleghi (Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Guido Guidi) che esplorando la nostra realtà, la indagarono e la declinarono e che, con la casa editrice Punto e Virgola (fondata da Ghirri stesso) riuscirono anche a divulgarla. Esemplare “Viaggio in Italia” del 1984 che, analizzando la provincia italiana, la fece diventare paradigma del paese intero, facendo così prendere all’Italia coscienza della sua identità più di molti studi sociologici. Ghirri alimentò e vivacizzò l’ambiente fotografico italiano dagli anni Settanta e in gran parte condizionò la visione del mondo di altri. Le atmosfere soffuse, morbide e malinconiche dei suoi paesaggi si ritrovano in migliaia di scatti di suoi epigoni, a volte addirittura inconsapevoli. Più di una volta mi è capitato di fronte a una foto di campagna brumosa commentare con un banale “Sembra Ghirri” e rendermi conto che l’autore conosceva a malapena il nome del maestro. Come mai? Non credo che sia solo ignoranza colpevole, ma credo che sia anche difficoltà di raggiungere gli oggetti (non solo fisicamente ma anche mediaticamente). L’opera di Ghirri, al di là del suo archivio il cui principale ruolo è certificare e garantire le stampe, è seguita dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia che per esempio quest’anno, all’interno di Fotografia Europea, per un periodo limitato e all’interno di una nutrita serie di altri eventi, ha allestito una mostra del maestro; ma come scrive Curti, l’ente opera fuori dal circuito commerciale; vale a dire che la sua azione mira alla conservazione e valorizzazione dell’opera agendo di fatto come un museo togliendo “dinamicità” alle sue opere.

Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, Bolzano, 1979

Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, Bolzano, 1979

Forse di nuovo l’estero ci insegna la via, se una serie di 23 stampe cromogeniche su “Atelier Morandi” di Ghirri, datata 1992 e firmata dalla moglie Paola, è stata messa all’asta da Sotheby’s di Parigi il 14 novembre scorso con una valutazione tra i 30.000 e i 40.000 raggiungendo quota 51.900 euro.

Se è vero che la valorizzazione dell’autore parte da un riconoscimento istituzionale storicamente bisogna dire che in Italia si è stati poco coraggiosi; è davvero dagli anni 2000 che qualcosa inizia a muoversi: il Macro di Roma che decide di inglobare il Festival della Fotografia di Roma ideato da Marco Delogu; il Maxxi che commissiona, da una decina d’anni, ad autori affermati campagne sul territorio; l’Istituto Nazionale della Grafica di Roma che, pur trattando fotografia dal 1975, solo nell’ultimo decennio ha iniziato a guardare al contemporaneo; il MuFoCo diretto da Roberta Valtorta che a dieci anni dalla sua istituzione già naviga in pericolose acque. A questi iniziano ad affiancarsi realtà non statali e con una mission più dinamica, di scoperta, ricerca e divulgazione: la Fondazione per la fotografia di Modena (2007); la Fondazione Forma per la Fotografia di Milano; fino ad arrivare agli ultimi nati: Camera di Torino e il Mast di Bologna sperando che il loro apporto possa vivacizzare il panorama italiano.

A detta di Curti la nuova politica di questi centri si muoverebbe sia sul fronte dell’acquisizione di fondi completi per poter avere il controllo totale sui diritti collegati alle immagini e poterne concertare una divulgazione più ampia (mostre, riproduzioni etc.) un po’ sull’esempio della Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi; sia sul fronte della catalogazione e dello studio esaustivi delle opere, per poter avere una rivalutazione economica del patrimonio realmente monetizzabile, cioè ottenere informazioni che diano modo di instradare in maniera finanziariamente soddisfacente gli oggetti verso il collezionismo e il mercato.

Chi colleziona, però, in Italia?

© 2014 – 2015, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

4 Commenti

  • Massimo Gurciullo ha detto:

    Pochi, collezionano in pochi perchè manca una vera tradizione.Mancano le gallerie e le mostre.Ce ne sono poche, al sud sono quasi assenti e quelle pochissime che ci sono stanno aperte per passione e non certo per profitto.

  • Nicola Maggi ha detto:

    Insomma.. come sempre siamo indietro anni luce rispetto al resto del mondo…

  • Ivano ha detto:

    Io credo che una buona parte della colpa della scarsa cultura fotografica che si riscontra in Italia sia proprio dei fotografi, che sono stati i primi a denigrare la fotografia e a considerarla una sorella minore, se non una sorellastra, di altre arti più nobili, come la pittura. Un’altra parte di colpa è sicuramente delle case costruttrici, che convincono le persone che non è il fotografo a fare la fotografia, ma l’attrezzatura. Infine, a mio avviso, un altro terzo della colpa è dovuto alla cultura italiana, incline a pittura, musica o letteratura, che fa chiedere agli italiani a un fotografo “…ma tu sei un professionista, hai lo studio…?”, mentre a un giudice scrittore o a un qualsiasi pittore questa domanda non viene mai fatta
    Tutto ciò fa sì che il collezionismo di fotografie sia visto come un atto senza senso, mentre per un qualsivoglia quadro, anche dell’amico pittore per diletto, non si esita a spendere 1000 o 2000 euro.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Visione interessante a cui, sinceramente, non avevo pensato. In effetti, la fotografia è uno strumento spesso archiviato come alla portata di tutti e raramente ricondotto, dai più, ad una pratica artistica. A differenza di quanto avviene con altri medium, nei confronti dei quali si è molto più rigidi.

I commenti sono chiusi