La fotografia “visionaria” di Matteo Guariso

Matteo Guariso nasce a Monza nel 1967. Oggi vive e lavora tra Udine e Milano.
Matteo Guariso nasce a Monza nel 1967. Oggi vive e lavora tra Udine e Milano.
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Vincitore di alcuni dei più prestigiosi contest fotografici mondiali, dall’International Photography Awards al Photoshoot Awards, passando per Unitedphotoindustries – The Fence, Matteo Guariso (n. 1967) è oggi uno dei nostri fotografi d’arte più affermati, la cui carriera inizia nel mondo delle Agenzie giornalistiche per le quali produce reportage su Celebrity, servizi di moda e progetti legati al mondo pubblicitario. La sua indole introspettiva e gli studi di psicologia, lo hanno ben presto portato ad appassionarsi e concentrarsi su un’attività di ricerca più “autoriale” che verte su temi di fotografia concettuale, “trasversale” ai segmenti canonici della fotografia: archeologia industriale, architettura, paesaggi e ritratti. Progressivamente è così arrivato a sperimentare e sviluppare una sua cifra stilistica; dove gli scatti, spesso in bianco e nero, vengono destrutturati e rimontati in sequenze iper-reali e surreali. Visioni astratte che si ricongiungono ad immagini in “super definizione”, dove le contaminazioni culturali nelle tematiche espresse vertono su suggestioni religiose, occulte e psicologiche. Dopo un primo rapido incontro tra i corridoi del MIA di Milano, ci siamo incontrati a Trieste per una chiacchierata sul suo lavoro e sui suoi progetti futuri.

Nicola Maggi: Immaginario, reale e simbolico sono i tre cardini su cui ruotano molti dei tuoi lavori. Ci racconti come nascono le tue immagini?

Matteo Guariso: «I miei riferimenti in questo senso si ispirano a Lacan: l’Immaginario è ciò che avviene nel pensiero, il Reale avviene fuori da noi, il Simbolico è il linguaggio che è struttura dell’inconscio. Attraverso i tre registri si articola il processo creativo che definisco “passivo”. Passivo in quanto la mia posizione creativa è di ascolto, ciò ovviamente non implica una sorta di inattività ma bensì il contrario. Le immagini scaturiscono da visioni generate nell’immaginario che prende spunto dal reale espresso attraverso il linguaggio simbolico. L’idea originaria affiora a volte lentamente, a volte immanentemente, completamente scevra da qualsiasi contestualizzazione materica. Vive come istanza propria, senziente. Diventando nitida, prendendo forma, colore e dimensione nella mia mente. Solo allora posso tratteggiarla sul mio taccuino denso di appunti e di note tecniche fino ad essere completa nel minimo dettaglio. Da quel momento passo alla fase di realizzazione che prevede la preparazione dello scatto, della post-produzione e della stampa. Sto parlando dei miei lavori di fotografia concettuale. L’espressione del linguaggio in un simbolismo inconscio, rivela una visione del reale che rende verosimile il soggetto non vero. L’uso di ottiche, che non replicano la visione umana, di tempi di otturazione prolungati e di altre tecniche di illuminazione, mi permette di trascendere i limiti della materia per come la conosciamo e di raffigurarla dall’interno, con una prospettiva onirica. Visionaria».

Matteo Guariso, Luce #1, 2016

Matteo Guariso, Luce #1, 2016

N.M.: Nei tuoi lavori passi da opere più concettuali, a ritratti, street Photography e paesaggi, con un amore particolare per l’archeologia urbana. come cambia il tuo approccio a seconda del soggetto?

M.G.: «Un punto dolente. Dico dolente con ironia, in quanto non lo è per me personalmente, ma è un tema che mi è stato contestato in molte occasioni. In qualche modo il fatto di essere eclettico nella tecnica, nei soggetti e  nei temi affrontati viene considerato negativamente, come una dispersione che va a scapito dell’autorialità. Effettivamente se fotografassi un solo soggetto sempre nello stesso modo sarei forse più riconoscibile, ma sinceramente non mi sono mai posto il problema. Il mio approccio come spiegavo prima è aperto, ricettivo, curioso e soprattutto visionario. Anche nelle immagini di street e di landscape e perfino in quelle di Archeologia urbana ed architettura non rinuncio alla componente simbolica. Quel che può variare è l’equilibrio, dei tre registri non la loro presenza».

N.M.: Molti dei tuoi lavori mi hanno fatto tornare in mente l’idea di montaggio intellettuale di Ejzenštejn alla cui base il regista e teorico russo poneva la tensione-conflitto tra due inquadrature, necessaria a creare nuovi concetti e nuove visioni…

M.G.: «Per Ejzenštejn la riproduzione pedissequa della realtà non aveva molto senso se non attraverso una rielaborazione interpretativa. Gli elementi di personale lettura generati dal conflitto dei piani, dei volumi, delle linee ed anche dei contenuti semantici genera la indispensabile miscela alchemica che conferisce vita alla stessa immagine attraverso il montaggio intellettuale. Personalmente credo che il conflitto presente nelle mie immagini sia una costante, nel bene e nel male.  L’interpretazione della bellezza genera un conflitto. La collisione fra l’infinita ed immota valenza salvifica della bellezza ed il limite materiale e concettuale della sua rappresentazione ne è un esempio sommario».

Matteo Guariso, On Iric, dalla serie d. ream.

Matteo Guariso, On Iric, dalla serie d. ream.

N.M.: Quali sono stati i maestri a cui hai guardato e che, in qualche modo, rappresentano le radici del tuo essere fotografo?

M.G.: «Sono stato folgorato a sedici anni da Newton, la sua decadenza, il suo raffinato voyeurismo mi affascinarono. Anche la sua ironia, ed anche June Browne – Alice Springs, sua moglie,  che lo ritraeva mentre lui ritraeva le sue modelle. Intelligente, amante di auto lussuose e della bellezza femminile, feticista… che dire… meraviglioso! Poi Mapplethorpe, così tecnico, pulito, metodico nelle sue nature morte, delicate e taglienti. L’uomo che ha trasmutato la pornografia in arte, per rimanere in tema di conflitto tra forma e semantica della forma. Voleva nobilitare con la perfezione dei corpi di Canova le dissacranti composizioni omo-erotiche che infrangevano manciate di tabù contemporaneamente. L’omosessualità, la pornografia, la morte, l’interrazialità. Continuo con Witkin, visionario e buio, così forte nelle sue immagini da rimandarmi ai dipinti di Bosch.  Adoro la staticità di Sugimoto. L’imponente dettaglio ieratico delle sue composizioni. Le trovo granitiche. Dogmatiche. Araki con i suoi scatti in live streaming. Perfino la sfrontatezza di Kern con la sua forma esplicita e le sue modelle realistiche. Poi, come un faro nella notte, amo Avedon in tutte le sue forme, la sua determinazione immobile. La perfezione della rappresentazione dell’imperfezione umana. Penn, mi commuove  sempre: delicato, sfumato e pertinente sempre. Mi fermo qui o non basterebbero venti pagine».

N.M.: Oggi sei un fotografo d’arte affermato, ma i tuoi inizi sono stati sulla strada…

M.G.: «Io ho cominciato come fotografo d’agenzia a Milano, prima di mani pulite. Per cui corse, scatti concitati ma anche personaggi dello spettacolo, attori, politici, personaggi della cultura. Un’ottima scuola. Di vita anche. Ti fa capire cosa sai fare, cosa devi imparare, cosa pensavi di sapere che non sai. Ma anche comprendere le sfumature, saper guardare, capire le espressioni dei volti. Anticipare. Allora si fotografava a pellicola e dovevi avere esattamente la cognizione di quello che facevi. Anche ora ovviamente, ma non c’era il conforto psicologico di avere subito l’esito dello scatto».

Matteo Guariso, oblivion #1

Matteo Guariso, oblivion #1

N.M.: Come è mutato il tuo modo di lavorare con l’avvento del digitale?

M.G.: «Beh è cambiato radicalmente. Sono cambiati i tempi di lavorazione che si abbreviano sempre di più. Le competenze si sono modificate, ampliate. Si è evoluto anche il contesto. Allora la fotografia era quella stampata. ora non più. O meglio. Lo è ancora, ma solo ad un certo livello, quello della fotografia d’arte e d’autore, che fa ancora la differenza. In Italia molti fotografi si occupano anche della post-produzione che non viene riconosciuta come capitolo di spesa aggiuntivo nella fotografia commerciale. Questo comporta una distrazione di competenze. Nella fotografia concettuale invece credo che il fotografo debba essere autonomo anche nella post-produzione ed essere coinvolto attivamente e consapevolmente anche nei processi di stampa».

N.M.: A cosa stai lavorando in questo momento?

M.G.: «Sto lavorando a una serie di progetti che mi stanno coinvolgendo a tempo pieno. Uno sui teatri italiani celebrati per la loro essenza architettonica e non solo come veicoli e luoghi dell’arte. Ancora in fase di studio poi un progetto che coinvolge il mondo delle modificazioni corporali e delle transizioni di genere sessuale. Un racconto intimo e profondo visto dalla parte dei protagonisti. Ed infine una serie di scatti che sviluppano da dettagli macro combinati insieme ed elaborati delle composizioni astratte che si ispirano a concetti psicodinamici come il transfert ed i meccanismi di difesa».

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

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