Gio Batta Meneguzzo: una collezione come valore identitario dell’esistenza dell’uomo

Ritratto di Gio Batta Meneguzzo davanti alla scrivania appartenuta allo zio don Tito
Ritratto di Gio Batta Meneguzzo davanti alla scrivania appartenuta allo zio don Tito
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Identikit del collezionista:

Gio Batta Meneguzzo, Malo (VI) - Collezionista e Anima del Museo Casabianca

Parlare con Gio Batta Meneguzzo è un’esperienza incredibile che trova sfumature rinnovate ad ogni incontro. Il tempo scorre piano insieme a lui e hai la possibilità di goderne a pieno, di perderti avanti e indietro in atmosfere inebriate di antichi sapori e sguardi decisamente d’avanguardia – quelli che lui stesso ha posto in essere nella realizzazione del suo museo.

Credo siano rare, oggi, le testimonianze di una tale capacità di pensiero, così profondamente lungimirante e al tempo stesso così radicalmente incatenata al territorio contemporaneo. Ma non voglio privarvi del privilegio di sentire questa storia direttamente dal suo protagonista, perciò passo subito la parola. Sedetevi comodi e preparatevi ad ascoltare.

Alice Traforti: Il Museo Casabianca, che raccoglie la tua immensa collezione di opera grafica, nasce nel 1978, ma tu hai iniziato a collezionare molto prima. Ricordi cosa ti ha spinto verso il mondo dell’arte contemporanea?

Gio Batta Meneguzzo: «L’amore per l’arte è qualcosa di innato, come una naturale predisposizione alla bellezza, ma si manifesta come interesse attivo nella persona che più sa raccogliere gli stimoli presenti nell’ambiente esterno. Io ho raccolto fin da bambino. Come quando, all’età di 6 anni, ho convinto e accompagnato mia mamma a prendere un quadro: “La fuga in Egitto” dipinta da un mio parente materno. A lui serviva per chiudere la bocca del camino di casa, io desideravo avere la possibilità di guardarlo ogni giorno. Ce l’ho ancora, appeso in casa, quel quadro.

Anche quando uscivo in paese qui a Malo, o meglio a San Tomio di Malo, e incontravo il pittore (Gueri da San Tomio – ndr) stavo a modo mio raccogliendo. Vedi, Alice, si deve proprio passare attraverso un processo di acquisizione di tutti questi elementi, a mio avviso. Nel mio caso c’era una simpatia iniziale per la pittura e per tutto il suo mondo, ma anche il fatto, per esempio, di aver avuto un prete in famiglia (lo zio don Tito – ndr) è stato molto importante. Lui, tra le altre cose, possedeva un mezzo di trasporto, una macchina Fiat 509! Capisci che allora non ce l’aveva ancora nessuno, non come oggi.

Lui mi portava con sé durante le sue visite, così avevo modo di vedere i quadri all’interno di molte chiese ed edifici. Fin da piccolo sono stato allenato ad avere confidenza con i quadri, ad avere questo mondo a portata di mano. Questo antefatto mi porta, verso gli anni ’60, precisamente al 1959 quando effettivamente io acquisto un quadro.

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Inizialmente ho comprato i quadri di quel pittore, Guerra da San Tomio, che per primo avevo incontrato fuori dalla porta di casa, ovvio. Oggi so con certezza che se io non fossi partito da qui, dal paesaggio con la fattoria e la gallina nella corte, non sarei mai potuto arrivare a Castellani, a Fontana, a Christo e a tutti gli altri. Proprio così: la mia simpatia per l’arte, il fatto di essere stato accompagnato e di aver avuto intorno qualche pittore, tutto il mio successivo viaggiare per vedere i quadri… tutto questo, forse, mi ha predisposto a tentare una via di vita.

Allora succede che, quando cominci a collezionare quadri, inizi con le “groste” (“croste” in dialetto veneto – ndr), ma come fai a capire, a sapere se sono opere d’arte?

Durante i miei viaggi a Milano, a Venezia… mi sentivo dire continuamente “Gio Batta, devi andare a vedere i Maestri! … Come quali Maestri? Guidi, Viani…“ e così via. E io sono andato, convinto che, entrando in contatto con questo gruppo di Maestri, avrei fatto sicuramente un passo avanti. Ma non era vero niente! Loro, i Maestri, mi avevano solo fatto capire che il loro punto di arrivo, lì dove erano arrivati con la loro ricerca, mi lasciava un po’ “in braghe de tela” (“in pantaloni leggeri” modo di dire del dialetto veneto – ndr) perché loro avevano fatto il proprio percorso ed erano scomparsi, ma io, che mi ero appena affacciato sul mondo dell’arte, lo dovevo invece cavalcare. Non potevo certo vivere sulle loro spalle.

Questo è stato il momento di coscienza in cui io stesso ho stimato il contemporaneo come qualcosa di vincolante, che non potevo ignorare. Lo dovevo vivere perché, se non fosse stato così, avrebbe significato la mia non esistenza».

A.T.: Dopo aver raccolto tanti piccoli pezzi di grandi narrazioni artistiche, frutto di intense frequentazioni e fortunati incontri, hai deciso di condividere la tua storia personale, e continuare a costruirla, attraverso il progetto del Museo Casabianca.  Vuoi raccontarci che cos’è, come nasce e perché?

G.B.M.: «La decisione di voler vivere nel contemporaneo mi ha portato fin da subito a guardare in faccia l’arte in questo stato di consapevolezza: non è importante il quadro grande o piccolo, a olio o su tela… ma si tratta piuttosto di un processo che si ingrana e si integra dentro la tua esistenza. La mia scelta di collezionista, dopo vent’anni di esperienza e sperimentazione, a un certo punto si è orientata sulla grafica ed è maturata nella creazione ufficiale del Museo Casabianca in quel 1978. Dico sempre una frase, emblematica per far capire il mio museo: per me l’allestimento del pieno è più importante del contenuto. Di quel gruppo di opere appese non devi guardare se è scritto Tizio, Caio o Sempronio… la prima cosa che conta è là come viene allestito.

[…] L’allenamento all’opera – toccandola, muovendola, spostandola, vivendola nel quotidiano… – determina l’esaltazione dell’opera stessa come soggetto narrante delle vicende del personaggio che le muove. Ecco perché la grafica ha una forza che non è uguale al suo valore di mercato. Con le piccole cose non si fanno confronti sui prezzi, ma solo sui nomi. Se guardo il tempo della mia collezione dagli anni ’60 ai ’90, circa quarant’anni di attività, mi rendo conto che non ho comprato un quadro perché rappresentava un’entità fisica oggetto di crescita economica, perché potesse un giorno valere milioni, ma per costruire un’identità.

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Capisci, sono io che esalto, che costruisco, scegliendo 1200 opere grafiche tra le 3000 che possiedo, mettendole lì in vetrina o sulle pareti. Non è altro che come i lego dei bambini: per me sono tutti uguali, li incastro, li metto uniti, li lascio là, li chiamo “pop art”… e poi affianco loro una cassa che avevo in casa, un tavolo, una stufa… che non dicono niente, eppure a un certo punto si integrano.

[…] Allora ti accorgi che l’opera del collezionista è un’opera inscindibile. In quel momento, la mia, diventa una collezione diversa dalle altre, diversa per qualità e per porzione di mondo. Anche la rarità costituisce elemento distintivo del Museo. La sua storia… quella l’ho scritta e raccontata nei “fogli” del Museo. Lì c’è tutto, anche una cronologia completa, anno per anno di attività, fino al 2008».

A.T.: La tua collezione si interrompe negli anni ’90, in occasione dell’allestimento pieno del 1998. Mi viene spontaneo tentare di capire quali siano le motivazioni di questa decisione, se sia direttamente connessa alla produzione contemporanea o se ci sia dell’altro.

G.B.M.: «La mia ambizione è sempre stata quella di rappresentare lo spaccato di un’epoca. Adesso, il motivo per cui non compro più altri quadri è molto semplice: non ho più il tempo biologico della verifica. Non posso più, a 90 anni come a 70, puntare su un giovane artista per capire cosa farà e come si evolverà la sua ricerca tra 30, quando non ci sarò più. Dove porteranno le sue idee, la sua visione di mondo a distanza di 50 anni? Allora non posso fare altro che portare avanti la mia scuderia di artisti e registrare tutte le loro mosse».

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A.T.: Ti riferisci all’attività del Museo come Archivio del contemporaneo?

GBM: «Proprio così. L’obiettivo di rappresentare uno spaccato contemporaneo, non è altro che la rappresentazione della vita quotidiana non per fare la storia dell’arte, ma quella del suo costume. Nel caso degli artisti, la prima è data dal grande capolavoro; il secondo, invece, scaturisce soprattutto da tutti quei non capolavori che sono stati necessari per giungere alla massima sintesi compiuta nel capolavoro. Cioè tutti quei pezzi maneggiati quotidianamente. Bene, se ora non dispongo più del tempo della verifica, allora torno indietro e faccio un altro importante lavoro. Quanti della mia scuderia di 1260 tra artisti e personaggi e soggetti presenti in Archivio, mi danno la possibilità di capire e rappresentare uno spaccato?

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E allora registro ogni pezzo di storia e la faccio vivere. Ogni settimana, io raccolgo la carta stampata per sapere che fine hanno fatto i miei artisti, per verificare, per non abbandonarli, pur non facendo più mostre. Hanno tutti il proprio spazio presso il mio Archivio, che rispecchia anche la mia creatività e il mio territorio. Io sono questo: un collezionista che ha trasferito la propria identità all’allestimento, ora collezionista archivista in provincia di Vicenza».

Gio Batta si è abbandonato ai ricordi e ai racconti e mi sono subito resa conto che non sarebbe stato facile condurlo dove volevo io. Così mi sono abbandonata all’ascolto totale, senza alcun ripensamento!

Ho dovuto tagliare molti pezzi sulla storia e sull’attività del Museo e dell’Archivio, ma confesso che l’ho fatto con piacere, perché voglio invitare tutti voi ad approfondire, ad andare a scoprirlo di persona.

Gio Batta e il suo tempo lento sapranno riportarvi in una dimensione dove l’arte si fa vita e si può respirarne l’autenticità.

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

1 Commento

  • marcoflòmeneguzzo ha detto:

    ‘…Gio Batta si è abbandonato ai ricordi e ai racconti e mi sono subito resa conto che non sarebbe stato facile condurlo dove volevo io…’ non si angusti non ci è mai riuscito nessuno, 😉

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