Se gli Stati “tirano il freno” alle esportazioni d’arte

Se gli Stati “tirano il freno” alle esportazioni d’arte
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Globalizzazione e prezzi in costante ascesa rendono sempre più difficile, per gli Stati, frenare l’emorragia di capolavori d’arte dai propri confini nazionali. I dati, d’altronde, parlano chiaro: dal 2000 ad oggi il valore delle esportazioni d’arte e antichità nel mondo si è praticamente triplicato raggiungendo, nel 2014, la cifra record di 27.5 miliardi di dollari. Ogni anno sono migliaia le opere che dalle collezioni private europee, e non solo, che prendono il volo disperdendosi nelle raccolte di mezzo mondo. E se Stati Uniti e Regno Unito sono i principali esportatori d’arte, cifre ragguardevoli di opere lasciano annualmente anche i confini di Svizzera, Francia e Cina, gonfiando le casse di un mercato che ormai ha superato i 60 miliardi di valore complessivo. Una situazione che ha iniziato ad allarmare e che sta portando in Europa una nuova ventata di proibizionismo per arginare la possibile fuga dai territori nazionali di opere d’arte ritenute patrimonio culturale. E’ quanto sta accadendo nel Regno Unito e in Germania dove, da mesi, si discute su nuove norme più restrittive per le esportazioni d’arte che potrebbero avere ripercussioni importanti sia sul mercato che sulla stessa produzione artistica. In particolare per quanto riguarda la Germania dove una nuova legge in approvazione ricorda molto da vicino il nostro sistema della Notifica.

 

Export: Londra chiede divieti temporanei più lunghi

 

Il fatto che il Regno Unito sia il principale esportatore di arte d’Europa non è un caso. Il sistema britannico per la concessione delle licenze di esportazione di opere d’arte è, infatti, generalmente considerato molto più equilibrato rispetto ai suoi omologhi del continente. Ma le medaglie, si sa, hanno sempre due facce e se questo stato di cose ha permesso a Londra di essere oggi una delle principali piazze del mercato, dall’altro, sta favorendo anche la fuoriuscita dai confini nazionali di veri e propri capolavori. Importanti opere di artisti come Rembrandt, Picasso, Poussin o Raffaello, negli ultimi anni, si sono disperse in collezioni straniere perché gli acquirenti britannici non sono riusciti ad emergere in tempo. Per questo il labourista Michael Dugher vuole che il divieto di esportazione sia esteso ad almeno due anni perché, dice, il sistema attuale sta “fallendo”. Attualmente, infatti, la legislazione inglese prevede un divieto temporaneo di esportazione della durata di 6 mesi (ma prorogabile per altri 6) durante i quali le istituzioni del Regno Unito possono raccogliere i fondi per corrispondere il prezzo di vendita concordato con un acquirente estero e salvare le opere “di straordinaria importanza” per la nazione. Adesso, però, il tempo concesso per la raccolta dei fondi sembra non essere più sufficiente perché, come ha spiegato Dugher all’Indipendent, «i musei in tutto il Paese hanno dovuto affrontare, dal 2010 ad oggi, tagli pesanti e non sono in grado di trovare i milioni necessari per salvare questi oggetti». E i dati sembrano dargli ragione: nel 2014 il Governo di sua Maestà ha bloccato temporaneamente le esportazioni di 22 opere d’arte per un valore complessivo di 13.9 milioni di sterline, ma solo 8 di queste sono state acquistate, mentre le altre se ne sono volate oltreoceano.

 

Berlino e quella proposta di legge che fa infuriare il mondo dell’arte

 

Chissà cosa pensano oggi tutti coloro che avevano salutato con gioia, nel 2013, la nomina a Ministro della Cultura della Storica dell’Arte Monika Grütters, il cui nome si lega oggi ad una proposta di legge per la protezione del patrimonio culturale che sta facendo discutere, e non poco, tutto il mondo dell’arte tedesco. E che ha fatto arrabbiare anche mostri sacri come Georg Baselitz e Gerhard Richter, pronti entrambi ad annullare i prestiti di opere fatti ai musei della Germania nel caso in cui la legge venisse approvata senza modifiche. Un’alzata di scudi, quella dei due artisti, che ha avuto il suo effetto, tanto che la Grütters ha fatto vari emendamenti alla sua nuova legge che oggi prevede il rilascio di una licenza per esportare al di fuori dell’UE opere d’arte con più di 50 anni e valutate da 150.000 euro in su e che introduce – questa la vera novità – la necessità di una licenza anche per l’export all’interno dell’Unione. In questo caso limitata alle opere che hanno almeno 70 anni e un valore uguale o superiore a 300.000 euro. Un modello di “protezionismo” che ricorda un po’ quello in vigore, ormai da quasi 80 anni, in Italia e di cui conosciamo fin troppo bene gli effetti. Gli stessi che già si stanno verificando anche sul suolo tedesco.

Il Ministro tedesco della Cultura Monika Grütters

Il Ministro tedesco della Cultura Monika Grütters

Come ha raccontato Insa Rullkötter, responsabile del settore esposizioni di Crown Fine Art, società leader nel trasporto di opere d’arte, al magazine Museum + Heritage, sono già tante, infatti, le gallerie tedesche che hanno spostato le loro sedi a Londra o a Parigi, come molte sono le opere di valore spedite fuori dal Paese per essere vendute su altre piazze. E come se non bastasse, alcuni istituti di credito hanno già iniziato a ritirare i loro prestiti ai musei tedeschi per portarli all’estero. Per quanto percepita come necessaria, la legge Grütters ha diviso gli animi, in primo luogo perché lascia troppi punti in sospeso, in primo luogo su come gli esperti dovranno determinare se un bene culturale deve essere classificato come ‘patrimonio culturale nazionale’. Le possibili ripercussioni? «Se l’atto dovesse essere approvato così come proposto – spiega Rullkötte – avrebbe implicazioni di vasta portata per il commercio d’arte e delle aste. Ad esempio, il progetto afferma che alle opere d’arte di proprietà privata ritenute di ‘importanza nazionale’ non potrà più essere concesso un permesso di esportazione permanente, il che significa che potranno essere vendute solo in Germania».

 

Ma la storia ci dice che il protezionismo non serve

 

Le discussioni che da mesi animano i media inglesi e tedeschi attorno alle due proposte che vi abbiamo illustrato necessitano, a mio avviso, di un attenta riflessione, anche alla luce dell’esperienza italiana. La situazione attuale, infatti, rivela un conflitto d’interessi tra il mercato dell’arte e la protezione del patrimonio artistico di una Nazione. Da un punto di vista prettamente “legale”, misure come quelle proposte da Monika Grütters sono perfettamente in linea con una normativa europea che prevede, pur nel rispetto della libertà di circolazione delle merci, che ogni Stato membro possa introdurre dei divieti all’esportazione di beni culturali per proteggere il proprio patrimonio nazionale. Vista da un altro punto di vista, però, la questione va ad intaccare il diritto di un privato a vendere un proprio bene. E’ necessario dunque trovare un punto di equilibrio tra queste due istanze. E questo per evitare una serie di effetti che potrebbero essere molto nefasti per l’arte e che in Italia stiamo già vivendo da tempo. Queste forme di protezionismo infatti:

  • Rischiano di soffocare il mercato e, quindi, di mettere in sofferenza gli artisti con tutto quello che ne consegue anche in termini di “fuga” degli stessi e di impoverimento della vita culturale di un Paese;
  • Rendono i collezionisti molto più riluttanti a prestare le proprie opere alle istituzioni;
  • Creano uno stato di isolamento attorno agli artisti storicizzati come avvenuto in Messico, dove la fama di artisti come José Clement Orozco, Diego Rivera o José Maria Velasco è declinata e la loro visibilità internazionale quasi scomparsa proprio a causa delle misure protezionistiche del Governo;
  • Proteggono solo in modo estremamente limitato il patrimonio artistico e soprattutto non lo arricchiscono. Il caso del Nudo Rosso di Modigliani è esemplare in questo senso.

Oltre a tutto ciò, come dimostra la fuga di opere d’arte italiane degli ultimi anni, il rischio è anche quello di incoraggiare la nascita di fenomeni speculativi attorno a determinati artisti che, in prospettiva, potrebbero diventare “rari” sul mercato. In conclusione, se un monitoraggio delle esportazioni è fondamentale per frenare il commercio illegale di arte e antichità, prima di avanzare (e magari approvare) certe proposte di legge sarebbe sempre bene valutarne tutti gli effetti così da arrivare ad una soluzione accettabile. Quella tedesca, ad esempio, in questo momento vede come “vincitori” (temporanei) solo i musei, ma si dimentica che le collezioni museali nascono molto spesso da lavoro svolto dal collezionismo privato. Così come la fama di certi artisti è legata al collezionismo e ai galleristi e questo è vero dall’Impressionismo in poi. Frenarne lo sviluppo significa, a mio avviso, anche bloccare, in prospettiva futura, quello dei musei. Ma la questione più importante è, a mio avviso, quella dei criteri di valutazione che dovrebbero sottostare all’eventuale blocco delle esportazioni. Sappiamo bene come, in questi decenni, il valore di un’opera sia determinato più dal mercato che dalla critica. Siamo sicuri, ad esempio che Les Femmes d’Alger sia veramente il Picasso più importante di tutti da un punto di vista storico artistico? Sicuramente è il più caro. Forse i musei, invece di farsi dettare le agende degli acquisti dal mercato dell’arte, potrebbero muoversi, come fanno i collezionismi privati più avveduti, con più anticipo cercando di acquisire opere chiave della storia dell’arte nazionale ed internazionale prima che le aste ne gonfino i prezzi. I musei non dovrebbero seguire le mode del mercato. Le quotazioni di Richter come di tanti altri artisti hanno iniziato a lievitare, tutto sommato, in tempi recenti. Perché le istituzioni non si sono accorte prima della loro grandezza? (leggi -> Mercato: la “grande fuga” dell’arte italiana)

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