Arte emergente: il blues suburbano di Francesco Barbieri

Francesco Barbieri al lavoro nello studio di Nanjing (Nanchino)
Francesco Barbieri al lavoro nello studio di Nanjing (Nanchino)
Save pagePDF pageEmail pagePrint page

Paesaggi industriali e urbani,  tunnel, infrastrutture e aree ferroviarie sono i temi prediletti di Francesco Barbieri (n. 1976) con i quali ci racconta il mondo contemporaneo e il caos in cui ognuno di noi deve orientarsi. Un passato da writer  e un presente da pittore emergente, l’artista pisano sembra oggi ad un punto di svolta maturato durante la sua ultima  residenza in Cina che è stata, per lui, come una sorta di epifania. Uno shock sensoriale che ha tirato fuori la sua anima più profonda portandone a maturazione lo stile. Frutto di questa esperienza una serie di lavori che ha recentemente presentato alla Galleria La Linea Montalcino. Opere che, come ha scritto Andrea Baldini nella sua presentazione alla mostra, non rappresentano «semplici paesaggi visti da un qualche punto lontano: stiamo consultando mappe, topografie del nostro mondo intricato. Quando osserviamo queste mappe, anche noi vediamo il nostro riflesso: il riflesso di chi vive in un tempo di crisi, dove non è possibile trovare un percorso facile attraverso la città. Nel materialismo topografico di Barbieri, troviamo l’incarnazione di quell’ineluttabile caos, ma anche un mezzo, seppur fallibile ed imperfetto, per orientarci in quel groviglio tortuoso di incroci che è la nostra vita quotidiana». Lo abbiamo incontrato nel suo quartier generale di Pisa per conoscere meglio il suo lavoro e questo è quello che ci ha raccontato.

Un vista della mostra "Identità Riflessa – dopo Nanjing", personale di Francesco Barbieri alla Galleria La Linea di Montalcino (SI)

Un vista della mostra “Identità Riflessa – dopo Nanjing”, personale di Francesco Barbieri alla Galleria La Linea di Montalcino (SI)

Nicola Maggi: Sul tuo sito web i tuoi lavori sono raccolti sotto un’unica “etichetta”: Suburban Blues, che è una sintesi perfetta della tua ricerca artistica focalizzata sui lati più “oscuri” delle nostre città. Quali sono le fonti di ispirazione per i tuoi lavori?

Francesco Barbieri: «Suburban Blues diciamo che è la macro-serie, il mio lavoro sullo spazio urbano. Non è, ovviamente, l’unico tema che ho trattato da quando dipingo, ma negli ultimi anni è diventato il topic principale della mia ricerca. Io ho sempre scattato un sacco di foto nel corso delle mie esplorazioni urbane: foto a binari, tralicci, palazzoni allucinanti e tutto quello che mi colpiva mentre andavo in giro. All’inizio prendevo le mie foto migliori e da ognuna di queste nasceva un quadro, le sintetizzavo con il nero acrilico dato a spatola, che aumentava l’aspetto spettrale e scarno dell’immagine, e poi aggiungevo i colori a seconda della mia emotività. I colori di fatto servono a dare il mood al quadro, a volte sono acidi e improbabili, a volte cupi. Poi ho spezzato questo meccanismo perché era diventato troppo ripetitivo e monotono: ho iniziato a mixare le immagini dalle quali traevo ispirazione, per esempio a combinare una periferia italiana con un paesaggio ferroviario che avevo immortalato a S.Pietroburgo, e inventare direttamente sulla tela il passaggio pittorico fra le due immagini. Questo perché non mi interessava più essere legato all’icona di quella particolare periferia, ma preferivo creare un linguaggio fluido, liquido, che si nutrisse delle emozioni provate in certi contesti, vivendo un particolare lifestyle che è quello dello scrittore di graffiti. Da qui viene il concetto di paesaggio mentale: le mie opere non vogliono essere cartoline delle periferie ma piuttosto dipinti dove si sovrappongono le impressioni date dal vivere in un certo modo».

Francesco Barbieri, sotto un cielo di cartone, tecnica mista su cartone, 70x120 cm, 2014

Francesco Barbieri, sotto un cielo di cartone, tecnica mista su cartone, 70×120 cm, 2014

N.M.: I lavori che hai presentato a Montalcino e che hai realizzato durante la tua residenza in Cina, sembrano segnare una nuova maturità nel tuo lavoro. Ce ne parli?

F.B.: «La mostra “Identità Riflessa – dopo Nanjing” che ho presentato alla Galleria La Linea di Montalcino include alcune carte applicate su tela che ho realizzato durante il periodo a Nanchino, più altre opere prodotte appena tornato in patria. Devo dire che la mia esperienza in questo paese è stata molto stimolante. Da un lato c’è ovviamente l’input che viene dallo scoprire un territorio nuovo, con tutte le sue sfaccettature, la lingua, il cibo, odori, volti ecc.. ma credo che per me in particolare ci sia stato qualcosa di più. Se vedi i miei lavori, c’è sempre una componente distopica sulla quale mi piace soffermarmi. In Cina da quel che ho potuto vedere la distopia non è una possibilità remota, ma di fatto sta già avvenendo, è già materia di studio. Credo che toccare con mano questo dato, trovarmici nel mezzo, mi abbia dato una motivazione speciale per realizzare una serie particolare come quella delle Megalopoli, che di fatto, a livello di gestione dello spazio sulla tela, è l’esatto contrario di quello che facevo prima (la città occupa adesso tutto lo spazio in modo soffocante, lasciando intendere che non ha limiti, che si estende anche fuori dalla tela stessa, e il cielo è ridotto a una striscia minima ). A livello tecnico anche confrontarmi con una tradizione artistica importante come quella cinese, con la loro passione per la carta (ne hanno di particolarissime) e per gli inchiostri, è stato fondamentale. Fin da quando ho messo piede a Nanchino ho avuto ben chiaro che tutti gli stimoli che mi stavano arrivando in questa esperienza avrei potuto digerirli (e dunque esprimerli sulla tela) solo col tempo. Questa mostra, che è un vero e proprio studio sulla metropoli cinese, è il frutto della riflessione, a distanza di mesi, su quello che ho vissuto in quel momento, e anche dello scambio di idee molto intenso che ho avuto con Andrea Baldini, curatore sia della residenza Jingling Program sia della mostra a Montalcino».

Francesco Barbieri, Via Crucis, tecnica mista su legno, 2016

Francesco Barbieri, Via Crucis, tecnica mista su legno, 2016

N.M.: Nelle tue opere sperimenti sempre vari supporti e tecniche. In base a cosa li scegli?

F.B.: «Tendenzialmente mi piace dipingere su tela, ma ho uno sconfinato amore per la carta. La carta è più particolare, ha già un carattere tutto suo, e poi eventualmente si può lacerare o incollare sulla tela, costruendo texture, sfondi o altro. A volte mi piace usare materiali di recupero, come legno o lamiere arrugginite, cose che rigorosamente trovo in strada, in fabbriche abbandonate ecc.. in questo caso la provenienza per me ha una valenza pari alla sua estetica: il supporto proviene dai posti dei quali parlo nella pittura stessa, è come un cerchio che si chiude. Riguardo alla tecnica mi piace combinare strumenti tradizionali della pittura come spatole e pennelli con tecniche mutuate dalla strada, dal dipingere i muri, come lo spray e i rulli. Non disdegno il collage e il décollage che hanno il merito sia di citare artisti importanti del secolo scorso, sia di riprodurre elementi del paesaggio urbano, come i manifesti che trovi in strada. Credo di essere una creatura a metà appunto: oscillo tra l’arte con la A maiuscola e la strada, e dunque anche tecniche e supporti sono scelti accuratamente per combinare questa doppia essenza».

N.M.: Tra i dipinti che hai esposto ce n’è uno in particolare che ha attirato la mia attenzione: Tramonto sul 32esimo blocco est. Una tela che ha una storia particolare…

F.B.: «Ero alla stazione di Firenze SMN e dovevo perdere tempo mentre aspettavo l’autobus che mi avrebbe portato all’aeroporto, destinazione Nanchino appunto, luogo della residenza d’artista di cui parlavamo prima. Dunque mi siedo alla Feltrinelli in stazione e inizio a sfogliare libri d’arte distrattamente, tra cui questo volume su Burri e mi cade l’occhio su questo quadro del 1955 dal titolo “Rosso Nero”, che mi impressiona per la forza del colore e della composizione. Tempo dopo ho deciso di farne una mia versione, nella quale gli inserti marroni di stoffa povera sono diventati dei palazzi. E’ una concezione dell’arte che mi piace: giocare col passato, decostruire, reinterpretare. Cito abitualmente maestri come Schifano e Rotella, così come idoli del post-graffitismo come Futura e Rammellzee, e non ho problemi a prendere in prestito alcune loro particolarità per farle mie».

Francesco Barbieri, Tramonto sul 32esimo blocco est, 50x70 cm, tecnica mista su tela, 2016

Francesco Barbieri, Tramonto sul 32esimo blocco est, 50×70 cm, tecnica mista su tela, 2016

N.M.: Per vent’anni sei stato un writer di fama internazionale, quando hai deciso di lasciare gli spray per i pennelli?

F.B.: «E’ stato un bel po’ di tempo fa, quando ho capito che in quel mondo avevo dato tutto quello che potevo. Credo che nella vita quando si arriva a un certo punto bisogna mettersi in discussione, uscire dalla propria zona di comfort e fare altro. Il passaggio è stato naturale seppur faticoso. Il writing già ti abitua a sviluppare un senso del colore, della composizione e delle proporzioni. Ti rende disinibito riguardo al mostrare il tuo lavoro in pubblico. E’ stato più o meno l’equivalente di una scuola d’arte (e di vita), anzi vedo molti artisti che hanno fatto la scuola che sono molto più rigidi, magari hanno una tecnica perfetta ma la loro stessa tecnica rischia di essere una gabbia in qualche modo, a livello espressivo».

N.M.: Nonostante questo cambiamento, l’esperienza che hai maturato “per strada” sembra essere molto viva nel tuo lavoro…

F.B.: «L’ispirazione viene dal mio passato, che mi ha permesso di guardare l’ambiente che ci circonda con un occhio disincantato, critico, ma al tempo stesso dedito a cercare una bellezza e un aspetto poetico in un contesto disumano, contesto che viene umanizzato proprio dal gesto del writer, un gesto antico e primitivo, se vuoi comune all’umanità intera fin dalla notte dei tempi: ovvero quello di lasciare un segno di sè visibile al prossimo, di dire “i was here”. Vedi il fatto è che, se sei stato un writer per così tanto tempo, questa esperienza così totalizzante ormai è diventata parte fondamentale della tua identità. Non riesci a cancellarla nemmeno se vuoi. Quindi è assolutamente normale che traspare in qualche forma nel tuo modo di fare arte. Credo che la cosa veramente interessante sia come riesci a declinare questa esperienza, come riesci a portare in galleria o in un museo quel tipo di vissuto e di attitudine».

Francesco Barbieri, Davanti alle vetrine dell'impero, cm 30x30,2016

Francesco Barbieri, Davanti alle vetrine dell’impero, cm 30×30,2016

N.M.: …eppure non hai portato in galleria il writer ma hai “tirato una linea” e sei ripartito da zero inventandoti un tuo linguaggio pittorico. E questo in un momento in cui la street art sta avendo un discreto successo. Come mai una scelta così radicale?

F.B.: «Per cominciare street art e writing non sono la stessa cosa. La street art in qualche modo, pur nascendo in strada, è già considerata arte dalla società (dunque monetizzabile), mentre il writing (che non comunica con il pubblico ma solo con i “novizi” che ne conoscono il linguaggio) ha altri parametri di valutazione che trascendono l’estetica. E’ forse proprio per questo motivo che tendenzialmente il writing vero in galleria non funziona: una volta che gli levi il suo contesto, le scritte rimangono come animali in gabbia e smettono di essere portatrici di conflitto; mentre un bel disegno di uno street artist lo riporti dal muro sulla tela e rimane comunque un bel disegno. Dunque i writers che si scoprono artisti devono fare un lungo percorso, un vero e proprio cammino con il proprio io, per inventarsi un linguaggio idoneo, sia a confrontarsi con le gallerie, il mercato e tutto il sistema, sia a esprimere la loro identità. Ecco che si parla di post-graffitismo: alcuni artisti evolvono il loro lettering fino alla figurazione o all’astrattismo, altri lo trasformano in una scultura, io ho scelto di eliminarlo per parlare del contesto in cui le azioni dei writers avvengono. Ho rinunciato a esporre usando la mia tag originale, nonostante fosse molto famosa e mi avrebbe aperto qualche porta, perché credo che sia più onesto e coerente, anche nei confronti di un movimento che come principio base ha quello di mettere in discussione la proprietà privata. Ho riflettuto un sacco su quello che fosse giusto mettere sulla tela e il modo in cui farlo, oggi sono soddisfatto perché ho trovato un linguaggio che mi consente di portare quel tipo di energia in un nuovo contesto».

PER I COLLEZIONISTI

Francesco Barbieri lavora con la Galleria La Linea di Montalcino, la Galleria Gestalt di Pietrasanta e la Galleria Question Mark di Milano. I prezzi delle sue opere su carta parono da 400 euro (40x40 cm) mentre le tele partono da 1500 euro (70x100 cm). Nato a Pisa nel 1976, Francesco Barbieri è stato un writer di fama internazionale per poi avvicinarsi alla pittura come autodidatta. Ha all'attivo varie mostre personali e collettive sia in Italia che all'estero. Vive e lavora a Pisa.

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

1 Commento

I commenti sono chiusi