L’arte vista da Sud: intervista a Francesco Pantaleone

Francesco Pantaleone con l'artista Loredana Longo a Pantelleria.
Francesco Pantaleone con l'artista Loredana Longo a Pantelleria.
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In vacanza a Pantelleria ho avuto il piacere di incontrare e intervistare, per conto di Collezione da Tiffany, il gallerista palermitano Francesco Pantaleone che dopo la sede nel cuore della Vucciria, aperta nel lontano 2003, a marzo ha portato la sua FPAC anche a Milano, nel quartiere di Porta Romana. Sull’isola siciliana è impegnato nell’inaugurazione di “Victory”, una scultura in cemento opera di Loredana Longo, e di un’opera di Susan Philipsz per una collezione privata della quale, da quattro anni, è il conservatore e che oggi si distribuisce su 4 ettari e conta 25 tra opere e installazioni di arte contemporanea. Un’occasione per parlare di arte, artisti, della professione di gallerista e delle fiere italiane, il tutto nella cornice di una delle isole più belle del Mediterraneo a cui è molto legato.

Roberto Brunelli: Come nasce questo tuo legame così forte con l’isola di Pantelleria?

Francesco Pantaleone: «Ho iniziato a frequentare Pantelleria nel 2006. Ormai sono 11 anni. Tramite amici mi sono subito innamorato di questo luogo, che è uno stato vivente di energia, e anche di una natura potente. Sono molto attratto da questa idea di isola. Anche la Sicilia è un’isola, però essendo così grande alle volte non percepisci la sua totalità, perché è gigantesca. Invece su Pantelleria senti l’isola. Perché ovunque ti giri vedi il mare, questo in qualche modo risveglia in me quel sentimento di isola che avevo dentro».

R.B.: Ci puoi dire qualcosa del lavoro che stai portando avanti per la collezione di cui sei conservatore e delle due opere che avete inaugurato il 18 agosto?

F.P.: «Sì, da circa quattro anni ormai, come conservatore, mi occupo di una bella collezione che si distribuisce su 4 ettari e oggi conta 25 opere e installazioni di arte contemporanea. I primi anni sono stati necessari per mettere ordine e razionalizzare questa collezione, tirare fuori lavori che erano stati acquistati, ma non ancora montati, come quello di Tomás Saraceno e le bandiere di Costa Vece che abbiamo inaugurato nel 2016 assieme ad un’opera di Ignazio Mortellaro. Quest’anno invece, l’evento sarà tutto al femminile.  Il 18 agosto abbiamo inaugurato 2 opere. Una di Susan Philipsz, artista inglese che nel 2010 ha vinto il Turner Prize, e un grande lavoro di Loredana Longo. Un’opera alla quale sono molto legato. È una scritta, “VICTORY”, in cemento, lunga più di 4 metri,  sulla quale l’artista è già intervenuta con delle rotture, che sono proprie del suo lavoro e della sua estetica della distruzione. La “T” è caduta in avanti. Lei ha dato delle martellate in vari punti della scritta per sbrecciarla, romperla. Il tutto si è completato durante l’inaugurazione del 18, quando Loredana ha dato un’ultima serie di colpi con martello e scalpello: è stato un gesto performativo durante l’inaugurazione. Il lavoro fa parte del ciclo “VICTORY” che comprende una serie di arazzi bruciati, delle sculture in marmo, un tatuaggio ed  infine questa grande opera monumentale. L’idea della vittoria viene vista da Loredana Longo sotto due punti di vista: da quello di chi vince e di chi perde. Dal punto di vista dei perdenti certamente prevale l’idea della distruzione che è fisica, psicologica ed è perdita dell’identità».

Loredana Longo in azione durante l'inaugurazione di Victory il 18 agosto scorso a Pantelleria

Loredana Longo in azione durante l’inaugurazione di Victory il 18 agosto scorso a Pantelleria

R.B.: Pantelleria ha una superficie di 83 kmq e culmina nella “Montagna Grande”, l’antico cratere da cui si possono osservare l’Africa e l’Europa. L’isola ci dà, così, questa idea di integrazione, divenendo quasi metafora di un’arte che ci spinge a guardare lontano, a non avere un orizzonte ben definito, a superare i confini…

F.P.: «Sì, è una giunzione, una collocazione fisica straordinaria. Perché è in mezzo a due continenti. Da un lato l’Africa, immensa, dalla quale Pantelleria ha ricevuto tanto. Perché certamente i dammusi e i nomi delle contrade suonano molto africani. Dall’altro c’è l’Italia, a cui Pantelleria appartiene, l’ultimo lembo d’Europa. Anche questo contribuisce a rendere Pantelleria particolarmente eccitante e stimolante».

R.B.: Francesco, raccontaci un po’ della tua esperienza di gallerista. Come nasce e come si evolve la tua passione?

F.P.: «In buona parte, viene dalla tradizione familiare legata al commercio di arte sacra. Per cui fin da piccolo ho maneggiato delle cose straordinarie, cariche di un significato che va al di là della loro oggettualità. Quando una persona nel negozio della mia famiglia comprava una statuetta, non comprava una semplice statuetta, bensì l’idea che quella statuetta raffigurava. Poteva essere, ad esempio, l’immagine di una madonna. Ugualmente, l’arte, per alcuni aspetti, va oltre quello che vedi. Vedi un quadro, ma vedi anche un’idea, un progetto d’arte che ti porta un arricchimento culturale, personale, filosofico, molto più vasto rispetto ai limiti dell’oggetto stesso».

R.B.: Concordi con l’istanza di tanti galleristi che chiedono la riduzione dell’aliquota IVA per allineare il nostro paese al resto d’Europa? Cosa ne pensi del fatto che diversi artisti italiani abbiano scelto di risiedere stabilmente all’estero per non essere più fiscalmente residenti in Italia?

F.P.: «Sarei felicissimo se finalmente questo Stato, che ha una storia importantissima di arte e ha dato i natali a grandissimi artisti, sia nel passato che nel presente, avesse un regime fiscale più in linea con l’Europa. Sarebbe un riconoscimento importante a qualcosa che ha fatto grande l’Italia. Sarebbe un gesto forte da parte dello Stato verso l’arte e la creatività, darebbe un ritorno straordinario anche in termini di interesse dei collezionisti, ovviamente nei confronti dell’acquisto dell’opera stessa. Disegnerebbe uno scenario culturale importante. Io credo che i collezionisti oggi siano veramente eroici a comprare con un’IVA così alta, invece di non andare a fare acquisti in altre nazioni che applicano all’arte un’IVA inferiore. Se ci fosse un regime fiscale più vantaggioso ed un maggiore sostegno per gli artisti in generale, tanti ingegni non scapperebbero dall’Italia e rimarrebbero con noi».

Una vista della galleria FPAC di Palermo con, allestita, la mostra Fragile/Epico di Concetta Modica.

Una vista della galleria FPAC di Palermo con, allestita, la mostra Fragile/Epico di Concetta Modica.

R.B.: Personalmente ho plaudito alla tua decisione di aprire uno spazio espositivo in un altra città (Milano) per sottoporre a un numero sempre più significativo di collezionisti le tue scelte. Credi che in futuro occorra cercare di fare nascere delle fattive sinergie (joint venture) tra Galleristi per permettere ai loro collezionisti/frequentatori di venire in contatto diretto con i lavori degli artisti?

F.P.: «Credo che lo sforzo di avvicinare il mio lavoro a una città importante e culturalmente ricca come Milano, sia necessario per sviluppare quello che ho portato avanti in questi anni da Palermo; adesso sento l’esigenza di oltrepassare ulteriormente i confini della mia isola, non più solo con le fiere e gli eventi internazionali ai quali partecipo attivamente, ma inaugurando una sede fissa nella città che oggi è simbolo in assoluto della ricerca nell’arte contemporanea e nel design. L’Italia, da questo punto di vista, non ha ancora un tessuto omogeneo, ci sono delle zone obiettivamente più sviluppate da un punto di vista del collezionismo e dunque dell’economia dell’arte. Ed altre zone con grandi potenzialità, ma che sono un pochino più lente nel recepire l’arte contemporanea, il senso del collezionare, l’idea di possedere l’opera d’arte. Mi riferisco ovviamente al Sud. Credo sia necessario fare più sistema in generale con le gallerie, non tanto per il fatto di far vedere le stesse opere d’arte in varie parti d’Italia come suggerivi nella domanda, per questo funzionano abbastanza bene le fiere, dove si ha un quadro dell’offerta nazionale piuttosto ricco e soddisfacente. Penso piuttosto che ogni progetto espositivo per alcuni aspetti sia strettamente legato al territorio nel quale nasce, magari ha anche delle specificità che possono essere più vicine a un pubblico che a un altro, quindi non mi trovi d’accordo con l’idea di fare delle joint venture tra gallerie. Credo piuttosto che sia importante che le gallerie conservino un’identità, che le mostre possano nascere con delle specificità. Più che le mostre farei girare i collezionisti, come d’altronde già accade».

R.B.: Nel 2018 si terrà a Palermo MANIFESTA, la Biennale Europea d’arte contemporanea. Certamente è una grande opportunità, non solo per la città di Palermo, ma per tutta la Sicilia. Come poter fare sistema e sfruttare al meglio anche questa opportunità?

F.P.: «Sicuramente è una grande opportunità, molto ghiotta, ricca ed importante, lo stiamo vivendo sin da ora. La città gode già di una grande attenzione, abbiamo artisti e collezionisti che già ci vengono a trovare e che parlano di Palermo. Manifesta, e più ancora “l’eco di Manifesta”, ci stanno già dando delle grandi opportunità. So per certo, perché ho già collaborato con lo staff Manifesta, che il centro nevralgico sarà sicuramente Palermo. Ma c’è l’idea anche di una Manifesta più diffusa anche sul territorio siciliano, ad esempio Agrigento, posso anticiparti dunque che quello che dici è giusto».

R.B.: Cosa consigli a un giovane Artista che vuole confrontarsi con un Gallerista per proporre nel migliore dei modi il suo lavoro e la sua persona?

F.P.: «Credo che i giovani artisti abbiamo delle grandi aspettative nei confronti delle gallerie, ma dovrebbero diventare un po’ più empatici con le gallerie stesse. Quello che voglio dire è che per noi costruire la carriera di un artista partendo dall’inizio è un grande impegno. Gli artisti dovrebbero sicuramente cercare di capire meglio quello che è il nostro lavoro. Noi d’altro canto guardiamo tantissimo a loro, perché sono centrali nella nostra ricerca. L’artista di contro dovrebbe anche conoscere la linea di lavoro delle gallerie alle quali si rivolge e comprenderne le eventuali affinità. Questa è un concetto che ribadisco spesso al mio corso di Economia e Mercato dell’Arte presso l’accademia di belle arti di Palermo. I giovani artisti dovrebbero selezionare attentamente le gallerie alle quali intendono sottoporre il loro lavoro. Cercando di capire qual è l’anima della galleria alla quale si stanno rivolgendo e se il loro lavoro è giusto per la stessa».

Una vista della FPAC di Palermo

Una vista della FPAC di Palermo

R.B.: Il sito web della tua galleria è, con molta probabilità, uno dei migliori nel panorama italiano: puntualmente aggiornato e con una Collectors Private Area davvero efficiente e funzionale. Come vedi il futuro delle vendite online da parte delle Gallerie?

F.P.: «Non si può non prendere atto che, ormai, tutto l’universo del mondo dell’arte giri su internet, su instagram, su facebook, su tantissimi canali. Quindi è un passaggio naturale e quasi obbligato quello che stiamo vivendo».

R.B.: Tra gli artisti italiani che proponi tanti appartengono alla generazione degli anni Sessanta. Cosa pensi del contributo che hanno dato alla storia dell’arte e, soprattutto, dell’attualità ancora forte dei loro Lavori degli anni ‘90 che forse non sono stati ancora letti, o meglio, riletti come meriterebbero?

F.P.: «Non direi che è una caratteristica prettamente legata alla generazione a cui ti riferisci. In genere, diciamo, l’arte viene “metabolizzata”, compresa, sempre con molto ritardo. E questo è anche un po’ legato alla sua capacità di interpretare in anticipo i tempi e di raccontarli. Io credo che anche artisti come Boetti oggi non siano stati ancora veramente capiti a fondo. Quindi ancor più, artisti così vicini a noi nel tempo possono non essere compresi appieno. L’arte è sempre molto avanti rispetto al pensiero della società e ne racconta i tempi con largo anticipo, fa una fotografia del proprio momento storico e ci vuole veramente un po’ di distanza per poterla leggere.  Per cui, credo che quella generazione che io sto seguendo con molta attenzione (Liliana Moro, Stefano Arienti) abbia dato già moltissimo all’arte, ma anche che abbia ancora molto da dare. Sono artisti che oggi hanno cinquanta, cinquantacinque anni; sono ancora pieni di energia e hanno molto da dire. È bello che tanti di loro abbiano insegnato nelle accademie o università legate all’arte, poiché il rapporto con le giovani generazioni rimane una cosa fondamentale, sia per le generazioni nuove che hanno la fortuna di poter godere di questa opportunità, sia per gli stessi artisti che spesso attingono e si confrontano con l’energia grezza dei più giovani».

R.B.: Tra i collezionisti si parla  di una tua nuova partecipazione alla prossima Arte Fiera. Puoi confermare? 

F.P.: «Non ho in programma di tornare a Bologna, anche se è una fiera che è stata molto importante sulla scena italiana, che ho sempre seguito e alla quale ho partecipato in passato. Stimo molto il lavoro di chi l’ha diretta in questi anni, a partire da Silvia Evangelisti, a continuare con Giorgio Verzotti, e oggi Angela Vettese. Temo però che il problema di Bologna sia legato a qualcosa di veramente invalicabile, che è un problema climatico. Bologna è la fiera del periodo in assoluto più freddo dell’anno, in una città che offre molto, ma non tantissimo. Va anche detto che adesso abbiamo Art Basel a Miami a Dicembre e poi Arco a Madrid a Febbraio, Armory a NY a Marzo e, continuando, ad Aprile il Miart a Milano: tutte fiere ricche di possibilità e di grandissima qualità. Bologna inevitabilmente soffre di questa collocazione nel calendario. Io credo che il problema di Bologna sia purtroppo legato molto al clima. Infine credo che la sede della fiera di Bologna sia un po’ scomoda da raggiungere, ma questo è un problema che in generale hanno molte fiere italiane tranne la fiera di Milano che è molto ben servita; bisognerà rendere tutto più agevole, come hanno già capito molto bene le fiere internazionali, il collezionista va coccolato, va tenuto in un palmo di mano, va viziato, bisogna rendere tutto più agevole, facilmente accessibile e più comodo».


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