L’Italia e gli investimenti in arte: troppe incertezze

L’Italia e gli investimenti in arte: troppe incertezze
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Gli investimenti in arte sono ormai di gran moda tanto che, secondo l’Art&Finance Report 2016,  il 72% dei collezionisti compra arte per passione ma con un occhio al possibile ritorno economico. E addirittura l’82% degli operatori di settore è convinto che la ragione principale che muove la maggior parte degli acquisti d’arte nel mondo sia proprio il ritorno sull’investimento iniziale in opere d’arte. Convinzione confermata dal 64% dei collezionisti intervistati. Un fenomeno, quello che dell’arte come investimento, che ha dimensioni globali, ma regole (poche) molto locali. E’ il caso dell’Italia dove su questo tema c’è pochissima giurisprudenza e solo tante teorie che però non chiariscono quale sia la visione, in primis dell’Agenzia delle Entrate, sulla tassazione del cosiddetto Capital Gain. Termine finanziario che, in questo caso, sta ad indicare il guadagno ottenuto dalla compravendita di opere d’arte. Una situazione di cui oggi i nostri collezionisti non si curano molto ma che, in un prossimo futuro, potrebbe essere oggetto di spiacevoli contenziosi.

 

Collezionista o Mercante?

 

Come mi spiega Giorgio Orlandini, commercialista dello Studio legale e tributario CBA di Milano, il tema della possibile tassazione del Capital Gain di un’opera d’arte galleggia oggi in una zona grigia che, se da un lato non «fa emergere il problema in capo al collezionista, dall’altro non chiarisce qual è il regime fiscale applicabile». Alla base di tutto una mancata presa di posizione dell’Agenzia della Entrate all’indomani della riforma del TUIR – Testo Unico delle Imposte sui Redditi avvenuta nel 1986. Se prima della riforma, infatti, erano tassati unicamente i redditi diversi provenienti da attività svolte con intenti speculativi, per cui il collezionista che rivendeva una sua opera non era sostanzialmente soggetto a nessuna gabella con la riforma le cose sono cambiate e non di poco. «Come può ben capire – mi illustra Orlandini – andare a provare l’intento speculativo di un’operazione significava entrare nel campo dell’opinabilità e così questa formulazione è venuta meno con la riforma del 1986. E oggi i redditi diversi si configurano, in questo ambito, come attività commerciale svolta in maniera non abituale». «Ma questo – prosegue – pone dei quesiti a cui oggi non si riesce a dare una risposta chiara. Quando è che il collezionista diventa mercante d’arte? E in che casi il collezionista pone in essere attività che producono un reddito, anche diverso, che può essere tassato? Questo è oggi il vero tema grigio. Sicuramente quando si effettuano delle compravendite di arte si svolge un’attività di natura commerciale, ma il problema è capire quando è o non è abituale e cosa si intende per “non abituale”».

 

Quella zona “grigia” che potrebbe esplodere

 

Da un lato, quindi, la moda sempre più popolare degli investimenti in arte, che inizia a contagiare anche chi di arte non si era mai interessato; dall’altro una situazione vaga, o se preferite grigia, che porta il collezionista italiano ad interpretare le norme vigenti pro domo sua. Per ora niente tasse da pagare, dunque, ma in futuro? E’ bene porsi al riparo perché quello che oggi viene vissuto con grande leggerezza da chi in Italia investe in arte – sia un collezionista o meno – potrebbe portare a qualche brutto mal di pancia. «Oggi – mi illustra ancora Giorgio Orlandini dello Studio CBAgli investimenti in arte sono sempre più diffusi e, parallelamente, crescono le plusvalenze. Una situazione potenzialmente molto interessante in termini di gettito fiscale e che potrebbe portare ad una nuova era di contenziosi in questo settore che sta crescendo positivamente, anche in termini di platea». «Il mio auspicio – prosegue Orlandini –  è che si colga l’occasione per creare finalmente una disciplina ad hoc, così da chiarire quali sono le regole del gioco». Regole, spiega Orlandini, che non devono tener conto solo delle rendite derivanti dalle compravendite ma anche i costi che il collezionista sostiene per la manutenzione, la gestione, l’assicurazione e così via. Strettamente correlato al tema della tassazione c’è, infatti, anche quello della deducibilità delle spese, ma oggi, in caso di contenzioso, non si hanno le necessarie “pezze d’appoggio”.

 

Una possibile soluzione

 

La situazione è certamente complessa, ma visto che ci troviamo al di fuori del regime d’impresa, una soluzione – suggerisce Giorgio Orlandini – potrebbe essere quella di adottare una formula simile a quella già utilizzata per le partecipazioni finanziarie non qualificate e che prevede un aliquota fissa del 26% sulla base imponibile. Base che viene calcolata prendendo in considerazione il valore di realizzo, il costo di acquisto e gli altri oneri capitalizzabili (manutenzione, assicurazione ecc.).  Non è un tema facile, ma è necessario iniziare a rifletterci attentamente prima che si arrivi a interpretare la figura del collezionista come quella di un imprenditore che svolge un’attività commerciale in modo abituale.

© 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

6 Commenti

  • armellin ha detto:

    E a questo punto bisognerebbe sviluppare il già pubblicato articolo : Fondazioni o Trust, puntanto però su come possa essere la Fondazione del futuro e i vantaggi o svantaggi di aprire una Fondazione con sede legale in Italia o in Gran Bretagna (London) ; vista infatti la crescente internazionalizzazione del mercato é conveniente stare in Italia ? SA

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      La questione non è tanto se conviene stare in Italia o meno. Ognuno farà le sue valutazioni. Quello che mi preoccupa è l’incapacità del nostro Paese di governare i fenomeni in atto. Una maggior chiarezza nelle regole aiuterebbe sicuramente lo sviluppo di un settore che può rappresentare una grande risorsa per il nostro Paese sia in termini culturali che finanziari. Di fatto siamo seduti su un tesoro ma non sappiamo cosa farcene. Per quanto riguarda l’arte, ad esempio, non sarebbe poi così difficile trovare delle soluzioni “win-win” è che proprio non ci mettono la testa. Salvo poi trovare all’improvviso soluzioni raffazzonate che fanno più danni della grandine. Una fiscalità chiara e non oppressiva, leggi che non contemplino un proibizionismo becero ed inutile, potrebbero far sviluppare un settore economico in cui oggi l’Italia dovrebbe primeggiare. Con il risultato, ad esempio, di avere più risorse da investire nel contemporaneo e nella tutela del nostro patrimonio storico-artistico. Tenere il nostro collezionismo costantemente sotto lo scacco dell’incertezza è l’errore più grosso che l’Italia sta facendo in questo momento in campo culturale. L’art bonus sembrava un primo atto di risveglio, ma ci siamo fermati lì. Sinceramente è una miopia che non comprendo.

      • armellin ha detto:

        Da Maggi a Raggi, in questo senso il primo Sindaco di Roma donna potrebbe aprire delle finestre operative di speranza anche in questo senso, in fondo le donne da sempre stanno sedute sulla loro fortuna. SA

  • Luciano ha detto:

    Buon giorno Maggi…E’vero , siamo seduti sopra un tesoro ,e quello che urta maggiormente ,almeno al sottoscritto, e’ questa sorta di stupida opposizione che si e” creata e continua ad alimentarsi, verso una reale valutazione del nostro patrimonio artistico. Mancanza di volonta’da parte del ministero beni culturali?..di fondi? , di caos culturale inefficienze strutturali?. Forse la spiegazione più plausibile risiede in “tesori più facili” e il nostro antico patrimonio culturale e’ diventato la solita minestra. E pensare che gli altri stati ci invidiano ,in questo senso. Potremmo ,con i nostri monumenti ,con tutta l,arte che componiamo,in tutti isettori creativi ,vivere degnamente. Si dice che l’arte salverà’ il mondo , ma chi salverà’ l’arte? Come si salverà’ l’artista, il collezionista e tutti gli operatori del settore che mantengono vivo il sistema? Spero che il grigiume menzionato da maggi non diventi insensatamente un nero improvviso

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