Julian Schnabel: A Private Portrait

Uno still dall'Art Doc "Julian Schnabel: A Private Portrait" di Pappi Corsicato
Uno still dall'Art Doc "Julian Schnabel: A Private Portrait" di Pappi Corsicato

«Soprattutto nella sua fase iniziale, il Neoespressionismo pittorico degli anni Ottanta è ancora carico di assunti postconcettuali: lo confermano una certa indifferenza stilistica, anzi un’affettazione di cattiva qualità della pittura (presto seguita da una pretesa di buona qualità, in linea di massima più imbarazzante); messaggi inizialmente ancora involuti o volutamente ermetici, seguiti, più tardi, da una finale indifferenza per il messaggio in favore di un gioco più dichiaratamente estetizzante e “manieristico”, in gran parte basato sulla estrazione e rielaborazione della tradizione pittorica contemporanea. Non a caso, dopo il successo di esperienze come quelle della cosiddetta Transavanguardia italiana, “scandalosamente” figurativa, trionferanno fenomeni neoastratti: una forte ondata neoinformale, seguita da un’ondata più ridotta di nuove geometrie, fenomeni neominimali ecc. Si tratta, in pratica, di un saccheggio sistematico, di una rivisitazione a tappeto degli ultimi quarant’anni di storia dell’arte, che prepara, evidentemente, una svolta epocale ancora impossibile da prefigurare»: così scriveva nel 1991 Adriano Antolini (in Pierluigi De Vecchi-Elda Cerchiari: Arte nel tempo – Dal Postimpressionismo al Postmoderno, II, Milano, Bompiani, 1991: p. 646), e con l’occhio e la prospettiva storica di oggi quell’analisi mi pare risulti alquanto lucida. Al di là del graffitismo di Basquiat e Haring, della — per quanto mi riguarda mai amata — Transavanguardia italiana, le grandi figure della pittura fiorite negli anni Ottanta e consolidatesi a livello storico si possono contare sulle dita di una mano, e certo il Neoespressionismo non è una corrente che abbia resistito così bene al tempo.

Julian Schnabel

Julian Schnabel

Una figura ha però sicuramente avuto una grande carica creativa originale nel decennio di cui stiamo parlando e in quello successivo: quella di Julian Schnabel, il quale tuttavia — pur non avendo mai abbandonato la pratica pittorica — a metà degli anni Novanta sembrò “abdicare” in favore del cinema: il suo notevolissimo Basquiat segnò nel 1996 un esordio cui hanno fatto seguito altri tre lungometraggi (oltre a un documentario su Lou Reed), incluso il bellissimo Lo scafandro e la farfalla del 2007.

Sulla scorta dei documentari su artisti contemporanei che, a partire da Marina Abramović: The Artist Is Present di Matthew Akers e Jeff Dupre del 2012, stanno avendo molta fortuna al cinema (bellissimo anche il recente Maurizio Cattelan: Be Right Back di Maura Axelrod), arriva ora in Italia Julian Schnabel: a Private Portrait — con il titolo L’arte viva di Julian Schnabel, su cui risparmio commenti. Ne è autore Pappi Corsicato, regista napoletano (Libera, 1993; I buchi neri, 1995) già cimentatosi in altri documentari sull’arte contemporanea, tra cui un bel ritratto di Ettore Spalletti (2007) e il mediometraggio Armando Testa – Povero ma moderno (2009).

La locandina del film

La locandina del film

Il film, uscito a maggio negli Stati Uniti, non è stato generalmente accolto in maniera positiva. All’indomani della “prima” il critico Ken Jaworowski ha scritto sul New York Times: «Non ci sono spot pubblicitari durante Julian Schnabel: a Private Portrait. Sarebbero solo ridondanti. Questo documentario è di per sé un lungometraggio pubblicitario per l’artista, ed è quasi esplicito come un cartellone per il latte scremato. Ripercorrendo la vita di Mr. Schnabel dall’infanzia al suo successo nel mondo dell’arte e come regista, il film include interviste con membri della sua famiglia che accumulano adulazione dai primi minuti fino alle scene finali. Jeff Koons, Bono, Al Pacino e altre celebrità pure partecipano, dal canto loro, all’esaltazione del fulgore di Mr. Schnabel. […] Come un manuale d’istruzioni, questo film appare incapace di trasmettere alcuna genuina gioia o rabbia o eccitazione, offrendo solo parole che suonano tutte molto simili. E quando tutti dicono la stessa cosa, qualcosa inizia a suonare sospetto». E Clayton Dillard su slantmagazine.com: «Julian Schnabel: A Private Portrait di Pappi Corsicato si dispiega con non minore ambizione che quella di santificare l’eroe del titolo quale un dio mortale la cui vita è stata così benedetta e significativa che, sembrerebbe, egli non abbia mai fatto un passo falso. […] Contraddizioni, iperboli e agiografia si susseguono in misura tale che un titolo più onesto per questo film sarebbe Julian Schnabel: Cult of Personality».

In effetti la storia di Schnabel sembra essere uno di quei miti americani del self-made man predestinato al successo: nato nel 1951 a Brooklyn e cresciuto a Brownsville, Texas, fu lanciato dalla gallerista newyorkese Mary Boone che nel 1979 ospitò la sua prima personale in cui tutte le opere furono vendute in anticipo. L’anno successivo Schnabel partecipò alla Biennale di Venezia (nel celebre Aperto 80 curato da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann) e successivamente espose da Leo Castelli — anni in cui la scena artistica di New York, come lo stesso Schnabel ha raccontato nel film Basquiat, era in pieno fermento creativo ed era uno dei punti di riferimento mondiali del mercato dell’arte, all’epoca in enorme espansione. Rapidamente assurto a star della scena artistica internazionale, già nel 1987 Schnabel pubblicava la sua autobiografia per Random House: CVJ: Nicknames of Maitre D’s & Other Excerpts From Life.

 Il giovane Schnabel con Andy Warhol

Il giovane Schnabel con Andy Warhol

Il problema di questo documentario, effettivamente monocorde e un po’ noioso, è di essere incentrato sul personaggio più che sulla sua arte: un personaggio eccessivo, strabordante, notoriamente egomaniaco di cui parenti amici e colleghi fanno a gara a magnificare la grande umanità (oltre ai nomi già citati, si va dal fotografo Sante D’Orazio allo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, dal regista Hector Babenco all’attore Willem Dafoe, oltre a mogli, ex mogli e figli vari). A differenza del film su Cattelan, ad esempio, in cui del personaggio venivano presentate luci e ombre, qui qualsiasi voce “dissidente” è passata sotto totale silenzio: si sorvola su come la New York degli anni Ottanta sia stata anche un tritacarne per moltissimi artisti che brillarono come stelle di un giorno; si accenna appena ai detrattori dell’arte di Schnabel (il critico Robert Hughes nel 2012 scrisse: «Il lavoro di Schnabel sta alla pittura come quello di Stallone alla recitazione: una barcollante esibizione di pettorali unti»); si parla lungamente della grande casa-studio nel West Village di Manhattan in stile (pseudo)veneziano e dall’inconfondibile colore rosa, da Schnabel stesso ideata ristrutturando una vecchia scuderia di cavalli e chiamata Palazzo Chupi in onore della seconda moglie che aveva quel soprannome — ma ovviamente non si fa parola delle lunghe beghe legate ai presunti abusi edilizi in un edificio che ha superato più del doppio in altezza i limiti imposti dal piano regolatore del Village…

Personalmente ho trovato decisamente più interessanti le parti del film dedicate alle realizzazioni cinematografiche dell’artista che quelle — del resto un po’ risicate e superficiali — legate alla sua pittura. Eppure Schnabel, oltre che un ottimo regista, rimane un pittore importante, dall’espressività potente, che ha con disinvoltura attraversato (e a volte sovrapposto) fasi diverse seguendo una sua evoluzione sempre sostenuta da talento innegabile: questo film santifica l’uomo ma finisce in realtà col non rendere giustizia all’artista.

Una scena del film

Una scena del film

Sarà un caso che la realizzazione di questo documentario abbia coinciso con il rientro di Schnabel nella scuderia della newyorkese Pace Gallery — con cui aveva lavorato per vent’anni prima di passare con Larry Gagosian — che nel febbraio del 2017 ha inaugurato una mostra di New Plate Paintings, subito dopo la retrospettiva dell’artista tenutasi al Museo d’Arte di Aspen, Colorado? E che le nuove opere siano ispirate alle rose che crescono accanto alla tomba di Van Gogh nel cimitero di Auvers-sur-Oise, proprio mentre si annuncia il nuovo progetto cinematografico di Schnabel, At Eternity’s Gate, ispirato alla vita del pittore olandese (interpretato da Willem Dafoe) che viene citato in conclusione del documentario? In ogni caso un effetto è stato ottenuto: dopo picchi e cadute nel milionario business dell’arte statunitense — nella lista dei 500 Top Artists stilata da Art Price nel 2016 Schnabel si collocava al 94° posto, con aggiudicazioni medie, su 17 lotti venduti, di “soli” 118.665 dollari — il record d’asta del pittore (che risaliva al maggio 2014: 1 milione di dollari per un Plate Painting ) è stato superato il 15 novembre scorso quando, da Christie’s New York, il suo Ethnic Type #14 del 1984 è stato aggiudicato per 1.200.000 $. Un nuovo primato giunto dopo tre lunghi anni che, nel convulso mondo dell’arte, del jet set e della finanza americana possono essere un’eternità…

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