Lapo Simeoni: l’arte come attivismo

Lapo Simeoni, Mind the Gap, 2010
Lapo Simeoni, Mind the Gap, 2010
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Art is not an end but a beginning. Sostiene il grande artista internazionale Ai Weiwei. Una frase, quella dell’artista cinese, a cui fa eco Things Left Unsaid, la grandiosa e bellissima mostra di Lapo Simeoni (n. 1979), giovane artista  italiano che vive tra il nostro Paese, Berlino e il resto del mondo. Da sempre interessato alle questioni sociali, Simeoni si definisce un artista/attivista e attraverso il suo lavoro ci pone molte domande sul senso dell’arte, sulla distanza tra etica ed estetica e su come l’artista si debba impegnare in prima persona per trovare risposte. Fare ricerca per lui significa indagare e questo lo obbliga a fermarsi su questioni che difficilmente prescindono dai temi globali: come gli effetti del consumismo globalizzato, le trasformazioni e i conflitti sociali, i simboli e gli stereotipi della contemporaneità. E proprio da questa sua analisi costante delle molteplici informazioni che la quotidianità offre nascono le opere principali della mostra ospitata in queste settimane negli spazi della Rocca Albornoz di Narni dove l’abbiamo incontrato per una chiacchierata sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista nella società di oggi.

Nicola Maggi: Sono passati 11 anni dalla tua prima personale e con Things Left Unsaid sembra quasi che tu voglia fare un po’ il punto sulla tua ricerca artistica…

Lapo Simeoni: «In questi anni ho lavorato molto sulla pratica concettuale per raggiungere quel concetto, quella teoria, utilizzando la materia che potesse rappresentarla al meglio. Creare uno stile personale è un percorso lungo e pieno di insidie. Anno dopo anno ho calibrato la ricerca su concetti sempre più mirati, cercando un linguaggio personale. Sono partito dalle problematiche italiane (con la mostra VIVA L’ITALIA! del 2011),  passando per la performance Destroy to the end fino ad arrivare a studiare problematiche globali, come il capitalismo, il consumismo e il conflitto tra le classi sociali. Questa mostra è la conseguenza naturale della mia visione del mondo, da cui non posso e non voglio sottrarmi come artista e cittadino critico di questa società. Molti artisti  hanno percorsi intimi e personali che posso condividere, io mi definisco un artista/attivista e sono fiero di parlare con il mio lavoro anche di temi sociali scomodi. E da qui nasce il titolo della mostra THINGS LEFT UNSAID. La mostra è nata grazie a Micol Veller e Alessandro Valeri, i quali mi hanno proposto di realizzare al Museo Rocca Albornoz di Narni la mostra che considero, per forza ed energia, come una Kunsthalle a tutti gli effetti! E’ perfetta, per il valore simbolico che rappresenta, come contenitore per le mie idee».

Lapo Simeoni, Blanda Mind, 2016, mix media on alluminium fridge panel, 80 x 56 x 8 cm

Lapo Simeoni, Blanda Mind, 2016, mix media on alluminium fridge panel, 80 x 56 x 8 cm

N.M.: Dal tuo lavoro emerge una visione del ruolo dell’artista molto particolare. Ce ne parli?

L.S.: «Il sistema main stream dell’arte contemporanea sembra ormai accettare e commerciare con sempre più passione gli artisti che trattano grandi temi sociali, creando una sorta di miscellanea dell’etica, una forma di critica consentita ed acclamata, dando all’arte quell’aura di cui  ha bisogno per mascherare le sue vere finalità come il successo di mercato, che quando ha potuto ha inglobato, consumato e distrutto il valore originale di molti artisti. Il mercato dell’arte contemporanea è crudele, insipido, estremamente noioso e, naturalmente, piramidale poiché parte del sistema economico. Cosa vuole il mercato adesso? Post internet, abstract, pop, mescolato a design industriale per belle ville/musei di collezionisti e basta. Mi chiedo: tutto qua? E l’obiettivo di un artista? Solo soldi e fama? Ecco io non sono interessato a tutto ciò. Certo collaboro con varie gallerie e collezionisti e ne sono felice, ma sono altrettanto felice di creare collegamenti sani con persone che hanno idee comuni creando un dialogo costruttivo anche con chi ha idee diverse. Quello che mi interessa è lavorare sul concetto globale di sistema sociale umano. Il mio lavoro non vuole avere nessuna pretesa, se non quella di raccontare in forma critica le disillusioni dell’uomo contemporaneo, cercando di diminuire quel divario, a tratti ormai incolmabile, tra arte contemporanea e pubblico disinteressato, assuefatto alla televisione o a degenerazioni estetiche social-mediatiche. Il problema è proprio questo divario tra memoria, cultura e società, tutto cancellato da un overload di immagini, notizie e dalla ricerca di una gloria su canali social come Instagram o Twitter. Una situazione di cui tutto il pianeta è mestamente vittima. La mia idea come artista è quella di aprire dei varchi tra illusione e realtà, e questo lo realizzo attraverso un lavoro a cui dedico la mia vita».

Lapo Simeoni, Analysis of the German Empire, 2015, oil on canvas, spray, 21,5 x 33 cm

Lapo Simeoni, Analysis of the German Empire, 2015, oil on canvas, spray, 21,5 x 33 cm

N.M.: Peraltro da questo tuo approccio nasce anche una vera e propria Estetica Politica. In cosa consiste?

L.S.: «Ogni atto, ogni immagine, ogni segno è una forma di comunicazione e gli artisti lo sanno,  eppure fanno finta di non sapere. Essere consapevoli dei veri obiettivi che ognuno di noi ha, ci rende liberi da preconcetti e scelte sbagliate nel percorso. Anche per questo nel catalogo realizzato per la mostra a Narni, ho cercato di realizzare una riflessione costruttiva sul mio lavoro e sul percorso che sto costruendo passo dopo passo, opera dopo opera, affrontando delle tematiche ben distinte».

N.M.: A proposito della mostra, nella sezione “Rinascita” è esposta una serie di schizzi e appunti che riguardano i tuoi progetti artistici. Ci dici qualcosa sul tuo modo di lavorare? Come nascono le tue opere?

L.S.: «Il lavoro nasce dalla strada, dalla gente, ma anche dalla mia storia personale. Lavoro sempre leggendo testi di economia, storia, politica, marketing, cercando di fare le ricerche più disparate, ma con una metodologia precisa, trovando collegamenti tra causa e effetto. Sono molto legato al simbolismo della comunicazione che cambia e si trasforma da nazione a nazione, cerco di carpire quegli elementi che possono creare delle connessioni tra estetica, empatia e reazione. La sezione della Rinascita, che si trova nella balconata e si affaccia sulla mostra, vuole essere un punto di riflessione su tutto il progetto, una sorta di work in progress su come reagire ad un sistema ormai collaudato al CCC (cresci-consuma-crepa)».

Lapo Simeoni, Things left unsaid #10, 2016, oil and spray on wood board 27 x 19 cm

Lapo Simeoni, Things left unsaid #10, 2016, oil and spray on wood board 27 x 19 cm

N.M.: Tra i lavori in mostra a Narni ce n’è, poi, un gruppo molto particolare che hai raccolto in una “Sala del Comando”… 

L.S.: «Nella Sala del Comando ho cercato di analizzare i simboli del potere, mettendo ad esempio in relazione l’immagine di 422 x 700 cm di un fotogramma cult del film Il Dottor Stranamore di Kubrick, il quale rappresentava con una lucidità estrema la follia ed il paradosso dei governi militari democratici, con l’opera PIRAMYD/EUROPE/STAR: 12 sculture ottagonali in gesso, cemento e ottone le quali rappresentano le 12 stelle della Comunità Europea, naturalmente sgretolate come ormai è l’Europa. La scultura si trova esattamente sotto una vetrata piramidale a rappresentare il suo condizionamento da parte delle grandi corporazioni e delle banche. Sempre nella sala si trova, dentro una teca in plexiglas, una borsa trasparente contenete 25.000 Euro originali (in banconote da 20), tritati dalla banca Tedesca. L’opera è naturalmente diventata l’immagine della mostra per rappresentare il paradosso del potere, la sua vulnerabilità e astrazione. Nella stessa sala è esposta un’altra teca contenete una piccola parte degli euro tritati inseriti in una scatola con il simbolo della Comunità Europea: Brexit. Le ultime due opere sono:Analysis of the German Empire , composte da due elementi: un quadro dei primi del 900 raffigurante un castello successivamente dipinto con spray fluorescente e di fianco la riproduzione gigante dello stesso quadro ma stampato su Pvc. Ho deciso di creare questo dialogo cercando di affrontare il problema dell’arte e della sua rappresentazione su internet, con la conseguente perdita di empatia che si crea tra opera e fruitore. Ragionando su questo ho messo in discussione il valore della riproduzione e dell’immagine, creando un divario tra realtà e riproduzione».

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N.M.: Quello tra arte e potere, peraltro, è un rapporto che attraversa tutta la storia dell’arte, ma sempre di grande attualità. Come si sviluppa nel tuo lavoro?

L.S.: «Con ironia e cinismo, cercando di accorciare quel gap tra estetica e realtà che le corporazioni attuano giorno dopo giorno. Mind the Gap  o 25.000 Euro sono alcuni delle opere che permettono di capire  al meglio il mio processo di lavoro, basato sull’utilizzo di materiali di recupero su cui intervengo cambiandone il significato e la funzione, creando un sentiero di rottura. In questi ultimi anni sto lavorando sul rapporto tra Arte/sport/religione e potere. Alcune opere affrontano il delicato rapporto tra l’Arte Contemporanea ed il sistema delle Fiere d’arte, utilizzando VIP card inserite nelle opere. Sono molto felice che una di queste opere, Hunt or be hunted, sia stata esposta in questi giorni ad ArtVerona 2016, all’interno della mostra Xmq of pit, ready for the mosh curata da Valentina Lacinio e Andrea Bruciati».

N.M.: Tra gli spunti di riflessione che sollevi c’è n’è uno che è ormai al centro dei dibattiti sull’arte, ossia il rapporto tra Consumismo, Capitalismo ed Arte Contemporanea. Da artista emergente, qual è la tua opinione in merito?

L.S.: «In questi ultimi anni si stanno spostando grandi capitali economici. Le Aste stanno diventando sempre di più termometro di un sistema ormai completamente inglobato nella finanza. Il grande mercato dei master è pianificato a tavolino da grandi Corporazioni e astuti bancari/collezionisti i quali governano il proprio ego e gusto personale, creando addirittura un gusto estetico collettivo che traina a cascata le scelte fino alla base, condizionando addirittura gli artisti che seguono, come banderuole al vento, il gusto del momento. Personalmente credo che i nuovi media stiano complicando molto la struttura estetica globale, creando una sensibilità sempre più anestetizzata dalla poca attenzione che si dà alle singole opere che non valutate in relazione al tempo in cui sono realizzate. Ma è proprio il tempo ad essere il giudice finale sull’arte e sul mercato. Ritengo che questa corsa all’aumento costante dei prezzi delle opere possa trovare giustificazione solo fino al punto cruciale in cui il mero valore economico non superi il valore sociale e culturale dell’ opera stessa. Io credo che l’importante per un artista sia seguire le proprie utopie sempre e comunque, tutto il resto è carta straccia o banconote tagliate».

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