L’arte fa bene al business?

Corporate collection: JP Morgan Chase Art Collection
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L’arte fa bene al business? E’ questo l’oggetto della ricerca che ha interessato l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano coinvolgendo oltre mezzo milione di aziende italiane appartenenti ai più svariati settori produttivi per cercare di capire e dimostrare che il rapporto tra arte e azienda è un rapporto non solo possibile ma anche vantaggioso. (Leggi -> La Corporate Collection in Italia)

Arte e impresa seguono da sempre percorsi differenti. L’impresa è dotata di razionalità strumentale e mira al conseguimento di un risultato concreto dove la standardizzazione è necessaria per far fronte al contenimento dei rischi e all’ottimizzazione dei costi, il tempo è molto frammentato; l’arte al contrario ha una razionalità mediata da sentimenti e passioni, non subisce standardizzazioni o pensieri sequenziali, non vive il tempo come uno stress e soprattutto intreccia sempre una moltitudine di storie. L’arte potrebbe quindi aiutare l’impresa ad essere più innovativa e meno povera di contenuti. La collisione fra questi due linguaggi genera un nuovo piano dove le leggi asettiche del mondo degli affari sono integrate da un moto creativo carico di idee avveniristiche e rivoluzionarie.

L’arte può ‘fare la differenza’ se inserita in ambito aziendale? Una corporate art collection può influenzare l’andamento economico di una impresa giocando un ruolo attivo? Le aziende che hanno una collezione d’arte hanno performance migliori rispetto a chi non le possiede? E’ possibile calcolare un indicatore capace di misurare il ritorno economico fatto in cultura? Sono questi alcuni dei quesiti che hanno dato origine alla ricerca e a cui l’Ateneo milanese ha cercato di dare risposta. Obiettivo dell’indagine è stato comprendere se le corporate art collections producano degli impatti sulle organizzazioni e se questi siano quantificabili tramite l’analisi di alcuni indicatori economico-finanziari presenti nei bilanci d’esercizio.

 

Una ricerca innovativa

 

Il corpo della letteratura nazionale e internazionale che riconosce la potenzialità delle Arti di migliorare le condizioni all’interno di imprese e società, nonché di produrre vantaggi in termini di business, è fondato unicamente su indagini qualitative basate su interviste dirette a manager e dipendenti esposti a interventi artistici in ambito aziendale.

L’aspetto innovativo dello studio della Cattolica consiste nell’aver introdotto un metodo di ricerca quantitativo (piuttosto inusuale in questo campo) confrontando un campione di 124 aziende (rappresentativo di circa il 30% dei casi nazionali) con i bilanci d’esercizio di oltre cinquecento mila aziende italiane e, successivamente, mostrando i risultati ottenuti ad un audience di interesse (responsabili di corporate art collections e di attività culturali) a cui è stato chiesto di fornire un commento, un feedback e un personale punto di vista circa la gamma dei potenziali vantaggi che le Arti possono portare all’interno delle organizzazioni aziendali.

 

I risultati:

 

I risultati ottenuti dalla ricerca quali-quantitativa sono stati riassunti in dieci punti:

 

  1. Le aziende che possiedono una corporate art collection hanno in media indicatori economico-finanziari positivi nel tempo. Come si può vedere nel grafico sottostante più del 75% delle aziende ‘collezioniste’ nel triennio 2013-2015 ha avuto un rapporto EBITDA/vendite positivo.
Trend storico 2013-2015 EBITDA/vendite %: indicatore positivo in tutti gli anni del triennio analizzato in valore assoluto

Trend storico 2013-2015 EBITDA/vendite %: indicatore positivo in tutti gli anni del triennio analizzato in valore assoluto

 

  1. Nell’ambito dei rispettivi settori produttivi di appartenenza le imprese che hanno collezioni corporate registrano performance migliori. Come si può verificare dalla tabella riguardo agli indicatori economico-finanziari EBITDA/vendite, ROS, ROA e tasso di indebitamento.
Totale numero di aziende del panel con performance positive e negative rispetto alla media di settore e all’intervallo ottimale (2015).

Totale numero di aziende del panel con performance positive e negative rispetto alla media di settore e all’intervallo ottimale (2015).

 

  1. Se dal punto di vista quantitativo l’analisi sembra confermare che l’arte faccia bene al business, resta però difficile valutare gli impatti e i benefici portati dall’arte in azienda, soprattutto perché nella maggior parte dei casi si tratta di indicatori ‘soggettivi’, legati a specifiche condizioni lavorative. Da una parte non sembra possibile ottenere un indicatore sintetico e universale in grado di quantificare i vantaggi che l’arte può portare in azienda (come auspicato da molti), dall’altra risulta invece possibile per ogni azienda trovare all’interno della propria attività dei parametri tangibili e intangibili che permettano di comprendere meglio la relazione tra arte e vantaggio economico (come ad esempio il numero di prodotti nuovi lanciati sul mercato, nuove filiali aperte, performance sui mercati di riferimento, nuove categorie di prodotto, aumento dei clienti o dei target raggiunti, reputazione…). Ad esempio Elica, azienda leader mondiale nel settore delle cappe da cucina, grazie alla sua Fondazione Ermanno Casoli che si occupa di formazione aziendale attraverso l’arte, utilizza come parametro di riferimento la crescita del numero di brevetti generata dai dipendenti esposti a esperienze artistiche. Ha infatti analizzato e confrontato i risultati di business del quinquennio precedente e successivo alla nascita della Fondazione, registrando un aumento del numero di brevetti ornamentali di quasi quattro volte (da quota 21 dal 2003 al 2007 a quota 81 dal 2007 al 2012) e un raddoppio del numero di brevetti tecnici. Uno studio legale può invece misurare il numero di nuovi clienti raggiunti e acquisiti a seguito di attività ed eventi artistici organizzati o promossi.
  1. La cultura ha bisogno di tempo. Gli impatti prodotti da un’esperienza artistica, da una corporate art collection e in generale da un investimento in arte, devono essere monitorati in un arco di tempo molto più lungo rispetto ad un’iniziativa economica che produce effetti immediati (ad esempio taglio delle risorse). Le imprese che decidono di intraprendere un investimento di questo tipo, devono necessariamente accettare una prospettiva di lungo termine.
Gli spazi dell'Headquartes Elica di Fabriano dove sono esposte le opere che i dipendenti di Elica hanno realizzato insieme agli artisti

Gli spazi dell’Headquartes Elica di Fabriano dove sono esposte le opere che i dipendenti di Elica hanno realizzato insieme agli artisti

  1. Le aziende coinvolte sostengono che l’investimento in cultura meriti di essere inserito a pieno titolo fra gli investimenti e le scelte economiche che un’impresa può compiere in un’ottica non solo di promozione o di immagine, ma anche di sviluppo e innovazione.
  1. Dalle interviste emerge che, nel rapporto tra interventi artistici e vantaggi economici, un ruolo fondamentale è giocato dalle persone e in particolare dai dipendenti delle aziende, siano essi coinvolti direttamente o indirettamente. Le imprese vogliono crescere, aumentare il proprio valore, aprirsi a nuove strade oppure difendere il proprio posizionamento di mercato. E sanno che per fare ciò devono coinvolgere i propri dipendenti nel modo giusto. Inoltre, in un periodo storico ed economico così difficile come quello che da anni si sta vivendo, non esiste scelta più azzeccata per un’azienda che puntare sulle persone, facendole sentire speciali e necessarie, creando ambienti di lavoro innovativi e stimolanti attraverso l’arte. Un’organizzazione che acquista opere d’arte o attiva interventi artistici mette a disposizione dei propri lavoratori ‘significato’ puro, da condividere all’infinito.
  1. Dall’analisi della letteratura sulle possibili modalità di interazione tra arte e impresa si evince che il rapporto più innovativo e all’avanguardia è quello capace di coinvolgere direttamente, in modo attivo e ripetuto, i dipendenti e gli artisti in laboratori o esperienze arts-based training, come nel caso di Elica e della sua Fondazione. L’arte è potente e sorprendente, capace di stimolare la creatività e la curiosità, provocare le domande giuste, mettere in discussione l’esistente rompendo un pensiero convenzionale, favorire lo spostamento dei punti di vista, agevolare un’integrazione culturale aziendale e diventare un’antenna sintonizzata sul futuro, anticipando scenari e comportamenti.
  1. Ulteriore vantaggio evidenziato dall’indagine qualitativa, riguarda la capacità di affrontare le discontinuità e i cambiamenti da parte delle aziende che investono in arte. La crescente pressione di essere sempre più innovativi, competitivi e reattivi nel proprio mercato diventa una delle principali ragioni per cui un’impresa può decidere di attivare un intervento artistico. In particolare l’arte contemporanea, per sua natura, è quella che meglio consente di affrontare queste situazioni impreviste.
  1. Un elemento comune, sottolineato dagli intervistati, è la necessità di sistematizzare e razionalizzare i propri interventi artistici rispetto alla propria organizzazione, non solo da un punto di vista finanziario ed economico ma anche rispetto all’impatto generato dagli interventi sull’organizzazione e sui singoli individui che ne fanno parte. Da questo punto di vista il modello di approccio proposto da Schiuma che incrocia il livello di cambiamento delle persone e il grado di sviluppo delle infrastrutture organizzative identificando nove cluster, sembra essere già un modello operativo applicabile (per approfondimenti: Schiuma G. (2011). The Arts Value Matrix in The Value of Arts for Business, Cambridge University Press).
  1. L’arte infine emerge come strumento per rafforzare il senso di appartenenza aziendale in una prospettiva sempre più globale e multiculturale. L’arte appare come quel linguaggio comune, comprensibile da tutti, capace di accorciare le distanze fisiche e distruggere le differenze culturali. Sicuramente un valore aggiunto per una grande azienda che opera su mercati e territori internazionali. Fondazione FILA, ad esempio, ha chiesto a giovani artisti cinesi di reinterpretare il logo storico dell’azienda e organizza annualmente visite al proprio Museo per i colleghi stranieri (con budget previsto a bilancio); mentre Campari prevede visite guidate tailor made in Galleria a dipendenti e ospiti di vari paesi per dare loro la possibilità di immergersi nella storia del brand e, con il programma Campari on tour, esporta i propri lavori e valori nelle diverse Business Unit mondiali.

In conclusione, dall’analisi dei bilanci d’esercizio sembra che si possa affermare che, generalmente, le aziende che possiedono una collezione d’arte godano di ‘buona salute’, registrando performance economico-finanziarie migliori rispetto a chi non la possiede. Risulta tuttavia ancora piuttosto difficile riuscire a quantificare tale relazione tra solidità economica di una impresa e possesso di una corporate art collection. La ricerca di Università Cattolica rappresenta quindi un primo passo verso una maggiore consapevolezza del fenomeno corporate art collection in Italia e dei numerosi vantaggi che un’esperienza artistica può portare in ambito organizzativo. La speranza è che sempre più imprese si affidino all’Arte secondo una logica concreta e strutturata perché solo così può diventare uno strumento strategico e operativo, una possibilità concreta per costruire nuovi modelli di apprendimento e un motore per la crescita economica.

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