L’estasi della sconfitta: incontro con Graziano Meneghin

Graziano Meneghin in Piccoli assoli per macchina da cucire a struttura quadrettata, 2013. Photo: Gaia Ceresi
Graziano Meneghin in Piccoli assoli per macchina da cucire a struttura quadrettata, 2013. Photo: Gaia Ceresi
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Circa tre anni e mezzo fa, in quanto autore di una monografia su Morte a Venezia di Luchino Visconti che mette a confronto il romanzo di Thomas Mann con la sua trasposizione cinematografica, fui contattato da un giovane artista  friulano: Graziano Meneghin, da poco laureato allo IUAV di Venezia. Il progetto nel quale l’artista stava coinvolgendo diverse persone, tutte in qualche modo legate al romanzo di Thomas Mann, consisteva in un’operazione concettuale letterario-artistica: colmare una lacuna temporale all’interno della narrazione manniana con un paragrafo d’invenzione da inserire in un punto preciso della novella. Sarebbero poi state realizzate delle copie del libro — una per ogni “manipolatore” del testo — a formare una sorta di biblioteca di possibili varianti “nascoste” del romanzo originale. Il punto d’arrivo del progetto: una performance in cui le varie versioni del testo sarebbero state “spazializzate” da diversi esecutori. Il progetto fu presentato nel dicembre del 2013 alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia col titolo Morire a Venezia, ancora, e la performance (Morire a Venezia, ancora/La notte di Aschenbach) ebbe luogo nel giugno dell’anno successivo alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna-Ca’ Pesaro in occasione di Art Night Venezia. Tra coloro che avevano accolto l’invito dell’artista ed elaborato dei testi c’erano Mario Airò, Daniel Birnbaum, Paola Capriolo e altre personalità del mondo dell’arte e della letteratura.

Graziano Meneghin, Morire a Venezia, ancora/La notte di Aschenbach, Venezia, Ca' Pesaro, 2014. Photo: Sara Mognol.

Graziano Meneghin, Morire a Venezia, ancora/La notte di Aschenbach, Venezia, Ca’ Pesaro, 2014. Photo: Sara Mognol.

«Parto da una delle cose che sosteneva uno dei miei insegnanti allo IUAV, Alberto Garutti, che diceva sempre: “L’arte tende alla perfezione, quindi è per forza imperfetta”. Credo che fra tutte le cose che mi ha detto Garutti, sia la cosa che maggiormente è diventata parte del mio modo di far arte. Cerco sempre in qualche maniera di lavorare sul limite, e su qualcosa che sia in qualche maniera irraggiungibile. È una mia propensione naturale, un interesse che ho da sempre, […] questo di portare avanti delle cose che portano a un’inevitabile sconfitta. Che è un po’ un’allegoria della nostra vita: un tentativo di crescere, un tentativo di fare sempre qualcosa di nuovo, però alla fine… tutti perdiamo: c’è la sconfitta definitiva!» ha dichiarato l’artista in un’intervista in occasione della sua prima mostra personale: Nella notte: un botto, una stella e poi il nulla Atto primo: la sfida di Marsia, tenutasi nel Palazzo Toaldi Capra di Schio nel luglio del 2014.

Le operazioni artistiche di Graziano Meneghin (n. 1982) sono fortemente concettuali, ma non chiuse in se stesse né tanto meno criptiche: se l’artista «esclude la creazione di immagini da contemplare a favore della generazione di fonti e ipertesti immaginari con cui far interagire lo spettatore» — come ha scritto Carolina Gestri — il risultato ha una sua forma estetica chiaramente percepibile, anche grazie a una “scientificità” nella struttura performativa facilmente intuitibile. In Nocturne #1 (2011, progettato per la Fondazione Bevilacqua La Masa ma non realizzato) in una calle di Venezia esattamente orientata da est a ovest — «Mi interessava che ci fosse un’onda sonora che da Oriente giungesse fino a Occidente», sottolinea l’artista — 11 amplificatori, posti in 11 terrazze di abitazioni che si affacciano sulla via, avrebbero riprodotto 11 Notturni di Chopin rallentati elettronicamente in maniera tale che la loro durata coprisse l’intera notte, dalle 5:12 del pomeriggio alle 7:31 della mattina seguente: il loro effetto sonoro dopo la manipolazione finiva col ricordare le sirene delle barche di Venezia.

Graziano Meneghin, Progetto per Nocturne#1, 2010 (disegno in collaborazione con Olga Trevisan).

Graziano Meneghin, Progetto per Nocturne#1, 2010 (disegno in collaborazione con Olga Trevisan).

In Tentativo di educare una pianta al voloperformance del 2012 realizzata a Forte Marghera — per tutta la durata della mostra Ecologia della Mente (dedicata all’antropologo e psicologo Gregory Bateson) l’artista cercava di insegnare a volare a una piantina bonsai, vivendo a continuo contatto con essa e tenendo un diario delle fasi del “processo educativo” redatto con scientificità, aggiornato quotidianamente ed esposto al pubblico nelle tre ore di apertura dello spazio espositivo (le uniche in cui l’artista lasciava il luogo dell’esposizione). Ho incontrato Graziano a Padova dove, assieme a Jacopo Trabona con cui collabora da diversi anni, è risultato vincitore, con altri due gruppi di giovani artisti, di PIAZZA+: un progetto transdisciplinare dedicato alla rigenerazione di uno spazio pubblico — la Piazza Gasparotto di Padova, appunto — attraverso le arti contemporanee. I tre gruppi lavoreranno per cinque mesi in loco elaborando i loro progetti.

Sandro Naglia: Partiamo dai tuoi studi e dalle maggiori influenze sul tuo lavoro.

Graziano Meneghin: «Il mio percorso di studi è piuttosto articolato e scostante. Mi diplomo a 26 anni all’Istituto d’Arte di Vittorio Veneto. Mi laureo quattro anni dopo allo IUAV di Venezia con una tesi su Elaine Sturtevant. Ora, che di anni ne ho 34, sto scrivendo la mia tesi di laurea specialistica. La mia carriera artistica viaggia di pari passo, dato che da quasi due anni non espongo nulla pubblicamente e sostanzialmente ho esposto un mio lavoro, per la prima volta, nel 2012. Attualmente però sto tentando di rimettermi in gioco, grazie anche a un progetto che sto iniziando ad ideare con Jacopo Trabona, artista e amico con cui ho già collaborato in passato. Riguardo le mie influenze è difficile riassumerle in poche parole. Se vuoi faccio un tentativo elencando i primi 15 nomi che mi vengono in mente, senza apparente logica nella loro formulazione. Borges, Lorenzo Lotto, Oneohtrix Point Never, Giorgione, Roberto Rossellini, Steve Reich, Carver, Céline, Velvet Underground, John Lydon e i PIL, Bas Jan Ader, Michel Foucault, Straub & Huillet, Cesare Pavese, Godard; non so se sono giunto a quindici ma mi fermo qui. Anzi no, aggiungo la nonna materna. Lei è sarta di professione e un’ottima cuoca per passione: da piccolo passavo ore a osservarla mentre creava le sue gonne e i suoi gnocchi. Credo sia stata una grossa fonte di ispirazione per me.»

Graziano Meneghin, Jacopo Trabona, The Black Square/La Macchina per vedere ciò che c’è, Viafarini – Spazio Docva, Milano 2015. Photo: Spela Volcic.

Graziano Meneghin, Jacopo Trabona, The Black Square/La Macchina per vedere ciò che c’è, Viafarini – Spazio Docva, Milano 2015. Photo: Spela Volcic.

S.N.: Se ti nomino Gino De Dominicis? Tentativo di volo del 1970, Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua (1969)… 

 G.M.: «Il primo ha fornito uno spunto linguistico e testuale per la nascita del primo lavoro che ho esposto pubblicamente (Tentativo di educare una pianta al volo); il secondo è semplicemente un capolavoro, nel senso etimologico del termine: vedo molte opere successive infatti nascere da quel lavoro che ne è origine. Per dirla con un termine presso dallo storico della Letteratura Hans Robert Jauss: apre un nuovo “orizzonte d’attesa” rispetto all’opera d’arte.»

S.N.: Invece con Marina Abramović sembri avere in comune la tendenza a realizzare performance di lunghissima durata, unendo un dato esistenziale al risultato artistico.

G.M.: «Se devo essere onesto non mi sono mai interessato molto al suo lavoro, che trovo interessante solo nella sua produzione con Ulay. Devo darti ragione però sul dato esistenziale. Anche se questo livello è spesso nascosto e taciuto, i miei lavori partono sempre da una problematica personale, che poi cerco di nascondere come elemento interno all’opera. Come performer le mie maggiori influenze sono certamente date dai lavori di Chris Burden e di Bas Jan Ader. Del primo mi è sempre interessato il rapporto che si instaura tra un apparente disordine nei contenuti ed un controllo quasi ossessivo e maniacale dell’aspetto performativo, che permette ai suoi lavori di essere facilmente fruibili facendo altresì nascere molteplici livelli di lettura. Di Bas Jan Ader mi affascina quel suo utilizzo di elementi presi dalla commedia slapstick, quell’ironia tragica che condiziona le sue performance. Egli ha inserito nei suoi lavori due elementi che nell’ottica ideologica e concettuale degli anni Settanta apparivano al limite dell’inammissibilità intellettuale: l’amore e l’ironia. Non mi stupisce che il suo lavoro sia stato recuperato solo 25 anni dopo la sua morte.»

Graziano Meneghin, Tentativo di educare una pianta al volo - 2012.

Graziano Meneghin, Tentativo di educare una pianta al volo – 2012.

S.N.: Come procedi nell’elaborazione di un progetto, dall’idea alla realizzazione finale?

 G.M.: «Alcuni lavori, come quello che ti ha visto coinvolto o come quelli con Jacopo, hanno un lungo processo di sedimentazione e sono molto strutturati. Altri, la maggior parte a dir il vero, sono frutto di diversi interessi momentanei. In determinati istanti della mia vita sono attratto da diverse cose, apparentemente distanti tra di loro, che tendo ad analizzare ossessivamente. Poi dal nulla, spesso di mattina e al risveglio, magari in un momento di crisi dovuto a una deadline, si allineano e trovano forma. Per questo molti miei lavori possono sembrare sovrastrutturati. La cosa non mi preoccupa molto, perché spero che questo fornisca diversi livelli di lettura e d’interpretazione alle mie opere. Sono sempre stato affascinato da quei lavori che non capisco, da quelle cose che in un primo momento arrivo perfino a detestare, poiché queste mi mandano in crisi per diversi giorni e con la mente ci ritorno spesso per trovarne una codificazione. Mi irritano invece quei lavori che appaiono come una spiegazione a una ricerca o a una problematica posta da un artista, perché tolgono allo spettatore qualsiasi possibilità di interazione intellettuale con l’opera. Se mi fai una domanda e poi ti dai una risposta, a che ti servo? Con chi stai parlando? Le trovo semplicemente delle elucubrazioni narcisiste ed auto-riferite. L’opera deve sempre aprirsi a un ipotetico dialogo. Pensa a quanti interrogativi pone ancora oggi un dipinto di Giorgione o di Piero della Francesca.»

S.N.: La presenza della musica è frequente nei tuoi lavori, e non solo come elemento sonoro ma proprio come valore musicale…

 G.M.: «Utilizzo la musica perché è stata un’influenza decisiva sulla mia vita e sul mio modo di vedere le cose. Inoltre, non essendo particolarmente dotato musicalmente, fa emergere quel lato comico e fallimentare che da sempre ricerco nelle mie performance. Mi interessa utilizzarla anche come atto di volontaria spettacolarizzazione dell’opera d’arte. In senso allegorico, e connettendola alla mia incapacità come musicista, fornisce il mio punto di vista su cosa penso realmente di parte del sistema dell’Arte attuale: una forma comica e assurda di autocompiacimento intellettuale.»

Graziano Meneghin, La sfida di Marsia. Verso il supplizio di Marsia, 2014. Photo: Davide Canton.

Graziano Meneghin, La sfida di Marsia. Verso il supplizio di Marsia, 2014. Photo: Davide Canton.

S.N.: Come ti poni rispetto al lato “commerciale” dell’attività artistica?

 G.M.: «Sinceramente non mi sono mai nemmeno posto il problema di creare qualcosa che fosse in qualche modo vendibile. Non credere che sia una questione di idealismo o di rifiuto del mercato; semplicemente credo che nessuno abbia interesse ad acquisire la documentazione di una performance di un giovane artista italiano, quindi tanto vale non porsi nemmeno questa come condizione necessaria nel momento in cui inizi a lavorare a qualcosa. Mi affascina molto però come osservatore il lato commerciale dell’attività artistica, mi piace osservarne i flussi per capire un po’ dove e come si muoverà l’Arte in futuro. Mi piacerebbe altresì un giorno costruirmi una piccola collezione, magari anche solo di lavori di amici con cui ho condiviso una parte del mio percorso professionale. Ai loro lavori aggiungerei un Cy Twombly o un Rothko, da appendere magari sopra il letto, in camera. Anzi, lo dico anche a chi sta leggendo questa intervista: se dovete trasferirvi e dovete disfarvi di un loro dipinto… beh sapete a chi regalarlo.»

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