Libera Circolazione per l’Arte: giusto o sbagliato?

L’ipotesi di far viaggiare la Gioconda ha fatto nuovamente emergere un dibattito tra chi è incline alla circolazione dell’arte e chi invece propende pesantemente per una condizione di tutela (che nel caso specifico coincide con la staticità dell’opera).

Da un lato, quindi, c’è chi vorrebbe avvicinare le opere ai cittadini, dall’altro, chi tutela l’unicità dell’opera e la sua tendenziale inamovibilità. Questi due estremi appartengono entrambi all’accezione più concreta che si può avere del concetto di “marketing” e riguardano, essenzialmente, i canali distributivi dell’opera: da un lato c’è l’esclusività (concetto che si potrebbe declinare come quelle botteghe artigiane che appartengono ad un territorio e che bisogna raggiungere fisicamente per visitare), all’altro estremo troviamo, invece, un concetto di prossimità (che più che nella diffusione capillare degli store, potrebbero trovare un esempio nella selezione delle date dei concerti di un dato artista).

Tra questi due estremi, tuttavia, sta gradualmente emergendo una nuova modalità di fruizione artistica: le cosiddette mostre experience (Van Gogh, Klimt, ecc.). Con questa tipologia di fruizione si azzera la necessità di trasporto perché l’opera viene dematerializzata. C’è chi sostiene che quanto proposto non possa in nessun modo equivalere ad un’esposizione di quadri originali, ma sotto questo versante è anche giusto interrogarsi su quanto sia in realtà necessaria la presenza fisica dell’opera. (Leggi -> Mostri digitali? Sì grazie)

Partiamo dunque da una domanda: riuscireste a distinguere un falso d’autore da un originale per tutte le opere esposte in un museo? La riposta è molto probabilmente negativa, a meno che non siate grandi esperti d’arte e trascorriate di fronte ad ogni opera il tempo necessario. Ma a giudicare dalle ricerche condotte sul tempo medio trascorso di fronte ad ogni opera da parte dei visitatori, questo caso sarebbe talmente raro da “non fare statistica”.

Con ciò non si vuol certo indicare come superflua la presenza degli originali nei musei, né tanto meno favorire la circolazione di falsi per migliorare le condizioni di tutela degli originali. Si vuole semplicemente sottolineare che tra lo scalpore che una tale ipotesi genererebbe e la reale “necessità” di trovarsi di fronte all’originale di un’opera sussiste esattamente la distanza che misura il livello di iconicità dell’opera d’arte.

Tale differenza, tuttavia, è percepita tale soltanto se avviene attraverso il confronto con lo stesso medium: le opere d’arte riprodotte dal Google Cultural Institute mostrano tempi di visione più ampi, motivati dalla maggiore libertà di visione dei dettagli dell’opera e nessuno ha realmente criticato il Google Cultural Institute, mentre più di qualcuno si è scagliato contro la proposta di mostre digitali “dedicate” alle opere di importanti artisti.

Eppure, il processo di digitalizzazione potrebbe presentare una serie di vantaggi notevoli: primo, permetterebbe la tutela dell’opera (che non dovrebbe quindi essere sottoposta a trasporti, se non nei casi di adeguata rilevanza); secondo, renderebbe l’opera d’arte un bene a consumo non mutualmente escludente (vale a dire che il “consumo” di un’opera d’arte in un museo di Parigi non andrebbe a limitare il consumo dell’opera d’arte a Roma, o a Vancouver, o ad Abu Dhabi); terzo, la digitalizzazione permetterebbe un rapporto più “intimo” con l’opera (ipotizzando alle pareti enormi schermi touch, con i quali ingrandire l’opera nei suoi più minimi particolari); quarto: sarebbe possibile integrare l’opera con contenuti esperienziali ulteriori.

Si potrà obiettare che l’opera d’arte è tale perché unica e che in questo modo non avrebbe più senso per milioni di turisti andare al Louvre di Parigi per vedere la Gioconda se questi turisti potessero avere una versione della Gioconda presso musei a loro più vicini.

Questo però sarebbe corretto soltanto in parte. Attualmente la Gioconda è al Louvre, e per chi non ha la possibilità di andare al Louvre sarà impossibile vederla mentre per chi questa possibilità può permettersela, sarà chiara la differenza che esiste tra l’opera d’arte e la sua rappresentazione.

Circolino dunque le opere che possono farlo e rimangano completamente tutelate le opere che per condizioni di sicurezza non possono in alcun modo subire spostamenti. Ma troviamo un modo, intelligente e razionale, attraverso cui portare l’arte alle persone e avvicinarle.

Che male potrebbe fare?

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1 Commento

  • Fab12 ha detto:

    Mi sono posto in passato proprio questa domanda e proprio sulla Gioconda. Dalle mie parti (Lecco) si sostiene da secoli che il territorio rappresentato sullo sfondo della Mona Lisa sia il territorio lecchese e quindi ho provato a valutare se si potesse richiedere il prestito della preziosa tavola al Louvre. E’ lapalissiano che le difficoltà siano estreme (per usare un diminutivo!): il costo d’assicurazione ad esempio (se un dubbio Leonardo viene venduto a 450 milioni a quanto si dovrebbe assicurare il dipinto più famoso del mondo?), il rischio nel trasporto e le garanzie di conservazione nella nuova “location”…
    La soluzione più furba sarebbe stata quella di esporre un falso perfetto: ma nessuno viene a vedere un falso!!! L’unica era esporre un falso proteggendolo con una bugia: accordarsi col Louvre, togliere la Gioconda dall’esposizione parigina, deporla segretamente e per il tempo necessario nel loro caveaux, simulare il trasporto del dipinto qui a Lecco ed esporla con tanto di guardie armate… allora il dipinto sarebbe risultato veritiero e appetibile. Una bugia a fin di bene? Nei confronti del pubblico non saprei ma sicuramente tutti gli altri attori (il Louvre, la provincia di Lecco, i commercianti lecchesi etc) ne avrebbero grandemente goduto…
    PS: Personalmente odio i falsi 😀

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