Il mercato, la storia dell’arte e il collezionismo consapevole

Auguste Rodin, Il pensatore, 1880-1902. Bronzo, dimensioni: 200 x 130 x 140 cm. Museo Rodin.
Auguste Rodin, Il pensatore, 1880-1902. Bronzo, dimensioni: 200 x 130 x 140 cm. Museo Rodin.
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Lo so, il titolo non è il massimo e sa di cosa noiosissima da leggere in questi caldi giorni d’agosto. Ma è da tempo che nella testa mi frullano pensieri su quale possa essere, in prospettiva futura, l’influenza dell’attuale mercato dell’arte sulla storia (o le storie) dell’arte. Quella che prima o poi, si spera, studieranno i miei figli o a cui si rivolgeranno, con più o meno giusto spirito critico, i nuovi collezionisti per affinare il proprio fiuto. Pensieri che “finalmente” mi sono deciso a mettere nero su bianco grazie anche allo sprone inconsapevole di Alessandro Celli (aka Ale Artebrixia) che la scorsa settimana ha toccato questo argomento in uno dei suoi bellissimi post su Facebook. Ed è proprio dalla sua riflessione che voglio partire.

 

Se Turi Simeti vale più di De Nittis

Scrive Ale Artebrixia sul suo profilo FB:

«Non sono per l’arte dell’Ottocento, si sa che amo il contemporaneo, ma considerando che questo Giuseppe De Nittis, Westminster, 1878 – Olio su tela, cm. 110×192, costa meno di un Turi Simeti delle medesime dimensioni (per un 140 x 151 cm fece 120 mila euro da Christie’s un paio di anni fa) mi chiedo com’è cambiato oggi il collezionismo e l’approccio con l’arte, dov’è rimasta quella visione passionale del collezionista vero, con le sue debolezze e la sua forza e le sue certezze, i suoi pregi ed i suoi difetti, che pare soppiantata oggi da qualcosa di ibrido e mistificato: l’imprenditore accumulatore e speculatore, che tra l’altro è gravemente uno degli attori principali responsabile dell’attuale delegittimazione dell’arte come plus-valore per la società, avendo favorito e collaborato alla creazione di un mercato basato su fasulli valori economici.

 

Giuseppe De Nittis, Westminster, 1878 - Olio su tela, cm. 110x192

Giuseppe De Nittis, Westminster, 1878 – Olio su tela, cm. 110×192

Un’arte diventata artigianato, modernariato, un fenomeno commerciale e come tale, oggetto solo da vendere… un danno del post-moderno esasperato. Dobbiamo andare avanti per questa strada? Poi mi direte che Turi Simeti, come tanti altri paladini (mica Mimmo, eh), stanno nei musei e bla bla bla perché qualche bravo mercante è riuscito a parcheggiarlo lì (finché al direttore di quel museo gli sta bene tenerlo a parete, eh). E vai di propaganda. E tutti a sobbalzare sulle sedie quando l’artista su cui hai messo i quattrini arriva ad esporre nella galleria trend nel luogo trend che magari poi fa pure un botto in Sotheby’s. Scusate, ma ci siam forse persi qualcosa?».

 

Quello che ci siamo persi…

 

Da storico dell’arte (almeno di formazione) prestato alle osservazioni sul mercato, non ho saputo resistere e, rispondendo a questo post non ho potuto fare a meno di rispondere all’interrogativo di Ale Artebrixia sottolineando come con il passaggio al nuovo secolo (ma il processo è iniziato ovviamente prima) si sia persa sostanzialmente la conoscenza storica dell’arte, con il risultato che ci facciamo imbonire dal venditore di turno che spesso ne sa meno di chi compra.

Collezionare richiede passione ma anche studio, tanto studio. Oggi, invece, si guarda alle price list più che alla storia, convinti che il valore economico di un’opera equivalga a quello artistico. Il risultato? Sul mercato vanno in alto nomi “riscoperti” che nessun libro di storia dell’arte ha spesso mai preso in considerazione e che, improvvisamente, scopriamo “autori di grandi capolavori” e a cui magari vengono poi dedicate immense retrospettive itineranti. Mentre artisti meritevoli, ma non spalleggiati da potenti Fondazioni e gallerie di grido, rimangono a prendere polvere su qualche parete, ignorati dai più.

E questo non fa altro che creare una grande confusione in chi non ha magari una solida formazione storico-artistica che gli faccia da anticorpo a questa situazione. Sì, perché la confusione che viviamo oggi si addice al campo degli emergenti e delle nuove proposte, non certo a quello di artisti che per età e carriera dovrebbero essere già “storicizzati”. E’ infatti naturale, e si è verificato in tutte le epoche, che il panorama artistico contemporaneo (in senso stretto) sia più confuso: quando si è in mezzo alla “contesa” non è mai semplice capire cosa ci succede attorno perché tutto è ancora in divenire.

Ma quando, invece, l’arte la si guarda dall’alto della collina della Storia, il panorama dovrebbe risultare più semplice da decifrare grazie al “tempo” che ha già fatto il suo lavoro di “pulizia”. Ma qui invece siamo a livelli di sedute spiritiche e ogni anno, spinti dalla necessità di offrire ad un mercato sempre più ingordo arte fresca di cui nutrirsi, si mette sul piatto un nome nuovo appena riscoperto e spesso mai sentito nominare fino al giorno prima. Le riscoperte e le rivalutazioni ci stanno, ovviamente, ma stiamo un po’ esagerando.

 

A tutto c’è un limite!

 

Che mercato dell’arte e storia dell’arte vadano ormai da tempo a braccetto non è certo cosa nuova. Solo in Italia, per decenni, abbiamo voluto tener le cose separate (almeno in apparenza), ma da quando il sistema delle gallerie e dei mercanti ha soppiantato quello delle Accademie, l’arte “nuova” è sempre arrivata nei libri di storia dell’arte grazie al mercato. Ed è indubbio come quest’ultimo abbia, ormai da più di un secolo, una forte influenza nell’evoluzione delle pratiche artistiche, del collezionismo e della stessa storia dell’arte. Dove sarebbero gli Impressionisti senza il “loro” Durand-Ruel?

Un fenomeno, quello appena descritto, che – come ha ricordato anche Mark Westgarth della University of Leads in The Art market and its Histories (2009) – il grande storico dell’arte Francis Haskell aveva affrontato già negli anni Settanta del Novecento nel suo Riscoperte nell’arte (sfortunatamente oggi quasi introvabile), parlando proprio dell’importanza che il mercato ha avuto nei cambiamenti delle “mode” nell’arte e di come questo non possa essere considerato semplicemente un fattore marginale nella storia dell’arte. Un tema che più recentemente ha riaffrontato lo storico Krzystof Pomian che nel suo Collezionisti, amatori e curiosi. Parigi-Venezia XVI-XVIII secolo mette in evidenza, peraltro, l’effetto dirompente che hanno avuto i cataloghi delle aste, con le loro price list, sui trend dell’arte.

Cataloghi che  vengono a colmare quel vuoto lasciato dall’indebolirsi del rapporto tra artisti, patroni e collezionisti e che viene piano piano sostituito da logiche “consumistiche”, ma pur sempre supportate anche dal lavoro di importanti intellettuali. Ma di fatto, scrive Westgarth, «gli indici dei prezzi presenti in questi cataloghi diventano il nuovo metro con cui anche un pubblico più ampio e meno preparato può “valutare” l’importanza di un lavoro. Se questo però lo si può leggere anche come tassello di un processo di democratizzazione dell’arte che oggi raggiunge i suoi massimi livelli, è anche vero che le logiche “consumistiche” sono adesso state soppiantate da quelle “finanziarie” che hanno distorto completamente questo mondo».

Più che in altri settori economici, infatti, oggi l’aspetto finanziario delle transazioni in arte ha preso il sopravvento sul gusto e sulla passione e in qualche decennio l’arte è diventata inarrivabile per chi ha le conoscenze culturali giuste e se la possono permettere solo ricchi cacciatori di trofei dall’ignoranza abissale che seguono i “dictat” del curatore à la page invece che quelli dello studio o della conoscenza della storia dell’arte. Sarà un caso che la fascia alta del mercato risulti sempre la più manipolata al mondo?

 

Ma oggi la storia dell’arte non ha più peso…

 

Senza attaccare un mercato che, per certi versi, fa solo il proprio mestiere e che ha anche i suoi meriti, la cosa che mi chiedo io è, allora, se la “storia dell’arte” – intesa come scienza – avrà anche stavolta la forza di liberare il campo dagli impostori e dalle mezze calzette, per lasciare spazio solo a chi veramente se lo merita, a prescindere dai risultati d’asta. I segnali non sono proprio rassicuranti, se si pensa che, come ha messo in evidenza qualche mese fa Scott Reyburn su New York Times, tra i potenti del mondo dell’arte gli storici e gli studiosi praticamente non esistono, surclassati sempre di più da curatori, collezionisti e galleristi.

Ma soprattutto, se si considera che in un mondo dove sempre più persone, grazie al web, hanno accesso all’arte, gli studi di storia dell’arte – che generalmente portano a carriere poco remunerative – sono sempre più snobbati dai giovani tanto da rendere «molto più incerta – scrive Reyburn – la direzione che prenderanno il mondo dell’arte, la storia dell’arte, il mercato e soprattutto l’arte stessa». Cosa fare allora?

 

Non facciamoci prendere per il naso

 

Nella camera dei miei figli c’è un quadretto rosso con su scritto: “Chi legge non si fa prendere per il naso”. Ecco, credo che questo possa essere un valido primo antidoto alla situazione attuale. Compriamo arte per amore dell’arte e non degli affari. Il mercato d’altronde è fatto di domanda e offerta, e i collezionisti (i clienti) hanno un loro potere nel determinare quest’ultima. Lasciamo allora un po’ da parte la “genialità” dei galleristi e di un mercato che in questi anni ha saputo plasmare un po’ troppe menti e programmi espositivi; torniamo a studiare l’arte, a conoscerla veramente così da avere le armi giuste per capire cosa merita e cosa, invece, è solo frutto di manipolazioni di mercato.

Non so come la pensiate voi, ma credo sia giunta l’ora di tornare ad un mondo dell’arte condito con un po’ più di idealismo e da meno pragmatismo all’americana, sempre molto business oriented. Questo non vuol dire demonizzare il mercato, ma far capire che un mercato troppo spregiudicato, alla lunga, fa male al mercato e all’arte. Come fa male all’arte il gridare sempre al capolavoro solo perché dietro quel determinato artista c’è il gallerista di brand. L’arte deve tornare ad essere qualcosa che, in primo luogo, vogliamo avere vicino a noi perché ci induce a rallentare, a riflettere, a sognare, ma soprattutto a fuggire la superficialità del presente. E non più un feticcio di cui vantarsi durante le cene con gli amici.

Un obiettivo che ci coinvolge tutti, in primo luogo i collezionisti, ma anche chi scrive di arte e pubblica arte. Critici, curatori e giornalisti devono riscoprire il loro ruolo di mediatori culturali tra un’arte che non è mai stata per tutti e un pubblico che è diventato di massa. Non c’è più spazio per le frasi criptiche e le citazioni astruse che complicano tutto. Insomma va vinta la pigrizia che ci attanaglia, il dibattito artistico deve tornare nelle “terze pagine” dei quotidiani, nelle librerie e nel web, così da coinvolgere il pubblico ed educare, attraverso l’approfondimento, il suo spirito critico. Solo così può svilupparsi un rapporto realmente consapevole con l’arte e, quindi, un collezionismo degno di questo nome.

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

20 Commenti

  • Marco ha detto:

    viviamo in una società dove l’uomo è attratto da facili guadagni.
    Dove le grandi gallerie, impongono artisti alle case d’aste e ignoranti pseudo collezionisti danarosi acquistano artisti di basso profilo storico culturale.

    Ma il tempo e il mercato stesso metterá ordine. spero prima che poi.

    Complimenti per l’articolo, complimenti ad Artebrixia per aver stimolato Nicola Maggi.

  • armellin ha detto:

    Caro Maggi é un casino, ma lo aveva capito prima di noi pure Gesù che non era uno qualunque. Infatti nel Vangelo si esorta a lasciare la zizzania con il grano sano, perché rischi altrimenti di buttare il bimbo con l’acqua sporca. Siamo impastati di ignoranza non solo di cultura. Tu stesso sai che pure nelle aste dove si pensa solo al profitto ci sono davvero artisti che meritano e studiosi seri, ma questa loro presenza come si evince dal tuo articolo non é dominante. Piuttosto é sodomizzata dal sistema. Che fare ? bé la mia SFIDA é sempre aperta e su questa si può discutere, in fondo il 14 settembre é il XXXIV di composizione per The Opera Collection, cioé l’equivalente della Divina Commedia a in chiave visiva. Come vedi anche in Italia ci sono opere in grado di cacciare i mercanti dal tempio sarebbe anche l’ora (E’ GIUNTA L’ORA) di parlarne seriamente. Stefano Armellin http://armellin.blogspot.com

  • marco flò meneguzzo ha detto:

    articolo interessante ma troppa carne nel fuoco se posso permettermi, sono figlio del mio tempo ergo tra un de nittis ed il turi simeti che ho a casa opto per il secondo senza ombra di dubbio, e con questo non dico di non conoscere ‘superficialmente’ la storia dell’arte anzi è proprio perché la conosco che mi permette di scegliere tra i contemporanei, e di ascoltare la solita tiritera del mercato cattivo, dei galleristi mercanti, delle aste che decidono chi e cosa comprare…etc…..comincio ad esserne stanco, cordiali saluti

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      buongiorno. Nessuno parla di mercato brutto e cattivo, il mercato – come ho scritto e come ho sempre sostenuto – fa il suo mestiere e lo fa anche bene. Ma sono convinto, senza nulla togliere a Turi Simeti (che qui è solo un esempio), che il valore storico artistico debba avere un peso nella definizione di quello economico. Poi giustamente uno ha le sue preferenze e spende i soldi come più desidera, anche strapagando artisti che difficilmente sosterranno quei valori nel tempo. Cordiali saluti

      • marco flò meneguzzo ha detto:

        e chi lo dice che chi ha strapagato un Manzoni (che qui è solo un esempio) non manterrà nel tempo il suo valore, o meglio, chi lo dice che un Murillo od un Colen o meglio ancora un Ostrowski (esempi voluti) dopo altalenanti quotazioni non siano ottimi artisti da storicizzare? io non so darle una risposta in merito, non faccio il critico, non sono un gallerista, sono solo un collezionista che è ( almeno ci provo) attento sia al sistema dell’arte che al mercato, ambedue sappiamo quanti ottimi artisti si siano persi……sarebbe divertente farne un elenco non trova? anzi oggi sono in giornata positiva visto la trattativa di un’opera che ho in corso di un ‘quasi’ giovane artista che so che apprezza, e gliene offro uno io, Eugenio Degani di Verona, rimane sempre un piacere leggerla

        • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

          Verissimo. Su Ostrowski, peraltro, ho scritto tempo fa, come anche sui “giovani d’oro” di qualche anno fa. Ed è un po’ a casi come il loro che pensavo quando ho scritto: “Questo non vuol dire demonizzare il mercato, ma far capire che un mercato troppo spregiudicato, alla lunga, fa male al mercato e all’arte”. Le super-quotazioni di tanti di questi giovani non dico che abbiano danneggiato la loro carriera, ma sicuramente non l’hanno resa più agevole, anzi si è forse anche rischiato di perderli e sarebbe stato un peccato. Non credo, peraltro, sia un caso che le case d’asta li abbiano sempre presentati con stime molto conservative, indice che dietro c’erano giochetti non proprio limpidi. Comunque, il senso della mia riflessione, al di là del povero Simeti o di Manzoni (che è uno dei miei artisti preferiti), è che un po’ di conoscenza della storia dell’arte è fondamentale per non farsi abbindolare dalle sirene di “facili guadagni” e del miraggio dell'”investimento in arte” che esiste, certo, ma non può essere affrontato come quello in borsa, perché un’opera non è un’azione. Adesso però devo andare a vedere Eugenio Degani di Verona che non conosco e la cosa mi intriga! Grazie per la segnalazione.

      • Marco ha detto:

        Con tutto rispetto che ho per Meneguzzo, e per la sua ottima conoscenza del contemporaneo,mi sarei aspettato scegliesse qualcosa di più interessante di un Turi Simeti da mettere in parete, d’altronde il contemporaneo annovera svariati e bravi artisti da poter scegliere ,per tutte le tasche.Ma qui cadiamo sul gusto personale e non è mia assoluta intenzione voler offendere nessuno,

        Invece su “ascoltare la solita tiritera del mercato cattivo o dei galleristi cattivi e delle aste che decidono chi e cosa comprare” temo,si debba abituare, nonostante si sia stancato….

        Perché la percezione che in molti hanno è proprio quella, e mi permetta di evidenziarle , cosa che ben lei sicuramente saprá, che in Italia purtroppo il mercato del contemporaneo è un mercato quasi del tutto assente, forse lei si vuole riferire al Post war, dove però artisti di peso specifico per importanza maggiore a Turi Simeti son caduti quasi nel dimenticatoio grazie anche a voi critici e al lavoro degli stessi galleristi

        Con stima

        Marco

        • marco flò meneguzzo ha detto:

          Lei mi confonde con il mio omonimo sicuramente, oltretutto amico di lunga data e critico capace, molto se non tutto di quello che scrive è condivisibile, ed ha centrato il punto centrale, …’in Italia purtroppo il mercato del contemporaneo è un mercato quasi del tutto assente…’, non so darle una risposta in merito, io compro solo artisti del mio tempo e qualche sporadico post war per motivi, diciamo ‘sentimentali’, ma la vicenda di Turi dovrebbe insegnarle che nulla va dimenticato, in fin dei conti chi se lo filava prima del 2014?
          A me piace pensare, e questo me lo ha insegnato un collezionista molto più bravo di me, che per citare testualmente le sue parole ‘….sai Marco comprare un Manzoni oggi, se ne hai possibilità economiche, son capaci tutti, comprarlo nel 61, quella era la vera sfida….’
          Cordiali saluti
          Flò

          • armellin ha detto:

            GIUSTO ! Mi date modo di rilanciare la mia SFIDA vediamo se qualcuno si fa vivo : SFIDE INTERNAZIONALI

            ECCO, oggi nel mondo ci sono tante mostre di arte contemporanea, alcune davvero con prodotti eccellenti, é aumentato il numero degli artisti professionisti e il livello medio é più alto di cent’anni fa.
            (Continua a leggere)

            ORA, l’artista Stefano ARMELLIN sostiene che CON una sua mostra, ad esempio con le 170 strisce dell’Epilogo del Poema visivo del XXI secolo, é in grado di superare (in senso metaforico) tutte le mostre esistenti al mondo di arte contemporanea.

            UNA COSA é però la sicurezza dell’artista e del suo lavoro, altro é il parere reale del pubblico del mondo.

            PERCIO’ la mostra serve per capire fino a che punto la teoria artistica espressa in un Capolavoro autentico, SIA condivisa dall’opinione di un pubblico internazionale colto e sensibile, ma generico nelle attitudini e nelle attività.

            LA SFIDA al mondo dell’arte internazionale E’ APERTA.

            Stefano Armellin Autore di The Opera Collection dal 1983

  • Giùseppe Eramo ha detto:

    Bella testimonianza di un ormai raro civilissimo, intelligente ed elegante scambio di opinioni tra Maggi e Meneguzzo

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Carissimo Nicola, la tua è una “risonanza magnetica” del SISTEMA ARTE che comprende al suo interno la STORIA ed il MERCATO. Ho letto che questi due “fattori” hanno camminato su binari paralleli, ma a mio avviso non è così, semplicemente perché quando si parla di STORIA ci si pone il VALORE, diversamente quando affrontiamo il MERCATO parliamo di PREZZO!!!
    Il COLLEZIONISTA, diverso dal RACCOGLITORE, dal CURIOSO, “dovrebbe” essere una persona che conosce la STORIA dell’ARTE, se questa è MODERNA o di OGGI, la sua profondità lo portano a frequentare Musei, Fondazioni, Fiere, Gallerie, Case d’Aste, Egli non risponde ai “sibili” delle SIRENE perché Lui sa dove indirizzarsi e perché proprio in quel contesto.
    Il COLLEZIONISMO non è a una sola via, esistono protagonisti differenti, per studio, formazione, frequentazione, e perché non anche di capacità di spesa. Con questo voglio dire che purtroppo nessuno o almeno pochissimi possono mettere in “cascina” l’opera migliore, il lavoro, più storicizzato, ciò non toglie che però quell’ AUTORE vada conosciuto e riconosciuto, anche se uno non ha il danaro !!!
    Collezionare è anche un modo “LIBERO” di vivere questo mondo meraviglioso, immaginario, talvolta magico, ed in tutto questo contenitore troviamo di tutto e di più, dove le scelte e gli approfondimenti sono soggettivi e rispettabilissimi.
    Una cosa è certa Nicola, un COLLEZIONISTA vero deve avere atteggiamenti che appartengono alla sua sfera personale e non può snaturalizzarsi, il momento più bello ed entusiasmante è quando riesce ad avere un lavoro di un artista che per anni ha seguito, che i libri di storia lo hanno diffusamente trattato, che quell’acquisto ti porta a godere gli stessi momenti che ha magari goduto lui stesso, con i compagni di Gruppo o Movimento.
    Non ho toccato volutamente l’argomento FINANZA perché non conosco a fondo le sue dinamiche, sappiamo tutti che la FINANZA nell’Arte coinvolge una percentuale di un 10/20 % di persone che controllano l’80% del MERCATO, e quando si tocca questo delicato argomento le leve che scendono in campo sono diverse.
    A me piace essere COLLEZIONISTA, STUDIOSO, CULTORE e PROMOTORE dell’Arte Moderna, sono circa 40 anni che mi affaccio sul MERCATO, partendo da quello locale fino a quello nazionale con poche sortite estere. Mi piace leggere e confrontarmi con gli altri, reputo di essere un buon ascoltatore per chè più vado avanti più mi accorgo che l’ARTE deve essere ascoltata.
    Nel mio piccolo cerco di combattere gli “ILLUSIONISTI” , gli “IMBONITORI”, gli “INCANTATORI” del SISTEMA e quando posso cerco di far capire a qualcuno che si “esprime” ( per il suo bene) di fare passi indietro. L’ARTE abbisogna di lealtà, di rispetto, di umiltà, tutti quei milioni che esternano i loro sentimenti ( pensionati, cassaintegrati, esodati, dopolavoristi, universitari della Terza e Quarta Età ecc.) si sentono ARTISTI, molti MAESTRI, altri CURATORI, altri ancora DIRETTORI ARTISTICI !!!
    Chi ama questo mondo deve essere un fermo difensore dell’ ARTE, non deve forzatamente condividere i “linguaggi” scelti da altri, anzi rispettarli, siano questi iconici o aniconici o concettuali !!!
    Mi piace ricordare uno scritto di Brian O’ Doherty, artista e scrittore, … la zona militarizzata che divide artista e collezionista è percorsa da guerriglieri, delegati, contrabbandieri, agenti doppiogiochisti ed esponenti delle due fazioni in vari travestimenti, impegnati a mediare tra principi e danaro …
    Buon collezionismo a tutti !!!

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Daniele, buongiorno. Come sempre grazie per i tuoi interventi sempre molto interessanti e che hanno il pregio di arricchire il dibattito. Solo una precisazione: nell’articolo non dico che mercato e storia dell’arte hanno viaggiato su binari paralleli, bensì a braccetto. Poi ho sottolineato che “Solo in Italia, per decenni, abbiamo voluto tener le cose separate (almeno in apparenza)”. Questo non perché nel nostro Paese le cose fossero differenti, ma perché in Italia, per tantissimi anni parlare di Arte e Soldi è sempre sembrato blasfemo e solo oggi si sta cambiando mentalità. Tutto qui. Un caro saluto. Nicola

  • lois ha detto:

    Tutto verissimo. L’arte deve sollecitare principalmente la curiosità ed il piacere che essa è in grado di offrire. Purtroppo come scrive qualche altro tuo lettore, non è possiible più fare delle comparazioni anche se si resta veramente stupiti di fronte a dei risultati d’asta. MA come tutti più o meno hanno scritto, la finanza è altra cosa e gli acquisti di investimento nudo e crudo sono sostenibili solo da una percentuale bassissima di persone. A noi altri, non resta che apprezzarne la bellezza. Ciascuno nel suo piccolo, come più volte hai anche scritto può collezionare… e la soddisfazione (nel proprio) è quella di arrivare a piccoli passi verso artisti che hai visto menzionati nei libri (come dice il sign. Taddei) e sentirti ancor più vicino a delle emozioni che prescindono da ogni prezzo.
    Da ciò, convengo in pieno con te, sul processo di educazione e di sostegno verso una rinnovata passione al mondo dell’arte, in tutte le sue forme e con tutte le sue molteplici sfaccettaure.

  • ranieri fornario ha detto:

    Che bell’articolo Nicola… che avanguardia De Nittis, 1878 non dimentichiamolo mai, le date in arte sono importanti… quanta passione in Meneguzzo, nel suo collezionare e che qualità in Simeti…. che gentilezza in Eramo… e che dire poi della poetica di Taddei, che eleganza…
    Resto sorpreso e ammirato da tanta autenticità e speranzoso d’ incontrare persone come voi sul mio cammino.. grazie a tutti.
    Ranieri Fornario

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Fornario Ranieri mi hai già incontrato !!! Se vuoi “chiacchierare d’Arte” la redazione ti può dare il mio numero!!! Sai noi collezionisti siamo esseri speciali ricchi di sorprese … e poi collezionare è conoscere, più ne siamo e meglio è … un modo naturale per sconfiggere l’indifferenza e la rassegnazione … A presto.
    Grazie come sempre a Nicola per la sua straordinaria dote di coinvolgere ed animare i confronti ( volutamente al plurale). Ottime cose, Daniele

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