Montrasio Arte: galleristi da 3 generazioni

Ruggero Montrasio, a sinistra, in compagnia di un gruppo di giovani scrittori. La letteratura è una delle sue passioni.
Ruggero Montrasio, a sinistra, in compagnia di un gruppo di giovani scrittori. La letteratura è una delle sue passioni.
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No art victim only cultural addicted!!! E’ questo il motto con cui Ruggero Montrasio, da 23 anni alla guida di Montrasio Arte, descrive il suo approccio all’arte e alla professione di gallerista. Da quasi 80 anni la sua famiglia è un punto di riferimento per il collezionismo non solo italiano. Una storia lunghissima, ricca di esperienze, incontri ed aneddoti che il gallerista milanese ci racconta in questa intervista dove non manca anche una riflessione su come sta cambiando la professione e il ruolo delle gallerie d’arte.

Nicola Maggi: La sua è una delle più importanti famiglie di galleristi del nostro paese ci racconta come è iniziata l’avventura di Montrasio Arte?

Ruggero Montrasio: «La galleria è stata aperta da mio nonno (Luigi Montrasio) nel 1939 a Monza. Si interessava di autori dell’Ottocento come: Angelo Morbelli, Giovanni Segantini, Mosè Bianchi, Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Giovanni Boldini e molti altri. Nel 1964 la sede storica è stata affiancata da Montrasio Arte diretta da mio padre (Alberto Montrasio) che ha inaugurato con una personale di Tancredi. Mio padre mi ha raccontato che all’inizio della sua avventura alcuni clienti di mio nonno comprassero da lui di “nascosto”, un po’ per aiutarlo ed un po’ per curiosità. Alla mostra iniziale sono seguite moltissime altre esposizioni tra le quali quelle di Lucio Fontana, Fausto Melotti, Adolfo Wildt, e, molti di quei primi collezionisti sono ancora oggi felici delle loro scelte “segrete”. Sono poi seguite le sedi di Milano, Innsbruck e New York, con il progetto di residenza per artisti HSFbyMA».

Ruggero Montrasio

Ruggero Montrasio

N.M.: Nel 2019 la sua galleria compirà 80 anni… qual è, secondo lei, il segreto di questo successo?

R.M.: «La consapevolezza che il lavoro, la serietà e professionalità pagano sempre, anche se non si ha una visibilità immediata. Abbiamo idealmente assistito a fenomeni che sono evaporati nel breve volgere di qualche stagione. Educare il collezionista, crescere insieme ed aiutarlo ad elaborare una propria capacità di giudizio, sono le componenti fondamentali del nostro lavoro. Non avere timore di sbagliare, essere consapevoli che in un panorama così variegato, l’errore si può commettere. Ricordarsi che è meglio: “Ammirare veramente un falso capolavoro piuttosto che ammirare falsamente un vero capolavoro”. No art victim only cultural addicted!!!».

N.M.: Quando ha capito che voleva anche lei fare il gallerista e qual è stato l’insegnamento l’ha segnata maggiormente nel suo modo di interpretare questa professione?

R.M.: «Quando ho iniziato a perdere troppe partite di tennis e la cruda realtà mi ha fatto capire che non avrei mai calcato l’erba di Wimbledon. Questo mi ha indotto a cercar riparo in un porto sicuro. L’etica del lavoro, ascoltare le persone che ne sanno più di te e studiare, leggere, osservare, alimentare la curiosità, nutrire la propria passione ossessivamente».

Bepi Romagnoni, Racconto Giornata Antifascista. 1963, 100x80 cm

Bepi Romagnoni, Racconto Giornata Antifascista. 1963, 100×80 cm. Courtesy: Montrasio Arte

N.M.: Dagli spazi di Montrasio Arte è passata buona parte della storia dell’arte italiana del secondo Novecento. Nel suo ricordo quali sono stati i momenti o gli artisti che hanno segnato in modo particolare la storia della galleria?

R.M.: «Giovanni Segantini per mio Nonno. Poi Tancredi, che ha segnato l’inizio di un nuovo percorso (nel 1964 con mio padre Alberto). Personalmente Bodini, la persona più generosa che abbia mai conosciuto; Romagnoni con il rimpianto di non averlo potuto conoscere; Zigaina, un intellettuale di inarrivabile cultura. E Oppenheim e Christo, le prime conoscenze di grandi artisti internazionali. I momenti sono rappresentati da tutte le pubblicazioni che hanno di volta in volta accompagnato le mostre (ad oggi più di trecento) e, con loro, tutti gli storici dell’arte che hanno collaborato a questi progetti».

N.M.: Dennis Oppenheim, peraltro, è uno degli artisti a cui è stato più legato anche personalmente e a cui lo scorso anno avete dedicato una bellissima mostra esposta anche a MIART…

R.M.: «Quello con Dennis è stato un incontro prezioso e bizzarro. Gli telefonai (nel 2004) e mi fissò un appuntamento per la settimana successiva a New York. Suonai alla porta e mi ricevette scalzo con una tazza di caffè in mano. Iniziò subito a mostrarmi una gran quantità di lavori che era disposto ad alienare. Alla fine dell’appuntamento mi disse che l’indomani sarebbe stato impegnato, ma che il giorno successivo ci saremmo potuti incontrare al suo studio, dove mi avrebbe mostrato altre opere e avremmo concluso il “good deal”. Nel giorno di pausa andai a visitare il DIA Beacon (dove un paio di anni dopo la nostra pubblicazione di Oppenheim faceva bella mostra di sé sugli scaffali del bookshop). Ricordo che durante il tragitto in treno da New York cercavo di calcolare la somma (senza conoscerne il prezzo perché Dennis mi ripeteva: “Don’t worry we can do a good deal”) che avrei dovuto corrispondere per tutte le opere che avevo visto. Il totale era certamente al di fuori della mia possibilità. Così giunto allo studio per l’appuntamento mi ero convinto di precisare che non avrei potuto acquistare tutte quelle opere, che ero un giovane (all’epoca) gallerista. Ma non ci fu modo di aprire bocca, Dennis iniziò a mostrarmi lavori su lavori, ed alla fine mi disse: “Li metto tutti in un container e te li spedisco a Genova”. Questa è la cifra e mi paghi in tre soluzioni. Fu effettivamente un “good deal” e con l’aiuto di mio padre riuscii ad acquistare tutte le opere, delle quali diverse fanno parte della nostra collezione personale, alcune delle quali stiamo per donare al Walker Art Center di Minneapolis. Il dialogo con Melotti presentato al MIART avremo il piacere di riproporlo (integrato) all’Armory Show di New York di quest’anno».

Una vista dello stand di Mostrasio Arte a Miart 2016 con opere di Dennis Oppenheim e Fausto Melotti

Una vista dello stand di Mostrasio Arte a Miart 2016 con opere di Dennis Oppenheim e Fausto Melotti

N.M.: Anche se la vostra squadra oggi è composta principalmente di artisti storici, collaborate spesso anche con talenti emergenti. Cosa cercate negli artisti e come vede la scena artistica di oggi in Italia e non solo?

R.M.: «Quello che cerchiamo è la capacità di un artista di sviluppare un proprio percorso progettuale e, laddove necessario, non avere timore di riconoscere le “Madri” o “Padri” che queste ricerche hanno saputo ispirare. Oggi troppo spesso in arte, succede quello che già avviene nella moda ed ora nel design. Si celebra una figura come Elsa Schiapparelli e nessuno sottolinea di quanto sia scopiazzata (a volte male) la sua creatività. Lo stessa dicasi per il design: se si osserva, ad esempio, system 1-2-3 standard lounge chair di Verner Panton e la si confronta con la S-Chair di Tom Dixon, la prima progettata nel 1973 la seconda nel 1991!!! Credo sia giusto riconoscere l’idea primigenia, per non ingenerare confusione. Noi ci occupiamo dell’Archivio di Franco Bemporad, ed a volte ci capita qualcuno che ci fa notare una certa affinità con l’opera di Davide Nido, nulla da eccepire se il raffronto è sviluppato al contrario, infatti le opere di Bemporad datano al 1960. E’ fondamentale in questi casi il ruolo che i Musei dovrebbero svolgere dal punto di vista didattico e storico. Oggi al contrario ci si entusiasma per allestimenti tematici, come ad esempio quello “terrificante” messo in scena alla GNAM di Roma. Dove si confondono le “Possibilità di relazione” (per citare il titolo di una mostra all’Attico di Sargentini curata da Enrico Crispolti, Roberto Sanesi e Emilio Tadini) con la “Necessità di relazione”. A questo proposito bisognerebbe ricordare uno straordinario saggio di Walter Schonenberger “La performance dell’Imperatore. Considerazioni su una fiaba di Andersen” che esemplarmente illustra questo fenomeno. Basterebbe fosse acquisito come dichiarazione d’intenti da ogni Direttore di Museo, Curatore o Storico dell’Arte, per evitare gli orrori cui sempre più spesso tocca dover assistere».

Una vista dell'interno di Montrasio Arte

Una vista dell’interno di Montrasio Arte

N.M.: Ormai sono passati 23 anni da quando ha preso la guida della galleria. Com’è è cambiato il nostro collezionismo dal 1994 ad oggi?

R.M.: «E’ radicalmente cambiato. È necessaria una riflessione profonda sul ruolo delle gallerie e sul loro futuro, sia per chi si occupa di artisti viventi sia per chi opera con il secondo mercato. Nel primo caso, la diffusione dei nuovi social-media, consente all’artista di occuparsi in prima persona della divulgazione e della collocazione del proprio lavoro. Il qui e ora della galleria d’arte è stato sostituito da una fotografia scattata in qualsiasi luogo, sia esso canonicamente deputato, o estemporaneamente utilizzato per ospitare mostre o opere d’arte. Nel secondo caso la posizione dominante rivestita dalle Case d’Asta rende sempre più difficile reperire opere inedite degli artisti. Lo spazio vitale per le gallerie diventa sempre più ristretto. Le gallerie nella maggior parte dei casi hanno drasticamente ridotto la programmazione espositiva (in particolare modo per chi opera nel secondo mercato), le Fiere hanno assunto un’importanza sempre maggiore e sono diventate l’occasione per presentare i propri progetti. In alcuni casi (limitandosi all’Italia) con ottimi risultati come per MIART e Artissima in altri con esiti decisamente più modesti come per Artefiera».

Salvatore Scarpitta, Gravity, 1963. Bende e tecnica mista su tavola 54.5x52.5x4.5 cm. Courtesy: Montrasio Arte

Salvatore Scarpitta, Gravity, 1963. Bende e tecnica mista su tavola 54.5×52.5×4.5 cm. Courtesy: Montrasio Arte

N.M.: … e la professione di gallerista?

R.M.: «Personalmente credo che il ruolo del gallerista così com’è inteso oggi sia destinato a scomparire nel medio lungo periodo. La diffusione capillare del lavoro e dell’opera degli artisti a livello nazionale e internazionale, farà sì che il ruolo di collegamento (con Collezionisti, Musei, Istituzioni, ecc…) ricoperto oggi dal gallerista, non sarà più cosi indispensabile. Rimarrà, credo, la possibilità di lavorare a progetti su misura, bisognerà ripensare completamente al nostro ruolo».

N.M.: C’è una domanda che faccio a tutti i galleristi in chiusura delle mie interviste. Oggi si guarda molto all’arte come investimento. Non le pare che sia una visione un po’ distorta del collezionismo?

R.M.: «Inizierei col dire che come tutti gli investimenti, e l’arte non fa eccezione, è un buon investimento nella misura in cui si ha la possibilità di aspettare le condizioni più favorevoli a monetizzare lo stesso. La seconda considerazione che mi sento di fare è che sino a quando i soggetti che costituiscono il così detto mercato (artisti, gallerie, storici, fiere, case d’asta, stampa specializzata e a maggior ragione generalista) non si assumono i rischi di proporre e sbagliare, ma al contrario formulano le proprie proposte in modo convenzionale, non fanno altro che alimentare fenomeni speculativi che nulla hanno a che vedere con la storia dell’arte. Abbiamo assistito in questi ultimi dieci anni ad una omologazione della proposta che ha portato a dei valori e a delle licitazioni del tutto ingiustificate. Mi chiedo se Simeti può costare più di Carrà, se Bonalumi possa essere più ricercato di Sironi? Sarebbe come dire in Gran Bretagna che Sam Taylor Wood costasse più di Franck Auerbach, o, in Francia Daniel Buren costasse più di Pierre Soulages. Per quanto lenta possa essere la storia, mantiene la capacità di ricollocare i valori di ogni fenomeno nella corretta prospettiva. Così riesce difficile immaginare si possa cancellare “Il Novecento” come espressione artistica in eterno. Quando gli interessi economico-speculativo di oggi non avranno più quell’urgenza credo non sia difficile ipotizzare un ritorno di quegli autori che oggi giacciono in un cono d’ombra. Se penso ad un grande collezionista come Volker Feierabend che ha ripreso a collezionare gli autori del Novecento con grande vigore  e  con la possibilità di reperire opere di enorme qualità a cifre estremamente interessanti, credo sia un interessante esempio da monitorare con attenzione».

Angelo Savelli, I feel fine, 1963. Olio tecnica mista e corda su tela 97x67.5 cm. Courtesy: Montrasio Arte

Angelo Savelli, I feel fine, 1963. Olio tecnica mista e corda su tela 97×67.5 cm. Courtesy: Montrasio Arte

N.M.: Cosa vede nel futuro di Mostrasio Arte?

R.M.: «Una Fondazione a Monza, un progetto di residenza d’artista nel piacentino. A Monza ospiteremo una collezione permanente con opere di: Balla, Burri, Carrà, Christo, Fontana, Ghirri, Gormley, Graham, Leoncillo, Long, Manzoni, Matta Clark, Melotti, Romagnoni, Savelli, Scarpitta e molti altri. Sarà ospitata la nostra biblioteca che può contare su 15mila volumi, con un nutrito nucleo di libri rari e d’artista. Organizzeremo due mostre l’anno. Abbiamo avviato una serie di donazioni di opere per instaurare rapporti di collaborazione (in previsione delle mostre che organizzeremo) con Musei nazionali (Man di Nuoro) e internazionali (Walker Art Center di Minneapolis). Nel piacentino continueremo il progetto di residenza per artisti inaugurato nel 2007 a New York (Harlem Studio Fellowship by Montrasio Arte), sarà rivolto ad artisti il cui lavoro avrà una forte connotazione ambientale. In entrambi i casi ci avvarremo di un comitato scientifico che coordinerà sia il lavoro di proposta espositiva, sia la selezione degli artisti che saranno invitati».

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

4 Commenti

  • armellin ha detto:

    Sul fatto che Galleria e Galleristi sono al tramonto noi artisti lo abbiamo capito da un pezzo. SA

  • marco meneguzzo ha detto:

    ottima intervista ma siamo ancora lontani dal ‘tramonto’ dei galleristi e dico per fortuna

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      speriamo, sarebbe una perdita pesante… anche se a Londra è in atto una metamorfosi da galleristi a broker che non fa sperare niente di buono…

      • marco meneguzzo ha detto:

        le grandi gallerie ci sono sempre state, potrei citarne a decine ma le conosce sicuramente tutte eppure, se parliamo di Londra, ve ne sono altre che lavorano in maniera eccelsa con un occhio ai giovani di qualità, non che alcune italiane siano diventate o forse nate, come agenzia di broker…ma lei ben sa che ve ne sono molte altre che lavorano in maniera eccelsa

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