Mostre digitali? Sì grazie!

Una vista della mostra "Klimt Experience" che si è tenuta alla Chiesa di Santo Stefano al Ponte di Firenze.
Una vista della mostra "Klimt Experience" che si è tenuta alla Chiesa di Santo Stefano al Ponte di Firenze.
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Le mostre experience vale a dire esposizioni in luoghi reali di opere d’arte in formato digitale stanno via via guadagnandosi un loro ruolo all’interno dello scenario espositivo contemporaneo. Molti le criticano sin dal loro livello ontologico: una mostra è, ed è sempre stata, l’esposizione di originali: opere talmente forti che sono riuscite a superare la prova del tempo e a non perdere la propria capacità espressiva nel variare dei secoli. Avere di fronte una riproduzione probabilmente può irretire i puristi. Ma il format ha moltissimi elementi a proprio vantaggio; primo: si abbattono completamente i costi di trasporto e di assicurazione; secondo: si annullano i rischi di danno alle opere.

A questi due elementi, che rispondono ad esigenze di “marketing” (quali la logistica e la distribuzione) si associano tuttavia delle caratteristiche delle mostre d’arte digitale che smentiscono chi condanna aprioristicamente queste esposizioni e, paradossalmente, sono proprio di natura estetica. Giova ricordare, a questo punto, che il dibattito del rapporto tra l’originale e la riproduzione non è propriamente nuovo nel mondo dell’arte: un po’ di tempo fa, un certo Benjamin aveva trattato l’argomento in un piccolo saggio che sarebbe divenuto uno dei testi più influenti per l’estetica successiva.

Senza entrare in approfondimenti filosofici, tuttavia, si può affermare senza alcun tipo di remora che grazie all’espediente delle opere digitali si assiste ad un vero e proprio processo di valorizzazione del ruolo del curatore, che recepisce in questo modo tutte le evoluzioni che hanno subito le discipline artistiche a partire dal concetto di post-produzione e recependo una tendenza, sempre più evidente, che vede il curatore come il vero “artista” della mostra e che si contrappone ad un curatore esegeta del tratto e del colore, il cui ruolo principale è affidato alle attività di ricerca e di criteri di esposizione. Da un punto di vista concettuale potremmo quasi affermare che siamo alla meta-curatela, la curatela che svela se stessa. Il curatore (o il team di curatori) divengono d’improvviso molto più che registi silenziosi. Entrano nelle opere, le dilatano, creano ambienti sensoriali stimolanti, ricorrono all’utilizzo delle nuove tecnologie per trasformare un dipinto in un’esperienza di realtà virtuale.

Mostra Van Gogh Alive - The ExperienceMostra Van Gogh Alive

La Mostra Van Gogh Alive – The ExperienceMostra Van Gogh Alive di Bologna

C’è infine un altro ordine di ragioni che permette di guardare con simpatia a questo fenomeno (moda passeggera o trend di medio periodo? nessuno può dirlo): la diffusione di cultura e la capacità di attrarre pubblici differenziati rispetto alle mostre, per così dire, tradizionali. Il primo punto richiama quanto detto in precedenza in termini logistici: l’adozione del digitale permette di superare un limite strutturale delle mostre d’arte: nelle mostre che siamo abituati a frequentare, i quadri che vengono inseriti sono unici. Questo significa che è praticamente impossibile (fatte salvo opere multiple o riproduzioni) che la stessa opera d’arte sia esposta contemporaneamente in luoghi diversi, in città diverse o persino in nazioni diverse.

Questo permette di raggiungere con più facilità il Break Even Point, e questo può indurre i produttori, una volta raggiunto l’obiettivo minimo, di iniziare ad estendere il proprio prodotto anche nelle località minori, le cui chance di ospitare un Caravaggio “dal vivo” sono molto limitate. A questo si aggiunga il binomio con uno dei settori a più vasto bacino d’utenza del nostro tempo: il settore tecnologico. I numeri di partecipazione a fiere sul settore tecnologico sono noti e il nostro utilizzo quotidiano di smartphone, tablet, smartwatch etc. è sempre più radicato e condiviso.

La tecnologia potrebbe dunque attrarre individui che più che essere interessati alla validità estetica delle opere proposte, possono essere attratti dalla possibilità di sensazione di uno “stupore” che può derivare dalla fruizione sensoriale attraverso il medium tecnologico. C’è, infine, un ultimo punto sul quale vale la pena ragionare: l’arte ha bisogno di essere vista per essere compresa. Ha bisogno di essere fruita, percepita. Questo punto è fondamentale perché è sostanzialmente un’argomentazione proprio di chi si dichiara contrario a questo tipo di fruizione.

Eppure, la possibilità che un teen-ager vada a vedere Klimt, o che abbia visto un Van Gogh più per il dispositivo tecnologico che per l’opera d’arte in sé, è elevata. Questo è diffondere cultura e arte. Riuscire a trovare linguaggi nuovi per rendere attrattivo il consumo culturale anche per quelle categorie di persone che non vanno a teatro o al museo se non per sbaglio e se è gratis. Qui invece le persone pagano. E questo pagare vuol dire scegliere. Essere disposti a rinunciare a qualcosa pur di visitare una mostra. In fondo, è poi così giusto sostenere che la gratuità dell’originale (e quindi la scelta senza rinuncia, che etimologicamente non è scelta) sia preferibile al pagamento della riproduzione?

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

4 Commenti

  • armellin ha detto:

    Monti, é la stessa cosa che fa la TV da anni e internet da sempre, piuttosto si usano sempre gli stessi nomi perché catturano pubblico come nei libri, sembra che la storia dell’arte venga circoscritta sempre a venti quadri….

  • marco flò meneguzzo ha detto:

    onestamente non le trovo interessanti ma è probabile che sia una mia ‘poco’ apertura a questo genere di manifestazioni

  • GIACCONE MICHELANGELO ha detto:

    Grazie Stefano Monti, confermo il suo articolo e lo considero un omaggio alla città di Torino che proprio ieri terminava a Torino una bellissima mostra di Van Gogh Alive alla Promotrice di Belle Arti.

  • Titti Pece ha detto:

    E alla fine succede come per il cibo in TV: si vede tutto, si hanno magari (qualche volta) le giuste informazioni,, ma poi … il palato ? Giusta cautela, nell’articolo. Ma non userei con tanta disinvoltura la parola consumo culturale. Più che consumo l’arte è valore. O no? Succede che a volte le parole ci portano altrove, O no?

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