Mostre collettive: quando gli artisti dicono “no”…

La celebre lettera di Luca Vitone pubblicata sul sito mentelocale.it nel 2011
La celebre lettera di Luca Vitone pubblicata sul sito mentelocale.it nel 2011
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Sono passati esattamente sei anni da quando la galleria Pinksummer affidò a mentelocale.it la lettera con cui l’artista genovese Luca Vitone rinunciava a partecipare al Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi alla 54. Biennale di Arti Visive di Venezia. Nonostante Vitone abbia, con quel gesto, aperto metaforicamente  un vero e proprio vaso di Pandora è ancor oggi molto diffusa, tra i collezionisti (e non solo), la convinzione che sia impossibile, per un artista, rinunciare a partecipare a un’esposizione importante, se non addirittura fondamentale, per la propria carriera come potrebbe essere la Biennale veneziana.

Mentre il mondo dell’arte si avvia, lentamente, verso la pausa estiva, vogliamo allora soffermarci su questo retroscena inedito, di cui, francamente, non si sapeva nulla fino a qualche tempo fa. Con l’avvento di internet si sono notevolmente ridotti i tempi per  organizzare una mostra. Eventi nazionali e internazionale si possono, oggigiorno, programmare con il semplice clic necessario per l’invio delle e-mail e qualche telefonata per spiegare le ragioni delle proprie scelte e cercare di convincere gli indecisi, permettendo al curatore di sapere, in tempo reale, quanti aderiranno al progetto. E quando le defezioni, seppur senza superare le adesioni, sono un numero consistente questo dovrà prendere seriamente in considerazione l’opportunità di non portare avanti il progetto, senza pensare a convocazioni e/o integrazioni dell’ultima ora che stravolgerebbero l’idea originaria.

Come agire allora? Quand’è che un evento merita comunque di vedere la luce? La risposta non è facile, ma se le rinunce non compromettono quella che è la mission della mostra è bene andare avanti. Certamente, occorre interrogarsi sulle motivazione di chi ha scelto di non partecipare, ma le decisioni di alcuni non devono penalizzare gli altri. Chi si occupa della curatela di una mostra a più nomi ha l’obbligo di prendersi le proprie responsabilità verso chi ha creduto in lui. Al pari di una collezione privata, ciò che costituisce il valore di una mostra collettiva è la sua rappresentatività, la sua interezza, la capacità che hanno le opere che la compongono di dialogare tra loro. Le ragioni che possono portare un artista a disertare un evento possono essere le più svariate e andare da motivazioni personali, magari mancanza di fiducia verso l’incaricato o attriti verso altri artisti coinvolti, a quelle più ragionate come la non condivisione del progetto.  Per quanto riguarda il discorso delle “simpatie personali” il curatore, se davvero crede nella loro importanza, deve essere il primo a mettersi in gioco e chiedere in ogni caso la partecipazione anche a artisti che sa per certo gli diranno di no.

Cerchiamo ora di analizzare le cause che possono portare al rifiuto da parte degli artisti. La prima cosa che generalmente valutano è se la mostra si terrà in uno spazio pubblico o in uno privato, e nel secondo caso se in una galleria oppure in un Museo e/o Fondazione non dediti al commercio. A volte gli artisti, presi da mille impegni, non se la sentono di partecipare a collettive che non si tengono nelle loro gallerie, disertando anche quelle più prestigiose, per concentrarsi sulle mostre personali. Altre ragioni che spingono a non partecipare sono, poi, da ricercare tra la richiesta di un lavoro a tema o la non condivisione delle specifiche dello stesso. Per alcuni quello che rende impossibile la partecipazione è, invece, la necessità di evitare che si creino problemi con la galleria di riferimento. Problemi che potrebbero derivare, ad esempio, dalla confusione che una mostra nella stessa città dove ha sede la galleria, magari in uno spazio privato,  potrebbe creare nei collezionisti che vederebbero i suoi lavori esposti/proposti in altra sede.

Può anche accadere, poi, anche se è decisamente più raro, che gli artisti prescelti, prima di accettare, vogliano non solo sapere chi è stato invitato, cosa lecita e di cui hanno insindacabile diritto, ma anche aspettare di vedere chi accetterà, innescando un meccanismo “di marcatura” che non solo rallenta e crea problemi all’organizzazione, ma non fa onore in primis a chi si comporta in tale maniera. E’ fondamentale che il critico scriva agli artisti con onestà fin della sua prima e-mail. E se, probabilmente, avere un catalogo e una mostra in una città importante può già essere un buon compromesso e interessare diversi artisti, è fondamentale che i partecipanti siano i primi a credere fermamente nel progetto.

Quello che fa grande/importante un mostra sono gli artisti, è giusto riportarli al centro della scena, dargli voce e saperli ascoltare. Il responsabile si gioca tantissimo con le mostre che organizza, è il primo che crede negli artisti convocati, consapevole che il suo successo deriva esclusivamente dalla qualità dei lavori. Una volta inaugurata, mentre chi ha deciso di escludersi rimarrà amareggiato solo in caso di un successo di pubblico e critica, conscio che chi visiterà la mostra potrebbe associare la non visione del proprio nome a un’esclusione per scelte curatoriali; il curatore subirà comunque delle critiche per la mancanza di certe firme che non dipendono a volte, come abbiamo visto sopra, dalla sua volontà.

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

2 Commenti

  • armellin ha detto:

    MI PERMETTO UNA PICCOLA OBIEZIONE quello che fa grande una mostra sono le opere non la coda di pavone degli artisti, usata in abbondanza anche nel dire NO risposta tipo delle prime donne ; piuttosto mettete in evidenza questo concetto che con Maggi ribadisco spesso : (ripetere giova) BIENNALE 2017

    ANCHE SENZA ESSERE PRESENTI fisicamente a Venezia si rimane storditi solo dalle recensioni, difficile individuare una linea di ricerca, piuttosto ci sommerge una deriva che si porta avanti di Biennale in Biennale dove la novità di questa fogna di opere, é la costante assenza di sintesi creativa, di singolarità creativa, infatti titolerei la prossima edizione:
    IL CAPOLAVORO ASSENTE.

    Da quel che vedo é come un gigantesco eco di Hirst, una grottesca testimonianza di un presente folle e totalmente pazzo. Se raccontare l’assenza del Capolavoro era l’obiettivo della Macel, allora ci é riuscita perfettamente.

    Mi avesse invitato avrei detto SI’ per dimostrare con le OPERE a lei e al mondo di superare tutto quanto lì oggi si espone, un SI’ impegna e provoca più di un vanaglorioso no.

    Stefano Armellin http://armellin.blogspot.com

  • A me nessuno ha invitato ad esporre alla biennale, ovviamente mi muovo in un ambito molto meno noto… tuttavia mi arrivano giornalmente inviti a partecipare a collettive, concorsi, premi, spesso si tratta solo di operazioni commmerciali volte a succhiare il sangue degli artisti in cerca di un minimo di visibilità. Per quanto mi riguarda, dopo esperienze negative, non prendo mai in considerazione di partecipare ad una collettiva se prima non conosco il nome degli altri partecipanti, del loro stile e del loro livello artistico. Troppo frequentmente si raffazzonano quadri solo per avere introiti, mostre non curate senza senso, utili solo al portafoglio di chi le organizza.

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