Pietro Privitera: riscrivere la storia della fotografia con le immagini

Pietro Privitera. Courtesy: l' artista
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Milanese, classe 1953, Pietro Privitera è uno dei maggiori fotografi italiani ad aver lavorato fin dagli anni settanta e ottanta, con le immagini fotografiche tratte dalla quotidianità. Dagli esperimenti con la Polaroid fino all’attuale progetto su Instagram, il suo lavoro oscilla tra riflessione filosofica sui modi e i perché dell’arte del fotografare, rammemorazione consapevole della storia della fotografia e vivace sperimentazione sui linguaggi espressivi contemporanei. Una sua bella mostra ha da poco inaugurato da Photo & Contemporary, a Torino: Wundergram. Lo sguardo condiviso. Qui l’ho conosciuto e intervistato.

 Maria Cristina Strati: Come è nato il progetto di Wundergram?

Pietro Privitera: «Ho sempre immaginato che la fotografia abbia a che fare con la magia: se uno ci pensa, Nièpce era un chimico, e solo a lui poteva sembrare normale che del bitume di giudea reagisse in qualche modo alla luce restituendo una visione della realtà. Per tutti gli altri suoi contemporanei quel procedimento poteva ricordare più che altro Cagliostro e le sue stregonerie. Quand’ero ragazzino rimanevo incantato nella camera oscura di mio zio fotografo, veder comparire le immagini sul bianco della carta immersa nello sviluppo era una sorta di incantesimo seduttivo. Poi negli anni settanta le Polaroid hanno reso ancora più esplicita questa magia, il sistema della SX 70 che faceva la lingua sputando la foto da una fessura frontale era un tale prodigio della tecnologia da suscitare stupori degni di un evento sovrannaturale. L’arte ci si divertiva, ma la cultura tutta in quel momento era attenta e impregnata di quegli umori sociali che reclamavano istantaneità e immediatezza, riassunti nello slogan “tutto e subito”. Desiderio e realizzazione magica, appunto. Sperimentare per anni con la Polaroid per me è stata un’esperienza fondamentale a livello di linguaggio creativo. Ho conservato per tutta la mia vita di autore questo senso di meraviglia legato alla fotografia, e quando il digitale ha conquistato i cellulari, ho avuto la sensazione che si ripetesse il miracolo avvenuto con la foto a sviluppo immediato, in quello stesso frame quadrato che accomuna Instagram e Polaroid. Solo che stavolta la magia si trasferiva dalla chimica all’elettronica, dal reale al virtuale, dal privato alla condivisione universale. In questo contesto di globalizzazione visiva, Instagram si è strutturata come una sorta di Wunderkammer planetaria, dove ognuno personalizza la propria camera delle meraviglie e la rende disponibile agli altri. Il progetto Wundergram (Wunderkammer + Instagram: “a digital wunderkammer experience”) nasce da questo mio universo privato, questa stanza virtuale dove si accumulano visioni quotidiane e poetiche, sguardi surreali e metafisici su realtà comuni, prospettive inedite e originali di esperienze quotidiane. Nella mia galleria Instagram ho raccolto circa 900 foto, postando tutti i giorni un’immagine dal 2014 al 2016: uno sguardo condiviso, come dice il titolo della mostra, in una specie di diario senza linearità narrativa, un atlante di tessere ricomponibili teoricamente all’infinito. Ogni foto è stata scattata con una smartphone, dove ogni immagine è autonoma e autosufficiente, e il file –ormai bisogna chiamarlo così- non esce mai dal cellulare. Ogni eventuale trasformazione avviene all’interno dello smartphone, tramite apps (software) ed effetti creati da me. La mia personale Wunderkammer su Instagram è la curiosity chamber del terzo millennio, la sua naturale evoluzione tecnologica».

Pietro Privitera, #468_BLOSSFELDT FERN N.2, Courtesy @ Galleria Photo & Contemporary Torino

Pietro Privitera, #468_BLOSSFELDT FERN N.2, Courtesy @ Galleria Photo & Contemporary Torino

M.C.S.: Pensi che Instagram abbia cambiato il nostro modo di vedere il mondo? E il nostro modo di vedere la fotografia / fare fotografia?

P.P.: «Ritengo, e in questo mi sento confortato dalle argomentazioni di autorevoli studiosi, che il digitale abbia rivoluzionato in maniera profonda e irreversibile tutta la comunicazione e rappresenti una vera e propria svolta iconica epocale. La fotografia digitale ha contribuito a mutare i parametri stessi della percezione visiva e Instagram ha interpretato perfettamente queste nuove coordinate della globalizzazione informatica. Instagram sintetizza, meglio di ogni altro social network attualmente in uso, le caratteristiche della condivisione, della diffusione di massa e della facilità di accesso alla esperienza individuale della fotografia e si offre quotidianamente come piattaforma ideale per quel processo di alfabetizzazione iconica che solo la tecnologia digitale potrà tentare di completare. Perché ancora oggi è uno strumento in evoluzione. Dal punto di vista della comunicazione, attraverso Instagram si stanno rinnovando totalmente le regole del marketing, ogni giorno grandi campagne pubblicitarie abbandonano i giornali per essere pensate in termini di pixels sui suoi schermi in miniatura. Per quello che riguarda la fotografia in senso stretto, c’è stata, come per tutte le novità profonde, una esplosione iniziale di consenso e di entusiasmo che solo ora si va stabilizzando. Ma in pochi anni si è riversato, sulle pagine di Instagram, un accumulo esponenziale di immagini tale da non poter ignorare che si tratti un mutamento non solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo dell’esperienza fotografica. Al netto dei professionisti che usano Instagram come una vetrina più redditizia di altre per acquisire visibilità al proprio prodotto, milioni di utenti hanno sviluppato, per quanto in maniera più meno originale e convincente dal punto di vista creativo, nuove forme di linguaggio e di sintassi fotografica: in una sorta di contiguità abbastanza inusuale tra la sperimentazione amatoriale e quella professionale. In questo senso Instagram non solo ha registrato e reso condivisibile le nuove prospettive della fotografia digitale, ma ha ne ha incentivato e in un certo senso guidato l‘evoluzione. Anche se in realtà le fotocamere dei cellulari hanno inferto il colpo di grazia al concetto di fotografia tecnica, liberando il mezzo da decenni di inutili sudditanze a nozioni obsolete, senza il contenitore dei social network la consapevolezza della rivoluzione digitale oggi sarebbe diversa, per non dire impossibile. La condivisione totale delle foto su Instagram sviluppa un evento che è risultato non solo del singolo ma di un collettivo intelligente. Per questo motivo, la fotografia postata e condivisa su Instagram è già una fotografia nuova: ogni singolo utente che condivide e viene condiviso partecipa ad un processo che arricchisce e si arricchisce, proprio come succede in ogni linguaggio vero e proprio, anche e soprattutto attraverso gli errori e le imperfezioni di milioni di contributi anonimi. E per quanto gli “instagramers” e la loro comunità virtuale mirino principalmente ad utilizzare un dispositivo di comunicazione che li legittimi piuttosto che uno strumento immaginifico, il risultato non potrà prescindere perciò dal contaminarsi con gli aspetti creativi e culturali della storia della fotografia».

Pietro Privitera, #691_TALBOT'S CHINA CABINET, Courtesy @ Galleria Photo & Contemporary Torino

Pietro Privitera, #691_TALBOT’S CHINA CABINET, Courtesy @ Galleria Photo & Contemporary Torino

M.C.S.: Tra le opere in mostra, la serie di immagini che più mi ha colpito è quella che va sotto il titolo di Coincidenze. Esiste un inconscio fotografico collettivo secondo te? O è il modo in cui i grandi artisti e fotografi hanno guardato il mondo che ha cambiato il nostro modo di vedere?

P.P.: «Il gruppo di immagini delle Coincidenze nasce come conseguenza quasi logica del progetto Wundergram: è presente in mostra come piccola selezione, ma rappresenta a tutti gli effetti un lavoro autonomo. Ho associato ad un centinaio di mie immagini già pubblicate nella galleria Instagram altrettante foto significative per la storia della fotografia dalle origini ai giorni nostri attraverso un legame visivo di vario tipo, a volte in forma di rimando storico, altre volte quale pura suggestione emotiva o mentale. In una riflessione sul fenomeno Instagram, contenuta nel mio pamphlet Polagram o Instaroid. Evoluzione dell’homo photographicus (2016), a proposito dell’infinita varietà di stili e di esperienze che convivono contemporaneamente quando milioni di immagini si riversano quotidianamente sul web, constatavo che era possibile individuare, in questo accumulo enciclopedico di tutte le esperienze fotografiche, gli elementi significativi di un percorso storico conosciuto. Come se, per il calcolo delle probabilità e per la legge dei grandi numeri, dalla moltiplicazione esponenziale di tutte le simulazioni e degli effetti speciali offerti dai social che ospitano le foto, scaturisse una combinazione di immagini di tale consistenza da poter rappresentare in trasparenza, in tempo reale e su un piano orizzontale, la traccia dell’intera storia della fotografia: ovvero una sorta di inconscio fotografico collettivo. Rappresentato sia sotto la forma di opere esistenti che di eredità creative trasmesse dalle grandi personalità artistiche. Da cui attingere, in ogni caso più o meno consapevolmente, tracce, ispirazioni, visioni. E in una dinamica decisamente contraria a quella forma di implicito tributo alla comunità artistica che è sempre stata abbastanza comune: quel “Art about art”, che in tutte le sue declinazioni ha coinvolto autori come Picasso che rifà Velasquez, di Lichtenstein che rifà Picasso, in un gioco infinito di citazioni che rimanda alla ricerca di un metalinguaggio. Nel 1983 II critico francese Jean Francois Chevrier, a proposito di Paolo Gioli, riteneva che la volontà dell’artista di rifare attraverso le sue opere Polaroid una storia della fotografia ispirata all’inventore della fotografia, Nièpce, fosse particolarmente significativo; interpretando questo proposito al tempo stesso come un bisogno storico e una indagine sulle origini: una maniera, scriveva, oltretutto tipica di ogni artista, di reinventare ii proprio strumento. Instagram, a suo modo, rovescia i termini di questa parentela artistica: nella mia esperienza delle Coincidenze ricostruisco un percorso a ritroso, rintracciando tra le mie foto i segni congiunti di un fondo di conoscenza collettivo così come di una personale quanto involontaria osmosi con l’esperienza degli autori che hanno scritto la storia della fotografia e delle arti visive più in generale».

Pietro Privitera, #173_PANTONE STYLE PISTACHIO GREEN HOUSE, Courtesy @ Galleria Photo & Contemporary Torino

Pietro Privitera, #173_PANTONE STYLE PISTACHIO GREEN HOUSE, Courtesy @ Galleria Photo & Contemporary Torino

M.C.S.: Benigni, spiegando Dante, una volta faceva notare come i grandi poeti in qualche modo si trovino a “inventare” sentimenti e modi di vedere il mondo. Come se un certo modo di sentire non esistesse prima che il poeta lo nomini, proprio come le onde radio sono sempre state lì eppure hanno cominciato ad esistere quando uno scienziato le ha scoperte e riconosciute per la prima volta. Credi che valga lo stesso per la fotografia e la sua storia?

P.P.: «È una domanda a suo modo insidiosa, perché mi riesce difficile pensare che un “maestro” della fotografia, per quanto grande e autorevole, abbia influenzato con la sua “visione del mondo” una platea che superi i confini degli addetti ai lavori: forse neanche Mapplethorpe, che ha turbato per anni le anime benpensanti della società, ha lasciato tracce così evidenti nella coscienza collettiva. La storia della fotografia, probabilmente, appartiene piuttosto ai suoi strumenti, e questi influenzano nuove prospettive della percezione. Moholy-Nagy chiedeva alla fotografia un’immagine rivelatrice del mondo, grazie a “visioni distorte ottenute con obiettivi modificati e manipolazioni chimiche dei negativi”. Ai giorni nostri il predominio del digitale è una testimonianza piuttosto evidente di questa inconsueta simbiosi tecnologica: la storia della fotografia è costruita sui linguaggi che gli strumenti a disposizione hanno consentito ad autori più o meno geniali e creativi di elaborare. Il selfie diventa un modo di vedere il mondo di diffusione planetaria grazie ai cellulari, prima esistono solo autoritratti, che sono forme più o meno riuscite di pittura applicata. Instagram, che è il risultato di un insolito connubio di hardware e di software, rivoluziona la fotografia contemporanea attraverso la condivisione, come negli anni sessanta la Polaroid sdogana il disimpegno e il privato della fotografia e li consegna alla pop art di Warhol e Hockney; e prima ancora il passaggio dalle lastre su vetro al formato Leica consente a Cartier Bresson e a tutti i suoi epigoni più o meno illustri di inventare (o scoprire?) il fotoreportage. I grandi autori assecondano il processo tecnologico senza farsene fagocitare: Egglestone, e in contemporanea Shore, esplorano l’universo in formazione delle pellicole a colori, una tappa inevitabile della fotografia che si esprime finalmente in modo prepotente attraverso le loro foto. Le “lucigrafie”: rayografie, schadografie, e tutte le esperienze simili offrono a Man Ray, a Christian Schad e agli altri artisti che giocano con l’off camera, l’occasione di sperimentare e di arricchire la visione fotografica di nuove ed inedite dimensioni figurative, percettive ed immaginative. A chi assegnare il merito e la paternità di queste invenzioni dello sguardo, che ognuno di questi grandi poeti dell’immagine ritiene di dover siglare, appunto col proprio nome, per rivendicarne l’esistenza artistica? Chissà, forse bisognerebbe riscrivere la storia della fotografia in questa prospettiva».

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