Conservare l’arte contemporanea: intervista a Andrea Caretto e Raffaella Spagna

Andrea Caretto & Raffaella Spagna © Andrea Caretto, Raffaella Spagna
Andrea Caretto & Raffaella Spagna © Andrea Caretto, Raffaella Spagna
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Project Marta – Monitoring Art Archive è un servizio che ho presentato all’inizio di quest’anno, il cui fine ultimo è quello di produrre una scheda tecnica che raccolga al suo interno tutte le informazioni utili a conoscere in profondità le opere d’arte, ad allestirle, conservarle, trasportarle ed eventualmente restaurarle in maniera corretta. La chiave per produrre una sorta di libretto di istruzioni per l’arte contemporanea che sia completo ed esaustivo? Il coinvolgimento non solo di consulenti specializzati nella gestione e manutenzione delle opere e materiali contemporanei – restauratori ma anche artigiani, assistenti di laboratorio etc. – ma soprattutto degli artisti stessi, a cui viene sottoposta un’intervista strutturata a partire da uno standard di riferimento e quindi modulata sui singoli casi. Le interviste vengono registrate e poi approfondite con il consulente più adatto a trattare l’opera in esame, quindi viene compilata la scheda tecnica divisa in sezioni specifiche, che consente una conoscenza globale della natura dell’opera, ma anche delle metodologie di conservazione, allestimento e movimentazione, e delle volontà dell’artista.

La homepage di Project Marta – Monitoring Art Archive

La homepage di Project Marta – Monitoring Art Archive

Project Marta raccoglie con cura le interviste complete e con i lettori di Collezione da Tiffany è felice di condividere alcuni estratti di momenti di lavoro, a cominciare con quello di Andrea Caretto e Raffaella Spagna, artisti visivi, performer e ricercatori torinesi. Che si tratti di azioni collettive e progetti, installazioni oppure sculture, i loro lavori sono sempre il risultato di una complessa rete di relazioni che la coppia stabilisce con differenti elementi (organici, inorganici, viventi, ecc.) dell’ambiente in cui operano. Tra i fondatori dell’associazione di artisti Diogene, che promuove la residenza internazionale per artisti “Diogene Bivaccourbano”, Caretto e Spagna sono inoltre i tutor responsabili per la seconda edizione – appena inaugurata – del progetto di collaborazione tra la Fondazione Spinola Banna per l’Arte e la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L’opera su cui è stata realizzata la scheda tecnica Project Marta è Gypsum-Plaster, una scultura in gesso realizzata nel 2012, il punto di partenza di un progetto performativo che coinvolge altri artisti selezionati dalla coppia.

Benedetta Bodo di Albaretto: Gypsum-Plaster è un lavoro incentrato sulla trasformazione della materia, un modo per riflettere ciclicamente sulla questione della morfogenesi e su quali siano le forze in gioco. Come si lega questo progetto al vostro percorso artistico? É a sua volta un’evoluzione di sperimentazioni precedenti?

Andrea Caretto & Raffaella Spagna:  «Si lega a una tappa fondamentale del nostro percorso di ricerca, un periodo di residenza avvenuto nel 2008, su invito della direttrice del Musée Gassendi di Digne-les-Bains, piccolo e attivo museo d’arte moderna contemporanea della cittadina, che ha avviato il programma CAIRN (Informal Art Centre for Nature Research) che presenta una stretta collaborazione con il locale museo geologico situato nel parco geologico più grande d’Europa, la Réserve Géologique de Haute-Provence. Ci siamo ritrovati in un contesto che ci “veniva addosso” e che per un anno, suddiviso in alcuni periodi di residenza, ci ha messo in contatto con diverse materie minerali, tra le quali la materia gesso nel suo contesto naturale. Abbiamo visitato numerose cave della riserva e prelevato blocchi di minerali che abbiamo in seguito portato in studio per iniziare quelle che abbiamo chiamato Prove di trasformazione. Gypsum Plaster è la forma più evoluta tra le nostre prove di trasformazione, la sperimentazione più avanzata, quella che si è manifestata dopo che abbiamo appreso le tante possibilità offerte dalla materia. Abbiamo imparato a gestire la cottura, la macinatura, i tempi di presa… fino ad ottenere la materia grezza. La montagnola di polvere di gesso, frutto del lavoro di trasformazione del minerale, solo qualche anno prima ci avrebbe soddisfatto e l’avremmo considerata tappa finale del processo. Invece è scattato qualcosa, abbiamo osservato questo materiale totipotente, e deciso di assumerci la responsabilità di dare ad esso una forma».

Lavorazione minerale gesso

Lavorazione minerale gesso

B.B.: Le prime evoluzioni pratiche di questo progetto vi hanno coinvolto direttamente, ed è stata realizzata MNC02AM. Come e perché avete selezionato il secondo artista – il duo Allis/Filliol – a cui affidare la materia ed il progetto? Come proseguirà il ciclo, su invito o a seguito di proposta da parte di altri artisti?

A.C. & R.S.: «Abbiamo scelto Allis/Filliol sia seguendo una logica personale – in quanto ex componenti di Diogene li conoscevamo bene – sia osservando l’affinità tra il nostro lavoro e il loro percorso. Vi sono elementi di grande vicinanza come l’attenzione alle dinamiche ed alle forze interne della materia, un’analoga tensione processuale, pur nella diversità di intenti e motivazioni. Abbiamo pensato che rispetto al nostro lavoro Allis/Filliol avrebbero potuto segnare una distanza nel modo di operare pur mantenendo un forte contatto con la materia. Il ciclo proseguirà con Fabrizio Prevedello, artista che lavora e vive in Toscana (Versilia) ed è esposto dalla galleria Cardelli & Fontana di Sarzana».

B.B.: Nel caso di questo lavoro, quali sono gli elementi in particolare che vorreste venissero rilevati e compresi dal pubblico e dagli operatori?

A.C. & R.S.: «Gli elementi chiave di questo lavoro sono i “racconti” delle diverse prove di trasformazione, vorremmo che il pubblico conoscesse l’origine, il contesto di partenza e quindi l’evoluzione del lavoro. In questo modo si attiva la capacità di osservare le analogie, pur nella differenziazione degli elementi e delle forme, e si permette di comprendere che ciò che si osserva è la differenziazione di un’unità originaria, appartenente ad un luogo ed un contesto fisico ben preciso. Il lavoro è sempre accompagnato da una didascalia che indica il luogo di provenienza e fornisce indizi sull’intero processo».

Andrea Caretto Raffaella Spagna, Gypsum-Plaster MNC02AM, 2012

Andrea Caretto Raffaella Spagna, Gypsum-Plaster MNC02AM, 2012

B.B.: Il materiale scelto – il blocco di gesso minerale ridotto in polvere, in scagliola – evidentemente è subordinato alla realizzazione dell’idea, in quanto materiale reversibile che può essere nuovamente utilizzato. Avete preso in considerazione da subito questo materiale oppure è frutto di una ricerca, di una consapevolezza derivante da altri lavori?

A.C. & R.S.: «Negli anni abbiamo lavorato ed esplorato diversi tipi di materie prime; concettualmente è interessante il punto di partenza di ogni indagine: le Materie Prime, infatti, mantengono un forte legame con il loro stato naturale originario, allo stesso tempo, però, esse catturano quel desiderio di trasformazione della materia tipica dell’essere umano e contengono in nuce tutte i processi e le forme potenziali.  Si è trattato certamente di un lavoro molto lungo. Abbiamo lavorato mantenendo sempre la stessa quantità di materia, mutando quindi la forma esteriore e imponendo una variazione mineralogica importante, ma mantenendo la massa anche in caso non fosse tutta necessaria alla realizzazione della nuova opera, conservando il materiale come avanzo di lavorazione. In realtà avviene sempre una piccola perdita di materiale ad ogni fase del processo, che potenzialmente, nel lungo periodo, potrebbe comportare la dispersione totale della materia di partenza».

B.B.: In generale, quali sono le eventuali “regole” per la manipolazione futura del materiale? Quali caratteristiche devono essere mantenute integre?

A.C. & R.S.: «Le regole sono poche, ma precise: è necessario utilizzare tutta la materia a disposizione, e se – come nel caso di Allis/Filliol vi fosse un avanzo di scagliola – questa va esposta insieme alla scultura. Non è possibile aggiungere additivi – ad esempio per creare una scultura polimaterica – o altre sostanze non originali».

Alis/Filliol, Gypsum-Plaster (Alieno), 2012

Alis/Filliol, Gypsum-Plaster (Alieno), 2012

B.B.: Quando si interromperà il ciclo, l’ultima scultura dovrà essere conservata o deve essere distrutta?

A.C. & R.S.: «Il ciclo in teoria non si deve interrompere e la scultura si deve distruggere solo quando è individuato un nuovo artista al quale affidare la materia ed un nuovo progetto a cui dare forma. Non ci immaginiamo una fine di questo ciclo, a meno di non considerare la consunzione totale del materiale stesso».

B.B.: Molti artisti integrano nella loro opera il concetto di temporalità, di effimero, così come in questo progetto voi avete previsto la scomparsa fisica dell’opera. In generale, quanto è importante la testimonianza del passaggio del tempo sull’opera nei vostri lavori?

A.C. & R.S.: «Dipende molto dall’opera, in alcuni casi il degrado o l’imprevedibilità sono parti integranti dei nostri lavori; in ogni caso il mantenimento nel tempo non è una priorità. In generale non siamo ossessionati dalla conservazione della forma, la sua cristallizzazione in una struttura definitiva. Spesso i nostri lavori sono delle prove, un campo di ricerca, a volte non abbiamo esperienze specifiche e non sappiamo come muterà e in quanto tempo. Sovente lo spazio della mostra diventa un vero e proprio laboratorio tanto quanto il nostro atelier».

B.B.: E’ pensabile in futuro la possibilità di un’esposizione delle stampe di MNC02AM, magari unitamente alle stampe di future evoluzioni di Gypsum-Plaster?

A.C. & R.S.: «Sì, è una possibilità, però non sarà mai solo una mostra fotografica, dovrà sempre esserci la materia, accompagnata dalla sequenza fotografica delle forme che ha assunto nel tempo».

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