A Venezia: non solo “Biennale”

Una vista dell'allestimento della mostra Intuition al secondo piano di Palazzo Fortuny
Una vista dell'allestimento della mostra Intuition al secondo piano di Palazzo Fortuny
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Come di consueto, in concomitanza con la Biennale Arte hanno luogo a Venezia moltissimi altri eventi espositivi. Alcuni di questi sono ufficialmente “eventi collaterali” all’esposizione maggiore: 23 quelli di quest’anno, tra i quali segnalerei in particolare One and One makes Three, antologica di Michelangelo Pistoletto sull’Isola di S. Giorgio Maggiore, e la mostra di Pierre Huyghe all’Espace Louis Vuitton.

In altri casi si tratta di mostre indipendenti che però regolano il loro periodo di apertura sulle date della Biennale, per ovvi motivi. Tra queste, il progetto di Marzia Migliora curato da Beatrice Merz a Ca’ Rezzonico, dal titolo Velme, che vede cinque installazioni della giovane artista (probabilmente la più interessante tra quelli invitati nel Padiglione Italia della Biennale 2015), che traggono ispirazione e dialogano con alcune opere della collezione del Museo del Settecento Veneziano che ha sede nel palazzo. Il termine velma indica una porzione di fondale lagunare poco profondo, che emerge in occasione delle basse maree; le velme, come l’intero ecosistema lagunare veneziano, sono fortemente a rischio a causa del degrado morfologico dell’area e dell’erosione dei fondali marini dovuti in gran parte all’azione dell’uomo: il termine diviene quindi metafora del lavoro della Migliora che, nel confronto con aspetti della storia e della tradizione culturale e artistica veneziana, attua nello stesso tempo un recupero e un rinnovamento, e anche la denuncia di alcune “urgenze del presente”.

Marzia Migliora, “Quis contra nos.”, 2017, Foto Michele Sereni

Marzia Migliora, “Quis contra nos.”, 2017, Foto Michele Sereni

Un’altra mostra, decisamente degna di nota, è però quella di cui vogliamo occuparci in questo articolo: Intuition, a cura di Daniela Ferretti e Axel Vervoordt, anch’essa allestita in una famosa residenza storica veneziana: Palazzo Fortuny, casa-atelier e ora sede del museo dedicato all’artista spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo (1871-1949), ultimo proprietario del palazzo gotico ubicato nel sestiere di San Marco, non lontano dal Teatro La Fenice.

Anish Kapoor, White Dark VIII, 2000 – ©JPGabriel http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/intuition/2017/05/17390/percorso/

Anish Kapoor, White Dark VIII, 2000 – ©JPGabriel

La mostra dichiaratamente «intende evidenziare e indagare i tanti e diversi modi in cui l’intuizione ha plasmato l’arte, in aree geografiche, culture e generazioni diverse. Saranno dunque riuniti artefatti antichi e opere del passato affiancate ad altre più moderne e contemporanee, tutte legate al concetto di intuizione, di sogno, di telepatia, di fantasia paranormale, meditazione, potere creativo, fino all’ipnosi e all’ispirazione». Data questa premessa e il numero degli artisti considerati (circa duecento: dal Beato Angelico a Alberto Burri, da Canova a Beuys, dallo stesso Fortuny a Anish Kapoor, oltre agli anonimi autori delle opere preistoriche o etniche), si potrebbe pensare a un contenitore/calderone indistinto in cui trovi spazio un coacervo di opere disparate; in realtà, fils rouges ben identificabili percorrono l’esposizione mettendo a confronto e collegando anche “a distanza” le opere, anche se alcuni collegamenti suonano talvolta un po’ scontati e in alcuni casi quasi pretestuosi. Si tratta di una bella mostra che richiede diverse ore di visita per essere gustata appieno, forse anche esageratamente pletorica, ma con diversi capolavori. Vediamola nel dettaglio.

La prima sala si apre con un fantastico Basquiat (Versus Medici del 1982) la cui figurazione è messa a confronto con cinque statue-stele in calcare del IV-III millennio a.C. provenienti dalla Lunigiana e dalla Francia meridionale: come a racchiudere circolarmente la storia della figurazione come intuizione di un archetipo, e quindi tentativo di attingere al mondo magico. Si prosegue con quella che potremmo definire l’intuizione della forma che inizia ad emergere dal magma del materico e dell’indistinto: Leoncillo, Soulages ma anche Universal Shadow (2017) di Kurt Ralske (n. 1967), una proiezione di ombre cangianti derivate da immagini di sculture neolitiche. Bellissimi, in questa parte della mostra, il Senza titolo (1989-1990) di Gotthard Graubner (1930-2013), l’opera White dark VIII (2000) di Anish Kapoor e il video Balafre (2016-2017) di Susan Kleinberg (n. 1949).

Cow-boat De Kooning, Roberto Matta, Mark Tobey, Julien Beck – Installazion e al primo piano di Palazzo Fortuny – ©JPGabriel

Intuition – Cow-boat De Kooning, Roberto Matta, Mark Tobey, Julien Beck – Installazione al primo piano di Palazzo Fortuny – ©JPGabriel

Nel mezzanino che si incontra salendo al primo piano ci sono i transitory objects di Marina Abramović Standing Structures for Human Use (2017): strutture in legno con grandi cristalli di quarzo montati in modo da essere puntati su diversi chakra dello spettatore che si ponga di fronte ad essi (anche se mi sono trovato il solo a farne esperienza, nonostante la presenza di materiale esplicativo). Alquanto incongruamente, l’opera è abbinata a un grande disegno di Afro Basaldella.

Il “piano nobile” del palazzo è allestito come un enorme bric-à-brac artistico, forse ispirato all’eclettismo dominante negli arredi dell’epoca di Fortuny (del quale è esposto anche un dipinto che ritrae l’ambiente quando era il suo atelier); su tutto domina l’enorme “arazzo metallico” The beginning and the End (2015) dell’artista ghanese El Anatsui (n. 1944). Tra le molte decine di opere esposte ve ne sono alcune celebri: da La vague di Courbet a La caduta degli angeli ribelli di Ensor, da una Piazza d’Italia di De Chirico del 1916 all’Enfant juif di Medardo Rosso, fino a White city (1959) di Mark Tobey. Nondimeno spiccano tre statuine di Alberto Giacometti messe a confronto con piccole statue africane e teste preistoriche, un bel Licini (Personaggio Grande, 1945) e una piccola scultura a motore di Alexander Calder (Il giorno e la notte, 1939). Tra le altre cose notevoli, una Dea Madre mesopotamica del VII-VI millennio a.C. (il reperto più antico di tutta l’esposizione), un dipinto del pieno periodo surrealista di Alberto Martini (Mouvement du regard – peinture ectoplastique, 1930) e un Large Self-Portrait (2005) di Pedro Cabrita Reis.

El Anatsui e Masaomi Raku – Installazione di El Anatsui al primo piano di Palazzo Fortuny – ©JPGabriel

El Anatsui e Masaomi Raku – Installazione di El Anatsui al primo piano di Palazzo Fortuny – ©JPGabriel

Particolarmente degne di nota sono le stanze laterali “tematiche” del piano nobile, dove segnalo un eccezionale Tjuringa australiano del XVIII-XIX sec., un piccolo Monocromo blu di Yves Klein, un Achrome (1962) di Piero Manzoni realizzato semplicemente con carta piegata a rettangoli, e la bella scultura di Fausto Melotti Teorema (1971). Bello soprattutto l’“ambiente in nero” con opere di Vincenzo Agnetti (Assioma, 1972: “Intuition is conscious reality bumped into the dark”), Ryuji Tanaka, Thierry de Cordier (Grand Nada, 2007-2012), Hiroshi Sugimoto.

Il secondo piano è decisamente più arioso, con — tra l’altro — diverse opere del gruppo Gutai e la bella installazione di Kounellis Senza titolo del 1969. Anche qui è imperdibile una camera laterale con opere di piccolo formato ma preziose di Surrealismo “e dintorni”: Breton, Picabia, Ernst, Masson, Tanguy, Brauner (non mancano diversi cadavres exquis), ma anche Hilma af Klint e Paul Klee, fino ad arrivare al Gerhard Richter più astratto.

L’ultimo piano, infine, è soprattutto lo spazio di un’installazione e di una performance partecipative: l’installazione è Archive of the Mind dell’artista sudcoreana Kimsooja (n. 1957), che invita gli spettatori a modellare delle sfere di argilla prendendosi il tempo di rilassarsi e meditare, lasciando poi la sfera su un tavolo, come testimonianza del proprio passaggio; Marcos Lutyens (n. 1964) ha presentato invece una performance in cui coinvolge gli spettatori in una seduta di ipnosi per far loro disegnare i propri pensieri inconsci su tavolette di argilla.

Soulages e Menhirs – Foto dell’Installazione al piano terra di Palazzo Fortuny – ©JPGabriel

Soulages e Menhirs – Foto dell’Installazione al piano terra di Palazzo Fortuny – ©JPGabriel

Al centro della sala, un Padiglione Wabi progettato da Axel Vervoordt e Tatsuro Miki: wabi è un termine centrale nell’estetica giapponese, collegato a un’idea di bellezza che trovi espressione nella semplicità, nell’umiltà, nella tranquillità; bellezza la cui componente principale risiede nell’inespresso e anche nell’irregolarità, nella povertà che permette di raggiungere una libertà spirituale non condizionata dalla bramosia per gli oggetti materiali (è, quindi, anche accettazione dell’idea di impermanenza). La poesia haiku, la cerimonia del tè, il teatro Nō sono permeati dal wabi, che è concetto chiaramente collegato al Buddhismo Zen: si tratta quindi non solo di un termine di estetica, ma anche di un atteggiamento esistenziale. Questo Padiglione — nelle parole dei suoi creatori — vuole «invitare i visitatori a scoprire il Tokonoma, laddove Toko significa “piattaforma” e ma “vuoto incorniciato”. Queste piattaforme sono un’umile testimonianza dei tentativi degli artisti di catturare il potere intuitivo della creazione». Coerentemente, le opere esposte nel Padiglione non sono accompagnate da informazioni su autore e titolo (presenti invece nel catalogo): spiccano un Concetto spaziale di Fontana e, sull’esterno della struttura, una bella calligrafia di Yu-ichi Inoue (1916-1985).

Intuition è una mostra multiforme ma non dispersiva, in cui forse l’immensità ed eterogeneità del materiale esposto vogliono lasciare aperta la possibilità di molteplici, personali percorsi al suo interno, seguendo i propri interessi e la propria sensibilità.

Tutti gli eventi di cui si è parlato finora avranno il loro finissage il 26 novembre, in coincidenza con la chiusura della Biennale Arte. Vorrei concludere però col segnalare anche una mostra in corso al Centro Culturale Candiani di Mestre (sotto l’egida della Fondazione Musei Civici di Venezia) che terminerà invece il 5 novembre: Attorno alla Pop Art nella Sonnabend Collection, a cura di Antonio Homem sotto la direzione scientifica di Gabriella Belli. Tramite un nucleo di oltre quaranta opere provenienti dalla collezione di Ileana Sonnabend — dal 2012 in deposito a lungo termine presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro — la mostra ripercorre quegli anni Sessanta statunitensi che videro sorgere e trionfare la corrente artistica che fu poi schematicamente denominata Pop Art. Sono presenti opere di tutti i protagonisti di quel periodo — Warhol, Lichtenstein, Johns, Rauschenberg, Oldenburg, Dine, Wesselmann… — come pure di artisti europei loro contemporanei e autori della generazione successiva la cui poetica è riconducibile o presenta punti di contatto con la Pop Art: da Arman a Pistoletto, da Schifano a Christo, da Steinbach a Koons.

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

3 Commenti

  • armellin ha detto:

    Bene la mia SFIDA si fa sempre più interessante, del tipo come togliere il red carpet sotto i piedi di tutti, famosi e non famosi, in una volta sola, vedi http://armellin.blogspot.com

  • Angelo ha detto:

    Modestamente segnalerei anche un altro itinerario tra Palazzo grassi e Dogana: prima vedere Hirst a Palazzo Grassi; poi vedere subito davanti all’uscita Evan Penny per capire cos’è la abilità tecnica (e non solo); poi fare una sosta all’Accademia e vedere H. Bosch per capire cos’è la fantasia immaginifica; poi andando alla Dogana fermarsi per strada a vedere l’esposizione di Jan Fabre per capire come si può praticare l’onestà intellettuale; infine approdare felicemente alla Dogana a rivedere i doppioni sempre di Hirst. Infine sfiniti tornare a casa con il pensiero di avere dato senso alla giornata.

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