We are not super heroes: intervista a Paolo Migliazza

Paolo Migliazza
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Non siamo supereroi (We are not super heroes) è questo il grido di battaglia dei personaggi di Paolo Migliazza, giovane artista calabrese che nelle sue sculture immortala tutto il disincanto di una generazione iper-tecnologica, ma che non riesce a delineare il proprio futuro, vivendo in una situazione di costante incertezza, come mi spiega quando gli chiedo da dove venga tutta quella malinconia che riverberano le sue opere: «Appartenendo a una generazione a cui, in buona misura, hanno dato dei “super poteri” – basti pensare al processo tecnologico degli ultimi vent’anni – “We are not super Heroes” suona come una negazione, ovvero una presa di posizione che rappresenta il tentativo di esprimere qualcosa che va oltre il dato apparente e le sovrastrutture che la società ci impone nel processo di crescita». Quale migliore immagine, allora, se non quella di bambini o pre-adolescenti che affermano di non essere super eroi? La disillusione di una generazione, la sua, cresciuta con Super Mario e gli X-Menuna generazione che riconosce il fallimento di una promessa che non vedrà mai realizzata. «Senza la pretesa velleitaria di una analisi sociologica o politica – mi spiega –  questo titolo racchiude una necessità di autodeterminazione e di coscienza di sé che oggi considero come l’unica strada percorribile per generare visioni autentiche in accordo con ciò che ci circonda». «Inevitabilmente – aggiunge – questo impone una dimensione riflessiva tale da generare uno spazio che definirei metafisico, in cui la malinconia è intesa come uno stato emotivo circolare che in alcuni momenti costringe all’immobilità. La reazione che ne deriva è la necessità di porsi delle domande sul mondo e sul nostro stare nel mondo. Un’immobilità dunque che si fa cono prospettico, innesco che nel lavoro si traduce nell’espressività che restituisco alle sculture. Un corpo nebuloso, in cui lo stato di certezza non è contemplato e la metamorfosi costante appare come una vertigine che è essa stessa il senso del lavoro».

Paolo Migliazza 'We are not superheroes' con Nicola Amato 2015

Paolo Migliazza ‘We are not superheroes’ con Nicola Amato 2015

Nicola Maggi: Le figure che immortali nelle tue sculture sono bambini colti nel loro passaggio nell’adolescenza. Un terreno ibrido in cui l’identità si fa a tratti incerta…

Paolo Migliazza«Tutto è partito dalla necessità di trovare un’equivalenza al concetto di sedimentazione, al quale ho iniziato a legarmi dopo una serie di riflessioni sul mio vissuto e sulla presa di coscienza della mia memoria personale. Alcuni aspetti delle mie riflessioni ritornavano costanti e quello che ho fatto è stato semplicemente quello di tradurli in immagini. Inoltre, c’è sempre stata la volontà di non voler rappresentare un corpo, un’immagine, una forma per pura speculazione tecnica o concettuale. Mi interessa cercare uno spazio mio, in senso intimo, personale, una presenza che eserciti su di me un peso tale da fungere da motore per il mio processo creativo. Uno spazio in cui muovermi e dal quale potermi sporgere oltre. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è cruciale e la tensione che restituisce all’immagine è totale, quello che cerco di fare è intercettare quello scarto, quel filo sottile che attraversa il mutamento della persona e che in un certo senso si lega alle istanze della vita. Come ho scritto in uno statement di presentazione sul mio lavoro, quello che mi interessa cogliere è la dimensione dello stato evolutivo ibrida e per certi versi androgina, poiché ha in sé i germi di quelli che saremmo potuti essere, di quelli che saremo o che non saremo mai».

Paolo Migliazza, Infanzia terrena, 2016. Art Verona 2016. Courtesy: L'ARIETE artecontemporanea Bologna

Paolo Migliazza, Infanzia terrena, 2016. Art Verona 2016. Courtesy: L’ARIETE artecontemporanea Bologna

N.M.: Quegli occhi chiusi, talvolta cancellati, che caratterizzano i volti delle tue sculture mi fanno pensare che lo sguardo che sembra mancare non sia tanto il loro, quanto quello degli adulti…

P.M.: «Non parlerei di sguardo che manca, non è un elemento che compromette la responsabilità di qualcuno – o come dici tu dell’adulto -, ma piuttosto una riflessione sul volto in sé che diviene il centro della narrazione anatomica, nonché dell’identità dell’individuo. Personalità come Giacometti, Rosso o Bacon lo sapevano molto bene. L’alterazione di questa porzione di corpo, in qualsiasi direzione vada, permette delle aperture di senso non indifferenti che spesso spingono il lavoro verso soluzioni che non si erano lontanamente immaginate. Nella mia indagine tutto parte dalla “negazione” di quel dato specifico che mi restituisce la sensazione di una chiusura e di un allontanamento totale rispetto all’osservatore. In tal modo l’attenzione percettiva si sposta automaticamente su tutti gli altri sensi. Quello che cerco di fare è mettere a fuoco l’immagine attraverso la cancellazione e l’assenza di un particolare – in questo caso gli occhi -, una chiusura apparente che allontana il soggetto dall’osservatore e l’osservatore dal soggetto, ma invece di fungere da sbarramento, mette in prospettiva l’uno e l’altro – dove “l’uno” è l’io inconscio dell’osservatore stesso. Un gioco di specchi, se vogliamo, che spinge l’osservatore a non avvicinarsi a nient’altro che a se stesso. Perciò le presenze che abbiamo di fronte altro non sono che l’immagine riflessa del nostro inconscio, la risultante di una geografia mnemonica che da sempre alberga dentro di noi».

Paolo Migliazza, Figure*2,2016,terre refrattarie e pigmenti. Cm 65x30

Paolo Migliazza, Figure*2,2016,terre refrattarie e pigmenti. Cm 65×30

N.M.: Nel tuo lavoro la musica ha un ruolo importante, ce ne parli? Peraltro devo ringraziarti per avermi fatto conoscere Jason Molina che non conoscevo…

P.M.: «La musica è stata un “tarlo” presente fin dalla prima adolescenza. Dapprima ho vissuto la fascinazione per il rock, “quello serio”, sotto l’attento consiglio di amici più grandi, poi ho iniziato a raffinare il gusto ed è diventata un elemento imprescindibile della mia persona. Inoltre dove sono cresciuto non c’era molto, musicalmente parlando, e con il tempo, la musica è diventata un veicolo per confrontarmi con sensibilità diverse provenienti da altri contesti. È stato quindi del tutto naturale che entrasse nel mio processo creativo. Tante idee sono figlie di riflessioni intorno a suoni, atmosfere e parole che ascolto e ho ascoltato. Jason Molina, Vic Chesnutt, ma anche Mogwai, God speed You! Black emperor e Slint – solo per citarne alcuni – sono per me imprescindibili. Uso la musica per catalizzare delle sensazioni che cerco di tradurre nelle mie sculture attraverso il materiale piuttosto che l’espressività del volto o la postura del corpo».

Paolo Migliazza 'Infanzia terrena', Arte Fiera 2017. Courtesy: L'ARIETEartecontemporanea Bologna

Paolo Migliazza ‘Infanzia terrena’, Arte Fiera 2017. Courtesy: L’ARIETEartecontemporanea Bologna

N.M.: Cosa significa per un artista giovane confrontarsi con un linguaggio della tradizione come quello scultoreo? 

P.M.: «Essendomi sempre interessato alle cose desunte o cosiddette di “nicchia”, l’approccio al linguaggio scultoreo è stato del tutto naturale, poiché i linguaggi battuti dalla stragrande maggioranza dei miei coetanei erano e sono altri. Vedevo la scultura come un linguaggio un po’ messo da parte e intorno ai diciotto anni ho perso in parte l’interesse per la pittura. La volontà era quella di dare corpo reale alle immagini che mi passavano per la mente, il mio desiderio era quello di poterle toccare, di vederle occupare uno spazio fisico, reale. Questo è stato l’inizio cosciente, ma fin da bambino ho sempre avuto la propensione ad approcciarmi alle cose attraverso il tatto o la manipolazione degli oggetti – a volte distruggendo totalmente quello che mi passava per le mani. Sono nato e cresciuto in uno dei territori fra i più ricchi della Magna Grecia, Girifalco, un piccolo paesino non distante da Squillace, uno dei centri più importanti per il traffico e lo scambio di merci nel bacino del mediterraneo a cavallo fra il periodo greco- romano. Una splendida testimonianza è il parco archeologico di Scolacium, luogo che conserva una forte tradizione manifatturiera della terra cotta, inoltre gli scavi nel parco hanno riportato alla luce delle splendide sculture del periodo romano in marmo bianco e il braccio di un colosso in bronzo. Potrei dire quasi che la scultura è parte del mio DNA. Provengo da una famiglia contadina e tutti i pomeriggi d’estate accompagnavo mio nonno in campagna, trascorrevo il tempo impastando la terra con acqua per giocare e fare stalle utili agli animali. Ho poi frequentato il liceo artistico e parallelamente una piccola bottega di ceramica nel mio paese; questo mi ha forse inconsciamente spinto su questa strada. Perciò le mie radici e i miei riferimenti culturali di formazione si sono affiancati».

Paolo Migliazza, Figure*4,2016 (particolare). Cera,carbone,pigmento. Cm 65x30

Paolo Migliazza, Figure*4,2016 (particolare). Cera,carbone,pigmento. Cm 65×30

N.M.: Quali sono oggi i tuoi riferimenti culturali?

P.M.: «Crescendo, l’interesse si è mosso su più versanti: dapprima la musica, che è rimasta una costante, poi lo studio della storia dell’arte, studio che ancora continua poiché credo di averne imparata solo una minima parte. Dallo studio è nata la mia fascinazione per la pittura pre-rinascimentale – Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, Beato Angelico -, poi la scultura Rinascimentale – il periodo ligneo di Donatello, l’ultimo periodo di Michelangelo – e ancora Tiziano, Tiepolo, Caravaggio e tutto ciò che ne consegue fino a giungere alle avanguardie storiche – il surrealismo e la scultura futurista prima e quella Metafisica poi, le pitture di De Chirico e i testi di Alberto Savinio, come La tragedia dell’infanzia, fino a giungere a quelli che sono poi diventati i capisaldi della mia ricerca: Alberto Giacometti, Medardo Rosso e Arturo Martini che con il suo testo “la scultura lingua morta” ha influenzato se non tutte quasi tutte le generazioni a venire. Dei contemporanei apprezzo e mi affascina tutto il filone che ha rimesso in moto il discorso sul recupero della figurazione, penso ad artisti come Antony Gormley, Magdalena Abakanowicz, Berlinde De Bruyckere ma anche Aron Demetz, Paolo Grassino o Bertozzi & Casoni. Ovviamente ho sempre contaminato la mia visione che, a essere sincero, in quanto a formazione e interesse è un corpo schizofrenico che non ho mai tentato di domare. Nel mio lavoro un’intuizione osservata in un quadro di Piero della Francesca prova a convivere con le atmosfere di una storia a fumetti di Gipi o Bastian Yves, così come una frase letta in un libro di Böll può legarsi magnificamente con una sensazione suggeritami da un testo di Molina, o ancora una composizione di più figure è possibile provenga da un film di Chaplin o da uno scatto di Miroslav Tichý. Insomma quello che cerco di fare è tessere una trama che mi possa permettere di lasciare un segno, se pur minimo».

Paolo Migliazza progetto 'L'assenza' Teatro degli Atti Rimini 2017

Paolo Migliazza, progetto ‘L’assenza’, Teatro degli Atti Rimini 2017

N.M.: Ci racconti qualcosa di più della tua pratica artistica e di come crei le tue opere?

P.M.: «La messa in opera delle mie idee è un processo abbastanza semplice che in pratica si traduce in tre passaggi: modellato, stampo e positivo finale. In sostanza, una volta individuato il soggetto o l’immagine, che nel mio caso avviene direttamente nell’atto della modellazione poiché non uso referenti fotografici di nessun genere, passo alla fase di calco realizzato con gomme siliconiche contenute in delle conchiglie di gesso. Da queste realizzo il positivo finale che restituisco attraverso uno dei materiali che caratterizzano la mia ricerca. Il materiale di cui è composta l’opera è in stretta relazione con le suggestioni che il soggetto mi suggerisce in fase di modellazione, una volta ultimato. Questo processo, aldilà del risultato finale, mi permette una certa libertà di sperimentazione e la possibilità di sondare le molteplici potenzialità espressive di un soggetto».

N.M.: In questo momento a cosa stai lavorando  ?

P.M.: «Ho appena realizzato una installazione per una bellissima e intensa collaborazione con la danzatrice e coreografa Paola Bianchi, lo scrittore Ivan Fantini e il musicista Nicola Amato sfociata nella performance L’ASSENZA andata in scena venerdì 24 marzo presso il Teatro degli Atti di Rimini. Con Nicola Amato da qualche anno collaboro in una ricerca indirizzata verso l’installazione e il suono. In questo momento sto preparando una personale presso la Galleria L’Ariete artecontemporanea di Bologna a cura di Eleonora Frattarolo che inaugurerà il 3 Maggio».

PER I COLLEZIONISTI

Paolo Migliazza è rappresentato dalla Galleria L’Ariete artecontemporanea di Bologna. I prezzi delle sue sculture vanno dai 4000 ai 5000 euro a seconda delle dimensioni. Nel Marzo del 2015 espone una personale fotografica tratta dal docu-film Uscirai sano: sanus egredieris al MARCA di Catanzaro. Sempre nello stesso anno espone “ L'Infanzia Terrena” in personale con Nicola Amato presso la casa museo Giorgio Morandi di Grizzana Morandi a cura di Stella Ingino per la direzione artistica della prof.ssa Eleonora Farattarolo. A Maggio 2016 è fra i vincitori del premio Zucchelli, con l'Aquisizione delle opere da parte delle fondazione Santina e Carlo Zucchelli. Nato a Catanzaro nel ..., attualmente lavora presso lo studio collettivo Charly in via dei Rosa Spina a Bologna.

© 2017, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

2 Commenti

  • Tiziana Leopizzi ha detto:

    Queste considerazioni, e mi fa molto piacere, sono le stesse per cui tanti anni fa misi a punto il progetto ARTOUR-O il MUST. Nacque perché l’entrata in gioco di internet si sapeva avrebbe scompaginato qualunque equilibrio noto e consolidato. La nostra ė una piccola cosa, Elleuqadro è molto piccola,.. ma comunque era ed è un tentativo di uscire dagli schemi noti. Un . In 13 anni sono state fatte comunque 25 edizioni, 13 a Firenze e poi dal 2006 all’estero.
    Come i figli anche i progetti poi crescono di vita propria, la configurazione è sempre quella originaria, enti e aziende presentano gli artisti in cui credono, ma le modulazioni cambiamo in continuazione. La filosofia che lo sottende è che l’arte sia una sola, dall’archeologia ai nostri giorni. Internet ê ormai un nostro fedele alleato, ed è ovvio che tanti mestieri e tante professioni o cavalcano la tigre o son purtroppo destinate a morire. Il discorso è lungo e complesso e mi piacerebbe fosse oggetto di un incontro costruttivo come abbiamo fatto a Firenze sul tema Arte Committenza a Borgo Ognissanti. Un caro saluto e grazie per questo importante spazio di scambio di idee.

  • Tiziana Leopizzi ha detto:

    Scusate i refusi, lomspiritello dell’ipad è molto dispettoso…

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