Il collezionista di processi fotografici: Gabriele Chiesa

Gabriele Chiesa mostra alcuni pezzi della sua collezione in un ritratto del 2002
Gabriele Chiesa mostra alcuni pezzi della sua collezione in un ritratto del 2002

A pochi giorni dall’inaugurazione dell’edizione 2015 di Phototrace, incontro annuale di cultura fotografica rivolto ai procedimenti analogici che, quest’anno, si tiene a Firenze (Le Murate, 26-27 settembre) abbiamo incontrato il suo fondatore: Gabriele Chiesa, instancabile collezionista di procedimenti fotografici a positivo unico.  Nato a Vercelli nel 1950 e oggi residente a Brescia, Chiesa è una di quelle persone che fin dall’infanzia ha avuto la fortuna di essere investito da una vocazione che è riuscito a portare avanti per tutta la sua vita. Folgorato all’età di 8 anni dalla visione di diapositive a colori (“ferraniacolor invertibile” ci tiene a precisare!) lette attraverso la luce di una lampada da tavolo è poi approdato a una laurea in scienze politiche, indirizzo sociale, con una tesi  rivelatrice su Uso e funzione sociale dell’album di famiglia. Da sempre afferma di essersi sentito felicemente investito dal ruolo di “custode di memorie per educazione familiare”. «Conservo le fotografie di famiglia – racconta -, dei miei avi e mi sento in dovere di risparmiare dalla dispersione e dalla distruzione anche quelle di perfetti sconosciuti». Insegnante per 40 anni,  Gabriele Chiesa oggi si occupa, a tempo pieno, di studi e ricerche nell’ambito del linguaggio e della storia della fotografia, con particolare riferimento agli aspetti linguistici e storici. E’, tra le altre cose, autore di contributi ICPAL relativi alle antiche tecniche fotografiche ed alla valorizzazione delle immagini d’epoca, fondatore del Gruppo Ricerca Immagine, curatore culturale della Fondazione Negri, docente alla ImageAcademy e tiene PhD Seminars/Courses di fotografia presso l’Università degli Studi di Brescia.

Laura Torricini: Come è nata la sua collezione?

Gabriele Chiesa: «Quando iniziai a preparare la tesi, decisi di possedere almeno un esemplare per ciascuno dei processi fotografici storici che allora conoscevo. Credo di avere acquistato il primo dagherrotipo da un rigattiere, a Firenze, nel 1975. A partire da allora, lo sviluppo della competenza mi ha portato ad apprezzare l’inesauribile varietà di soluzioni presente nelle tecniche fotografiche storiche e continuo a scoprire nuovi sorprendenti metodi che anche solo singoli fotografi adottarono per rendere unica e riconoscibile la propria produzione. In sostanza curo e studio i metodi ed i brevetti, con le loro innumerevoli varianti, piuttosto che un particolare genere di soggetti».

L.T.: Su che tipologia d’oggetto ha focalizzato la sua ricerca?

G.C.: «La mia massima attenzione e curiosità è rivolta ai processi fotografici originari a positivo unico, cioè alle fotografie che non prevedono la stampa di multipli e che risultano sostanzialmente impossibili da riprodurre perché la loro semplice fotografia, intendo la fotografia dell’originale, non può fornire che una pallida idea di ciò che in effetti sono materialmente. Buona parte dei pezzi della collezione sono visibili in riproduzione nella galleria immagini del sito web dedicato alla  cultura storica fotografica del Gruppo Ricerca Immagine».

Gabriele chiesa in un momento emozionante: «Un dagherrotipo in lastra piena che non mi appartiene ma che ho avuto la gioia ed il privilegio di poter avere tra le mani: collezione CSAC Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma».

Gabriele chiesa in un momento emozionante: «Un dagherrotipo in lastra piena che non mi appartiene ma che ho avuto la gioia ed il privilegio di poter avere tra le mani: collezione CSAC Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma».

L.T.: In questa sua attività è affiancato da Gianpaolo Gosio, la vostra è una collezione con doppio proprietario, come funziona questa collaborazione? Decidete insieme ogni acquisto?

G.C.: «Gianpaolo Gosio, per gli amici ‘Paolo’, mi ha conosciuto e contattato nel 2002 in seguito alla pubblicazione di un articolo di storia della fotografia. Da allora la comune passione ci ha condotto a collaborare in modo pieno. Abitiamo a pochi passi e ci teniamo in contatto quotidiano. Paolo è stato per quarant’anni responsabile di produzione per una grande casa editrice, occupandosi dei vari aspetti della produzione dell’immagine, fino a divenire un competente cultore di storia e di tecniche della stampa. Ora consideriamo le nostre collezioni individuali come un fondo unico che ci piace chiamare Chiesa-Gosio Collections, Brescia. Paolo è il collezionista puro, che segue con scrupolosa attenzione le aste on line e il mercato d’antiquariato. È lui che scopre insospettate prospettive di ricerca ed acquisizione, scovando esemplari di processi sconosciuti anche ai più competenti professionisti. A volte si tratta di pezzi di tale rarità da risultare assenti persino nei più prestigiosi musei di fotografia. Le sue intuizioni sono per me preziosissime come indicazioni di approfondimento».

L.T.: Ci sono dei pezzi preferiti?

G.C.: «Ogni esemplare della collezione ha la sua storia in quanto scovato e/o acquisito in un modo particolare, con caratteristiche formali spesso singolari. Tuttavia c’è sempre qualcosa per cui entusiasmarsi o da desiderare, per cui potrei dire che il pezzo preferito è molto spesso l’ultimo arrivato, a prescindere dalla cifra sborsata. Ogni volta è una tessera che si aggiunge ad un mosaico di ricerca ed approfondimento e l’ultima tessera aggiunta è sempre quella che regala un momento di esultanza, come nella composizione di un puzzle che non termina mai e che si allarga costantemente».

L.T.: Ci sono degli acquisti che sono rimasti memorabili?

G.C.: «Le soddisfazioni maggiori derivano dalle acquisizioni di pezzi messi in vendita in modo improprio. Per esempio in passato è talvolta accaduto che su eBay un venditore listasse un oggetto fotografico come cornice, senza preoccuparsi del dagherrotipo o dell’ambrotipo che vi era incorniciato. Ora tutti sono molto più attenti e scaltri. Aneddoti da collezionisti, Paolo ed io, ne abbiamo da raccontare tanti, come quando ci fu possibile acquisire il primo e rarissimo esemplare di ivorytype da un antiquario di Philadelphia, che poi ci scrisse: “ne ho altri, li volete?”
Oppure quando una preziosissima lastra orotone, ovviamente in vetro, acquistata per soli sette dollari, arrivò in frantumi perché il venditore la giudicava troppo vile per doverla confezionare in modo adeguato: la spedì inserita in una comune busta da lettere!».

Gabriele Chiesa in fotomontaggio alla maniera di Louis Jacques Mandé Daguerre. Da un dagherrotipo ripreso da Jean-Baptiste Sabatier-Blot nel 1844.

Gabriele Chiesa in fotomontaggio alla maniera di Louis Jacques Mandé Daguerre. Da un dagherrotipo ripreso da Jean-Baptiste Sabatier-Blot nel 1844.

L.T.: Una collezione si esaurisce? E se sì, la voglia di collezionare si spegne o si rivolge altrove?

G.C.: «Rispondo ovviamente per me stesso, perché confesso di non sapere esattamente chi è un collezionista. Personalmente mi ritengo, più che un collezionista, un custode temporaneo. Non raccolgo per possedere, ma per capire e per salvare memorie. Il mio lavoro è per chi verrà dopo di noi. Credo che tutto ciò che facciamo per noi stessi serva a ben poco se non a nulla: ciò che conta e che è destinato a restare, è quello che facciamo per gli altri. Non si tratta di generosa abnegazione, ma della forma più elevata e perfetta di egoismo: tutto sommato il mio obiettivo è raggiungere una forma di immortalità, scusate se è poco (sorride, ndr). Dunque il nocciolo profondo del mio ‘collezionare’ fotografia è appropriarmi di conoscenze e di ‘tempo’. Le fotografie stesse sono cristalli di istanti sospesi. Tenerle in mano significa esercitare una forma di controllo sullo scorrere del tempo e persino dello spazio: io c’ero, ero là, ho visto con i tuoi occhi quell’attimo. Ora tutto ciò è nella mia mano e davanti ai miei occhi. Così, sguardi antichi attraversano il tempo e ‘ci guardano’ dalle profondità degli anni. Capisco che esistano collezionisti che perdono o cambiano interesse, che vendono, smembrano, rinunciano oppure donano. Segni e documenti, intesi come oggetti concreti, restano e vengono tramandati, a meno che non vadano deliberatamente distrutti. Cambiano semplicemente organizzazione e possesso. Se invece le collezioni vengono mantenute integre, divenendo patrimonio culturale di un ambiente sociale e di una comunità e territorio, continuano a parlare di chi le ha create. Considero dunque che, alla fine, il collezionista si spegne, ma la collezione o almeno i singoli pezzi che la compongono sono destinati a sopravvivergli».

L.T.: Dalla vostra collezione è nata una pubblicazione molto interessante: Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia. Positivi unici e processi antichi nel ritratto fotografico.Qual è stata la sua genesi?

G.C.: «Verso il 2005, l’amico collezionista Paolo Gosio decise di realizzare una confezione speciale per conservare e valorizzare gli esemplari più significativi della collezione. Si trattava di eleganti cofanetti a libro in cui il “case”, cioè la custodia tipica dei dagherrotipi ed ambrotipi, andava inserito insieme ad un pannello di presentazione ed un libretto a colori, stampato in copia unica. Questa micropubblicazione singola era una sorta di scheda descrittiva che definiva in modo discorsivo le caratteristiche specifiche di quel determinato pezzo, insieme a brevi note relative al processo, datazione, eventuale coloritura insieme ai dettagli di analisi della confezione. Lo sforzo di produzione di questi quaderni personalizzati era sproporzionato rispetto al risultato, ma l’entusiasmo di Paolo era trascinante. L’insieme di queste note divenne col tempo tanto consistente da costituire il materiale di base per un libretto. Nel corso degli anni le ricerche di approfondimento e le piccole grandi scoperte a cui ha portato il succedersi di acquisizioni mirate allo studio dei processi originari, della identificazione e classificazione degli hallmark. Il libro è così stato progressivamente esteso ed aggiornato. Ne siamo particolarmente orgogliosi perché le circa mille illustrazioni sono ricavate da materiali in nostro possesso ed i contenuti di carattere storico non derivano da operazioni di rifacimento di altri testi di storia della fotografia,  ma sono originali e spesso assolutamente inediti».

L.T.: La sua vocazione anche didattica l’ha portata a creare situazioni d’incontro, reali e virtuali, con altri appassionati dimostrando sempre un atteggiamento di estrema apertura e confronto con collezionisti e studiosi. Che opinioni si è fatto sull’ambiente basandosi sia sul gruppo facebook  “Storia della Fotografia” che sull’esperienza di Phototrace?

G.C.: «Sono diventato un insegnante perché condividere scoperte, intuizioni, emozioni e competenze con gli altri è il solo modo di vivere che mi eccita e mi soddisfa pienamente. La fotografia è per me perfettamente in linea con questo modo di concepire la vita. La mia massima ambizione è vivere per tracciare segni: nelle menti, negli occhi, nei cuori. In questo c’è qualcosa di sublime ed eterno. Nulla è mai veramente tuo se non l’hai condiviso. Questo vale per le immagini, i pensieri e persino per i sentimenti. La fotografia, nemmeno la cultura fotografica, non può esistere come circoscritta esperienza intima se non pagando il prezzo della sua assoluta sterilità. Le fotografie di Vivian Mayer non sono mai esistite né mai realmente scattate fino a quando sono state condivise. Questa urgenza di chiamare a partecipare alla medesima passione e gioia di conoscenza è quella da cui nascono iniziative di compartecipazione come Phototrace. Qualche anno fa decisi di aprire il gruppo FaceBookStoria della Fotografia” come luogo virtuale di scambio di esperienze ed informazioni. Immaginavo che potesse interessare un numero molto limitato di persone. Oggi il gruppo conta quasi 6mila membri e vede la partecipazione attiva di autorevoli studiosi, curatori di musei e prestigiose personalità di livello internazionale. Costatare il successo di queste ed altre iniziative di convergenza e reciproco arricchimento culturale è per me motivo di compiacimento».

L’uovo di nonna Pina

L’uovo di nonna Pina

L.T.: C’è un’ultima riflessione che avrebbe voglia di condividere?

G.C.: «Per concludere questa intervista in modo divertente vorrei raccontare un aneddoto che spiega appunto perché mi impegno costantemente ad organizzare eventi, scrivere, acquisire ed esibire rarità… Tutto origina da un trauma infantile. All’età di due anni, mia nonna mi pose in uno scatolone, al centro della stanza più grande di una cascina padronale. Familiari e parenti mi attorniavano in occasione di un giorno di festa. Fui convinto che, se mi fossi concentrato abbastanza, potevo fare un uovo. Ciò in effetti accadde. L’uovo usciva davvero dallo scatolone, ogni volta sollevava l’entusiastico applauso degli spettatori, accompagnato appunto dalle ‘ovazioni’, come la parola stessa spiega. Sorpreso, divertito e incoraggiato nel constatare con quanta facilità mi fosse consentito di ottenere il primo importante successo sociale, mi impegnai a fondo. Ancora oggi non so come quella sera io abbia potuto fare una mezza dozzina di uova. Tuttavia ciò fu determinante per la mia formazione: l’approvazione di un pubblico in tripudio scatena le endorfine e genera una sensazione di benessere di cui non ho più potuto privarmi. Per questo la mia produzione di iniziative in vari campi, con l’esibizione dei conseguenti risultati, risulta sostanzialmente smodata e persino fastidiosamente intemperante. Chiedo scusa: tutta colpa delle uova di nonna Pina».