A Venezia la XIII edizione del Premio Arte Laguna

Una vista della mostra dei finalisti del Premio Arte Laguna alle Nappe dell’Arsenale di Venezia
Una vista della mostra dei finalisti del Premio Arte Laguna alle Nappe dell’Arsenale di Venezia

La mostra dei finalisti della XIII edizione del Premio Arte Laguna si è inaugurata a Venezia il 30 marzo alle Nappe dell’Arsenale (la parte nord del grande complesso che ospita normalmente la Biennale: fermata del vaporetto Celestia) e resterà aperta fino al 25 aprile prossimo. L’ingresso è gratuito.

Curata da Igor Zanti con la collaborazione di dodici giurati internazionali, che hanno valutato le oltre ottomila opere arrivate da 33 paesi durante la open call da settembre a dicembre dell’anno passato, l’esposizione è costituita da 120 opere tra pittura, scultura installazione e virtual art, arte fotografica e grafica digitale, performance e videoarte, land art e arte urbana. In questa edizione del Premio è stata inserita, inoltre, una sezione nuova dedicata al design.

Ginevra-Panzetti e Enrico Ticconi, Jardin-Arsenale, 2016-2019

Ginevra-Panzetti e Enrico Ticconi, Jardin-Arsenale, 2016-2019

All’inizio del percorso espositivo troviamo le videoregistrazioni delle cinque performance finaliste, e il lavoro vincitore della sezione — che include performance e videoarte — è una delle opere più interessanti di tutta la mostra: Jardin / Arsenale di Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi (entrambi nati nel 1985) coniuga l’astrazione di certo teatrodanza (penso, ad esempio, a William Forsythe) a una bella componente visiva — il tutto curato nei minimi particolari, con una preparazione fisica evidente nella precisione dei movimenti.

Tra le opere di videoarte, invece, la più interessante è l’ironico, divertentissimo A sunday del duo ecuadoriano Santiago Serrano (1978) & Andrés Reinoso (1986); un po’ pretenzioso ma molto ben girato The dust machine variation dello statunitense Damon Mohl (1974), dalle atmosfere che rimandano a certo David Lynch; mentre The minimum di Kevin R. Frech (1965) è sostanzialmente una performance: il salario minimo di un lavoratore statunitense (7,25 dollari a ora) viene qui fisicamente rappresentato da una persona che in un’ora di tempo deve raccogliere 725 monetine da 1 cent lanciategli da fuori campo (il video, per forza di cose, è un estratto di poco più di 3 minuti rispetto all’“integrale” di un’ora).

Jad El Khoury Burj el Hawa, The Tower of Wind, 2018

Jad El Khoury, Burj el Hawa – The Tower of Wind, 2018

Un’altra sezione molto interessante è quella della land e urban art, dove troviamo tre belle opere. La vincitrice è Burj el Hawa – The Tower of Wind del libanese Jad El Khouri (1988), che ha adornato con 400 tende colorate uno dei simboli della guerra civile che insanguinò il Libano dal 1975 al 1990: un edificio destinato a grande centro commerciale — la cui costruzione fu interrotta dallo scoppio della guerra — che per la sua altezza fu poi utilizzato dai cecchini, e che tuttora mostra le cicatrici dei cannoneggiamenti subiti. Belli poi il lavoro di Kazunori Kura (Giappone, 1986), For the Power to Believe III, e l’opera di land art del messicano Ivan Juarez (1972) Sky mirrors, baixa mar: un intervento nell’isola di Itaparica, situata di fronte a Salvador de Bahia in Brasile, che restituisce a questa forma d’arte, oggi poco considerata, la sua poeticità delle origini (Smithson, Heizer, De Maria, Nancy Holt…).

La sezione Scultura (che comprende anche le installazioni e le opere di virtual art) pure annovera diverse belle opere: l’installazione di Fabrizio Pozzoli (1973) Through life; la camera con le proiezioni video L’esanime animato di Valerio Figuccio (1988); lo stilizzato Sanctuary di Kyoko Fujiwara (Giappone, 1966); le ironiche sculture in neon e plexiglass Vezir, Kalyoncu, Veniçeri di Sarp Kerem Yavuz, nato a Parigi nel 1991 ma di origine turca; 432 hz del collettivo calabrese Zeroottouno; l’opera partecipativa Whanui della neozelandese di origine croata Ekarasa Mara Doblanovic (1978).

Ekarasa Mara Doblanovic: Whanui, 2018

Ekarasa Mara Doblanovic: Whanui, 2018

Perdonatemi se però inserisco a questo punto una puntata polemica: una mia posizione che vado ribadendo da anni rispetto a certe installazioni “concettuali”. «La scultura […] esplora la vulnerabilità del vivere in prossimità di territori instabili. Incarna il mio rapporto con la collina di Mar Elias di fronte alla mia casa a Sidone. La collina che allude al profeta Elia che invoca il fuoco dal cielo è stata la fonte dell’incendio che ha bruciato la mia casa nel 2013», ci informa Dalia Baassiri (Libano, 1981) riguardo alla sua opera Mar Elias Hill; «L’artista fu rapito e tenuto prigioniero per nove giorni in Messico. Dopo che è stato rilasciato, l’autore ha iniziato la produzione di questo pezzo stampando recto-verso il rotolo di carta, per nove giorni, con numeri presenti in quei giorni»: questa invece la spiegazione di Essay for a negotiation del messicano Jesús Jiménez (1978). Nell’un caso quel che vediamo è una collinetta realizzata con 500 kg di cenere, colla, cartapesta e legno; nell’altro una vecchia calcolatrice con rotoli di carta e tre ingrandimenti di parte di essi con le cifre stampate.

Se non conoscessimo le storie che ci sono dietro, il valore estetico (e comunicativo) di queste installazioni sarebbe di per sé quasi nullo, e soprattutto niente ci farebbe capire o supporre l’origine della loro concezione. Quindi si potrebbe tranquillamente esporre una descrizione del progetto, anche senza la presenza fisica dell’opera — avrebbe quasi più senso. Per dirla in termini semiotici: il valore semantico intrinseco dell’opera è deficitario, e questo perché manca la forza della dimensione estetica.

Dalia Baassiri: Mar Elias Hill, 2018

Dalia Baassiri: Mar Elias Hill, 2018

L’opera vincitrice di questa sezione è tuttavia di virtual art: Yöti, the algorithmic portrait artist di Jean-Philippe Côté (1974), esponente di quella scuola québécquoise di arte cibernetica e digitale già presente l’anno passato al Premio Arte Laguna con un’opera del più anziano Louis-Philippe Demers. Yöti è una “macchina ritrattista” che utilizza plotter e penne degli anni Ottanta per disegnare su carta i volti dei visitatori precedentemente fotografati.

Come già nella scorsa edizione del Premio, la parte dedicata alla Pittura è a mio parere la meno interessante di tutta l’esposizione: il vincitore del premio di sezione è Ryszard Szozda (Polonia, 1976) con il trittico Test #03A, Test #03B, Test #03C.

Lucrezia De Fazio - Alpha, 2014

Lucrezia De Fazio – Alpha, 2014

Nella parte dedicata alla Fotografia, vinta dalla venticinquenne fiorentina Silvia Montevecchi (Jisei no ku #1 e #4), ritroviamo anche i vincitori della scorsa edizione: il duo spagnolo Rojo Sache (Rosa Isabel Vázquez, 1971 e José Antonio Fernández, 1976) con Dai #1 e Dai #10, parte di un ciclo che ricrea, con colori e composizione raffinatissimi, celebri crimini avvenuti in Spagna nel passato. Bello anche il “polittico” Crna Gora di Ana Caria Pereira (Portogallo, 1981), ma forse l’opera più notevole — una delle più belle di tutto il Premio — è Alpha di Lucrezia De Fazio (1993): 28 fotografie in bianco e nero di un seno femminile illuminato in modo da simulare man mano le diverse fasi lunari nel mese; il titolo allude anche all’alfa privativo che dà origine, tra l’altro, alla parola amazzone (a-mázos: senza mammella).

In conclusione, anche quest’anno il Premio Arte Laguna ci regala una bella mostra; soprattutto, questo Premio sembra riuscire a catturare, più di molte altre rassegne, le più vivaci istanze creative delle nuove generazioni, forse anche per una sua maggiore indipendenza (mi sbaglio?) dai giochi di potere di gallerie e curatori.

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