Un anno di Loom Gallery

Luca Maffei, fondatore e direttore di Loom Gallery in Via Marsala a Milano
Luca Maffei, fondatore e direttore di Loom Gallery in Via Marsala a Milano

C’è una bella frase di Novalis che mi si sembra si addica perfettamente a Luca Maffei e alla sua Loom Gallery: «E’ in noi, e in nessun altro luogo, l’eternità con i suoi mondi, il passato e l’avvenire». E’ la stessa frase che aveva ispirato Théodore Duret, con la cui personalità Luca Maffei condivide molti aspetti. In primo luogo quello di non curarsi troppo del giudizio degli altri, che è poi il segno più evidente di quella forza che hanno coloro che sono mossi da un’idea in cui credono fino in fondo. Quella forza che avevo intravisto già nel settembre del 2013 quando, un po’ per caso, le nostre strade si sono incrociate per la prima volta. Allora si presentava come Studio Maffei e stava lavorando ad un interessante progetto espositivo in occasione della 13° Biennale di Istanbul: Concrete Unit, collettiva che metteva insieme una selezione di artisti italiani sia emergenti che già in carriera con l’obiettivo di evidenziare i legami tra Italia e Turchia nel campo della cultura contemporanea. Un progetto ambizioso e, a suo modo, visionario. Gli stessi caratteri che due anni dopo, nel 2015, ho ritrovato nel suo nuovo progetto: la Loom Gallery di via Marsala a Milano. Inaugurata il 25 marzo dello scorso anno con una bellissima personale di Andreas Burger, questa new entry della scena artistica milanese ha da poco festeggiato un anno di attività. E se certamente la strada da fare è ancora lunga, il lavoro portato avanti fino ad oggi denota una qualità rara, confermata anche dalla mostra che aprirà domani e dedicata all’opera dell’artista russo Vadim Fishkin.

Nicola Maggi: Un bel modo di festeggiare un anno di vita…

Luca Maffei: «Questa mostra è il nostro modo per certificare l’attività che abbiamo svolto in questo primo anno. Un regalo che ci siamo fatti e reso possibile dalla collaborazione con la Galerija Gregor Podnar. Vadim è un artista fantastico, con uno spirito freschissimo. In un mondo dell’arte in cui tutti sono sempre un po’ troppo seriosi ci piaceva l’idea di proporre un artista che ha saputo rimanere, nel suo lavoro, molto giovanile e il titolo della mostra, The time when we wanted to be astronauts, credo spieghi più di ogni altra cosa quello che intendo».

Loom Gallery - Vadim Fishkin, A Speedy Day, 2003. Electronic clock, room construction, light. Installation view MANIFESTA 10. © the artist and Galerija Gregor Podnar

Vadim Fishkin, A Speedy Day, 2003. Electronic clock, room construction, light. Installation view MANIFESTA 10. © the artist and Galerija Gregor Podnar

N.M.: Facciamo però un passo indietro… come è iniziato tutto?

L.M.: «Nella mia vita ho avuto la fortuna di avere dei grandi maestri. Uno di questi è stato Giorgio Marconi che mi ha dato la possibilità di lavorare con grandi artisti come Giulio Paolini, una persona meravigliosa. Ero giovanissimo e mi mostrò un suo lavoro con dei corpi celesti e mi disse: “Tu prova ad immaginare una costellazione, un cerchio di fuoco che gira intorno a qualcosa, come se fosse l’anello di Saturno. Ecco, quella è la storia dell’arte che viene alimentata, fin dalla preistoria, da dei piccoli artisti che, poi, come delle stelle morte ne escono quando fisicamente se ne vanno…”. Lì ho capito che l’arte è ciò che rende l’uomo più simile a Dio, immortale. Pensa a Leonardo. L’arte rende il gesto umano immortale. Questa idea di una costellazione alimentata dall’opera d’arte da un lato mi dava proprio l’idea di vita, di calore; dall’altro mi ha fatto capire che dovevo alimentare questo satellite»

N.M.: Come avviene il passaggio tra lo Studio Maffei e Loom Gallery?

L.M.: «Lo Studio Maffei è stato un importante banco di prova, che mi ha permesso di farmi le ossa e anche di commettere errori che un gallerista non può fare. Poi, tornato da Istanbul, mi sono preso un anno sabbatico che ho dedicato alla ricerca. Volevo già aprire una galleria. Una galleria che riflettesse quella che è la mia cultura contemporanea e che è fatta per il 70% di presente, per il 20% di passato e per il 10% di futuro. Ma dovevo trovare il posto giusto. Sono arrivato qui quasi per caso poco prima di Natale, mentre stavo andando a recuperare la macchina. Lo spazio era libero da una settimana ed è stato un vero colpo di fulmine. Via Marsala è una strada molto particolare, silenziosa, luminosa, anche chic se si vuole, ma soprattutto in una posizione strategica. Dopo neanche quindici giorni avevo già firmato il contratto».

Una vista della personale di Andreas Burger, mostra che ha inaugurato la Loom Gallery di Milano il 25 marzo 2015.

Una vista della personale di Andreas Burger, mostra che ha inaugurato la Loom Gallery di Milano il 25 marzo 2015.

N.M.: Loom Gallery non ha ancora una “scuderia” … ci state pensando o è una scelta?

L.M.: «E’ un aspetto su cui stiamo ancora riflettendo. Da una parte mi piacerebbe avere una scuderia, far crescere gli artisti con cui lavoro, ma dai giovani non posso farmi garantire un’esclusiva, è giusto che i loro lavori girino e che possano vendere. E poi io faccio mostre, non il talent manager. Quello che propongo agli artisti è un gentleman agreement con cui offro loro l’opportunità di esporre, poi i lavori rimangono da me per 12 o 18 mesi durante i quali li gestisco e li vendo io e se, ad un certo punto, vogliono cambiare delle opere o aggiungerne altre, ben venga».

N.M.: Come, e dove, scegli i giovani artisti da presentare nella tua galleria?

L.M.: «Sicuramente il web aiuta tantissimo, diffonde idee, immagini che si processano in maniera velocissima. Poi esistono Fondazioni, Kunsthalle, Musei, Gallerie… tutto un sistema che funziona e da cui magari attingi. Al di là di questo, se devo sostenere dei giovani devono saper far qualcosa, voglio che sappiano fare una scultura, un disegno o dipingere. Personalmente mi fido di più di un artista che sa fare materialmente una cosa che di uno che sa dire ad un altro come farla. Diciamo che tra un buon sarto e un buon marchio, sceglierò tutta la vita un buon sarto. Fa proprio parte di me. E penso che potrebbe diventare la mia forza».

Francesco De Prezzo, null drapp, 2015. Acrylic, enamel, concrete, oil on canvas. Cm. 120 x 90. Courtesy: Loom Gallery.

Francesco De Prezzo, null drapp, 2015. Acrylic, enamel, concrete, oil on canvas. Cm. 120 x 90. Courtesy: Loom Gallery.

N.M.: Che rapporto cerchi con gli artisti con cui lavori?

L.M.: «Vorrei essere per loro una buona guida. Prendi Francesco De Prezzo (indica un dipinto alla parete) che mi è stato “regalato” da Massimo Minini. E’ un artista di 21 anni con una professionalità che non mi sarei mai aspettato da un ragazzo di questa età. Tratta un soggetto che, se vogliamo, è totalmente fuori moda, ma che lo distingue in una generazione in cui tutti sono abbastanza omologati. Mi rendo conto che il mio ruolo può essere importantissimo nella sua carriera, consigliandolo e portandolo a fare, o non fare, certe cose. Poi sai, il rapporto con gli artisti, dopo anni, rischia sempre di diventare un rapporto fornitore-cliente. Dov’è la magia in tutto questo? Nel fatto che, ogni tanto, l’artista ti fa vedere le cose in modo diverso. Capita poche volte nella vita, ma quando succede ti dà una visione che ti cambia, che ti muove qualcosa dentro. Non tutti gli artisti hanno questa forza ma quando ce l’hanno riescono a stupirti. Questo effetto me l’ha fatto, ad esempio,  Giovanni Manfredini che è un artista di Modena con cui non lavoro, ma è lui che mi ha fatto arrivare a questa conclusione».

N.M.: Eppure i nostri collezionisti sono spesso molto scettici nei confronti dei giovani… 

L.M.: «Non pensi che lo scetticismo sia più verso i galleristi che propongono questi artisti giovani a prezzi ingiustificabili?  La politica dei prezzi va affrontata in maniera onesta, bisogna avere una logica. Non puoi pretendere che un ragazzo di vent’anni costi come un brutto lavoro di Bonalumi. Ci sono delle eccezioni, ovviamente, ma nella maggior parte dei casi i prezzi devono essere percepiti come corretti anche rispetto alla carriera. Se proponendoti un giovane ti dico che fai un investimento, mento perché, magari, domani l’artista di vent’anni cambia idea e va a fare l’imbianchino. Davanti all’opera di un giovane un collezionista dovrebbe chiedersi solo perché sta comprando quel quadro. “Mi piace sì o no?”, questa è la domanda che uno deve farsi,  non pensare: questo è il clou del momento, l’ho visto su una rivista lo devo comprare. No, l’importante è: ti piace sì o no? Sì? Quello che ti sto chiedendo te lo puoi permettere? Se sì, compralo, poi, se sei fortunato tra 15 anni sapremo se hai fatto l’affare oppure no. Ti faccio un esempio. Christian Rosa (n. 1982), fino a qualche anno fa costava sui 15 mila dollari. Poi ha fatto una mostra da Gagosian, è passato in asta e oggi vale 70 mila euro. Ma cosa è successo nel frattempo? Come è possibile questo aumento? Ecco, in questi casi io sono scettico nei confronti del gallerista non di un Christian Rosa che, peraltro, è un bravissimo artista».

Clemens Behr, clockwise, vista della mostra. ©Loom Gallery & The Artist

Clemens Behr, clockwise, vista della mostra. ©Loom Gallery & The Artist

N.M.: Un’ultima curiosità… Loom Gallery… da dove nasce questo nome?

L.M.: «Sono biellese e come sai Biella è la capitale del tessile italiano. Loom è proprio il telaio che serve per fare i tessuti… trama e ordito. E questa idea di telaio mi piaceva, perché se ci pensi bene la galleria sta all’artista come il telaio sta alla tela: sta dietro, non si vede, ma gli dà struttura, gli permette di essere appeso alle pareti. Questa è Loom Gallery. Una struttura dietro alla carriera dagli artisti. Quella dell’artista è una carriera verticale (l’ordito), mentre la galleria opera in maniera trasversale e, quindi, in varie fasi della carriera di un artista cuce, avanti e indietro, il suo percorso, cercando di creargli attorno un tessuto culturale e sociale».

 

2 Commenti

  • Titti Pece ha detto:

    tutto molto interessante in questa Loom Gallery. Ma soprattutto da premiare il coraggio nel ri-proporre il “saper fare” come autentico e fondamentale ‘senso’ dell’arte. in questa affermazione leggo una saggezza ‘antica’, una via d’uscita dal caos, una prospettiva per una nuova educazione all’arte oltre gli equivoci alcuni dei quali derivati dall’abuso del la parola e dell’idea di creatività

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Titti, hai perfettamente ragione. È uno degli elementi che mi ha colpito di più e che, credo, possa essere veramente il punto di forza della galleria anche in termini di avvicinamento del pubblico al contemporaneo.

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