Anno nuovo… mercato nuovo?

Looking backward, looking forward. Uno sguardo indietro e uno avanti. I 365 giorni che ci siamo appena lasciati alle spalle hanno portato non pochi riconoscimenti all’arte contemporanea del nostro Paese. Dal Guggenheim di New York che ha celebrato prima il Futurismo e poi il Gruppo Zero, con i nostri Fontana e Manzoni, al mercato internazionale che ha incoronato, ancora una volta, l’arte italiana creata tra gli anni Cinquanta e l’inizio dei Settanta, come quella più desiderata dai collezionisti di tutto il mondo, con le Italian Sales di ottobre che hanno raggiunto vette inimmaginabili fino a pochi anni fa. Come se non bastasse, in tutto il mondo sono tantissime le gallerie commerciali che organizzano un numero sempre crescente di mostre di arte contemporanea italiana per cavalcare quest’onda d’interesse. Interesse di cui stanno iniziando a beneficiare anche i nostri artisti di ultima generazione. Per rendersene conto basta scorrere il catalogo dell’ultima FIAC o di Frieze, dove il nostro Santo Tolone è stato portato dalla Limoncello Gallery di Londra come suo unico rappresentante. Per non parlare di artisti come Rä di Martino e lo street artist Giacomo Bufarini, che in questi ultimi mesi hanno fatto il loro debutto nel Regno Unito, o di Rudolf Stingel che sta vivendo un vero e proprio momento d’oro nelle principali aste di tutto il mondo.

Una vista della mostra ZERO: Countdown to Tomorrow, 1950s–60s, al Guggenheim di New York.

Una vista della mostra ZERO: Countdown to Tomorrow, 1950s–60s, al Guggenheim di New York.

Tutto questo, però, non ci stupisce: basta fare un giro nelle nostre migliori gallerie per capire come la produzione artistica italiana sia perfettamente in grado di competere con quella degli altri paesi. Quello che invece stupisce, e forse anche addolora, è la totale indifferenza con cui questo successo viene accolto dalle istituzioni del nostro Paese. Un’indifferenza che fa sì che oggi il mercato dell’arte italiana sia in salute, mentre il mercato italiano dell’arte sta quasi morendo, strangolato da regole che risalgono quasi ad un secolo fa e neutralizzato da un sistema dell’arte che non fa niente per sostenere il successo estero dei nostri giovani, mettendo una grave ipoteca sul futuro dell’arte del nostro Paese. Oggi rappresentiamo a mala pena l’1% del mercato dell’arte globale con un valore medio delle opere vendute in Italia passato dagli oltre 20 mila euro del 2007 ai circa 6000 del 2013.

 

E’ giunto il momento di modernizzare il nostro mercato

 

Mentre sui giornali di settore (e solo su quelli) ci si attarda per ottenere dallo Stato un’IVA agevolata per l’arte – richiesta ormai fuori dal tempo e destinata al fallimento, vista la situazione economica del nostro Paese – il mercato italiano dell’arte è fiaccato da ben altri problemi che è necessario risolvere al più presto perché si avveri quanto detto da vari analisti di settore, ossia che se sbloccato il nostro mercato potrebbe crescere al ritmo vertiginoso di 10 miliardi l’anno, con tutto quello che ne consegue in termini di occupazione, ricaduta sul territorio (turismo ecc.) e tutela del patrimonio storico-artistico, a cui potrebbero essere destinati, almeno in parte, i proventi del gettito fiscale di questo settore. Cosa fare?

1) Rivedere, attualizzandolo, il sistema della cosiddetta “notifica” che oggi rende il nostro mercato non perfettamente libero, in quanto lo Stato può bloccare le esportazioni delle opere con più di 50 anni ritenute di interesse culturale senza però che aver l’obbligo di comprarle. Norma che, di fatto, bloccandone l’esportazione, ci  impedisce di vendere sul mercato internazionale quelle opere che oggi spopolano nelle Italian Sales e che, se immesse sul mercato italiano, perderebbero subito dal 70 all’80% del loro valore.

2) Agevolare la vendita di opere con meno di 50 anni sul mercato internazionale introducendo una soglia di valore sotto la quale l’esportazione non necessita di particolari permessi.

3) Annullare quelle barriere culturali che rendono il nostro Sistema dell’Arte estremamente frammentato e non in grado di svolgere quel ruolo fondamentale di valorizzazione dei nostri giovani che, una volta “emersi” sul mercato internazionale, soffrono della mancanza di questo supporto per il consolidamento della propria carriera.

4) Introdurre degli incentivi fiscali anche per i collezionisti privati, riconoscendone così l’importante ruolo di promotori delle arti.

5) Cominciare a ragionare di un Sistema dell’Arte in un campo allargato che deve prevedere anche il mondo della scuola e delle università, dove è necessario insegnare i linguaggi espressivi del nostro tempo per evitare di continuare a sfornare dei cittadini artisticamente analfabeti.

Insomma, è necessario portare il nostro sistema dell’arte nel XXI secolo e fare in modo che privato e pubblico cooperino in modo armonioso per il rilancio della cultura, garantendone al massimo il pluralismo. Come ha recentemente sostenuto lo storico dell’arte Simone Verde, responsabile della Ricerca scientifica e pubblicazione per il Louvre di Abu Dhabi, è necessario «tornare a capire, come già si sapeva della Firenze o nella Roma rinascimentali, che la cultura aiuta l’emancipazione dei cittadini e, emancipandosi, la comunità intera diventa più competitiva anche a livello internazionale».

Buon 2015 a tutti voi!

7 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    D'accordo e buon anno, c'è però da considerare che siamo in Europa perciò ha più senso parlare di mercato europeo dell'arte, come si evince pure dai dialoghi franco-italiani promossi da Palazzo Grassi – Punta della Dogana e ai quali con il mio ultimo post ho dato un contributo significativo che Collezione da Tiffany ha facoltà di rilanciare, ecco il link : http://armellin.blogspot.it/2014/12/i-grandi-musei-nel-xxi-secolo-e-opera.html#links

  • Nicola Maggi ha detto:

    Verissimo, solo che prima dovremmo arrivarci in Europa… la sensazione è sempre quella di esserne molto lontani. Adesso però mi leggo il suo ultimo post. A presto e buon anno anche a lei. Grazie per i suoi contributi.

  • Nicola Maggi ha detto:

    Verissimo, solo che prima dovremmo arrivarci in Europa… la sensazione è sempre quella di esserne molto lontani. Adesso però mi leggo il suo ultimo post. A presto e buon anno anche a lei. Grazie per i suoi contributi.

  • Stefano Armellin ha detto:

    Nicola Maggi vi ringrazio se potete rilanciare il post magari apriamo un dibattito su come in Italia sia difficile farsi notare anche quando si é prodotto qualcosa di veramente innovativo…

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Ciao Nicola e Buon Proseguimento 2015!!!
    Sei davvero convinto che nel nostro Paese si punti all’emancipazione???
    Sono sempre più convinto che è interesse di alcuni (o forse di molti) che il cittadino debba conoscere poco, che non possa erudirsi, magari acculturarsi, perché solo in questo modo si possono poi concretizzare e realizzare tutte quelle storture che ci attanagliano oramai da tempo.
    Come tu descrivi ci vorrebbe poco affinché venisse riconosciuta la passione e la vita del collezionista, ancora l’unico ai vari livelli che difenda la l’arte in tutte le sue espressioni.
    Credo Nicola che alla fine proprio l’ARTE con tutte le sue magie e misteri avrà il sopravvento su questa ingessatura atavica continuando a sbalordirci, sorprendendoci come avvenuto negli scorsi anni.
    Un vero brindisi all’ARTE che non ci abbandonerà mai, anzi ci farà sempre vivere momenti esaltanti, emozionanti, passionali, intensi … risultanti alla fine tra i veri ingredienti della nostra esistenza.
    VIVA L’ARTE, Daniele

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Più che convinto tento di essere ottimista (il punto interrogativo nel titolo la dice lunga…). Felice di alzare il calice per questo ideale brindisi all’arte! Un caro saluto. Nicola. Buon 2015!

  • Stefano Armellin ha detto:

    Equilibrio poetico : "Oggi se uno compra un quadro non lo fa perchè gli -piace-, ma perchè crede di collocare i suoi porci soldi -da furbo-.

    E l'attività del pittore per 9/10 è sprecata a rendersi favorevole quella opinione ripugnante.

    Se un editore stampa un libro, non lo fa perchè crede di mettere in circolazione un'opera buona, ma perchè spera di venderne molte copie.

    I risultati di tale criterio sono a tutti noti: nessuno legge più, c'è -la crisi del libro-…

    I rimedi sono peggiori del male…

    Tutta l'attenzione è per gli impresari, i mercanti, le compagnie sfruttatrici di mezzi meccanici di riproduzione e di diffusione.

    L'arte è un fatto misterioso, lo Stato può sempre preparare le condizioni favorevoli alla sua fioritura e al perfezionamento della sua qualità, ma lo Stato non potrebbe mai fabbricare gli artisti con lo stampino…

    Lo Stato dunque potrebbe assumersi un certo impegno di coordinamento (non di inquadramento) degli sforzi spirituali (lasciando il più possibile in pace quelli -pratici-) degli artisti…

    Si tratta d'azione educativa…ho paura che la colpa maggiore sia della scuola".
    Giuseppe Ungaretti 1928

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