Arcangelo Sassolino: la forza del dubbio

Daniele Taddei in visita allo studio di Arcangelo Sassolino. Foto: Dario Traini
Daniele Taddei in visita allo studio di Arcangelo Sassolino. Foto: Dario Traini

Il 1° marzo scorso è stata una giornata indimenticabile per coloro che hanno avuto l’opportunità, grazie al gallerista Rolando Anselmi e allo storico e critico Federico Mazzonelli, di incontrare Arcangelo Sassolino come uomo, come “esploratore” e come artista, nella sua casa e nel suo studio. Amici collezionisti provenienti da tutta Italia, dalla Calabria al Piemonte, hanno potuto godere di momenti di straordinaria intensità; momenti che segneranno l’animo di ciascuno dei partecipanti. Un’accoglienza calorosa, unitamente alla proverbiale ospitalità veneta sempre accompagna dal “calice” di bianco, ha subito creato un’atmosfera magica, surreale, dove tutti all’improvviso siamo diventati amici, come conoscenti di lunga data.

Una giornata senza tempo, solo le emozioni scandivano le ore, tutti intenti a seguire Arcangelo nelle sue esternazioni, a volte complesse, ma cariche di forza, di energia, che una volta metabolizzate riuscivano a farci  leggere con minor fatica i significati delle frasi e delle parole enunciate. Accompagnati nel primo sito espositivo siamo stati letteralmente catturati dall’esposizione dei “cementi”. Veri e propri simboli di un’umanità sempre più martoriata e distrutta, quei “cementi”, a prima vista, sembrano i resti di azioni belliche, accartocciati dal calore degli esplosivi. Sono opere di una drammaticità unica, della quale Arcangelo ci vuol rendere consapevoli  e, come ultimo gesto, preservarla per futura memoria. Il termine “drammatico” è appropriato perché quel “cemento” potrebbe richiamare le agghiaccianti immagini di guerra dove morti su morti si trovano accatastati tra le macerie, resti di fabbricati che non esistono più, che non rappresentano più la speranza, il futuro.

Mentre sto annotando queste emozioni mi torna viva l’immagine del volto di Arcangelo con un sorriso sempre più provato come se, indifeso, si trovasse in quei luoghi, in quelle circostanze; un sorriso però in cui traspare la forza di reagire, di combattere, di resistere, di  far di tutto per scongiurare simili tragedie. Subito dopo ci siamo trasferiti in una vecchia manifattura, locali spogli dalle ampie vetrate che permettono alla luce di illuminare le pareti grigie, fredde, silenziose, pronte ad ascoltare i rumori ed i suoni che Arcangelo ritrova nelle sue esplorazioni, sempre più al limite dell’universo umano. Siamo nel suo laboratorio dove macchinari irriconoscibili, strumenti inquietanti e oggetti allarmanti ci fanno compagnia, come ci volessero invitare ad un avvenimento, ad una loro prova, ad una dimostrazione riservata, intima. Tutto è già pronto, una parte di tronco di albero levigato viene legata alle estremità da cavi di acciaio come se fosse un prigioniero prossimo alla tortura. Un grande cuneo alimentato dall’aria compressa incomincia ad infierire sul legno, ancora vivo ma indifeso, vulnerabile. Più la forza dell’aria sospinge il cuneo e più il legno inizia a lamentarsi, come un essere umano, e più andava avanti l’azione e maggiori erano le sofferenze. Il legno non aveva via di scampo, era lì con i dolori più strazianti; pianti e grida ininterrotte accompagnano l’indifferente forza del cuneo che non vedeva l’ora di squarciarlo definitivamente. Ho assistito incredulo sino all’ultimo respiro, colpito da quei sibili agghiaccianti che hanno alimentato la mia commozione, la mia emozione, facendomi tornare in mente le morti di persone impaurite, sempre più impotenti in un mondo dove regna l’indifferenza e la sopraffazione. Un’immagine che rimarrà ben salda nella mia mente.

Questa sperimentazione in un certo qual modo mi ha scioccato e per riprendermi, e riprenderci,  un buon “calice” di bianco è lì pronto a sostenerci e rifocillarci, anche perché di lì a poco un’altra sperimentazione ci aspetta. Un grande cubo di lamiera grigia inizia a muoversi e a rumoreggiare: suoni sordi, cadenzati, facevano ondeggiare la struttura, ancora una volta la compressione dell’aria diventa incontrollabile, ancora una volta Arcangelo vuol fugare l’ennesimo dubbio: non ci sta a rimanere fermo di fronte alla mancanza di verità. Il cubo sempre più sospinto dall’aria inizia a muoversi con più vigore, come se all’improvviso camminasse, ed i suoni che emana diventano sempre più roboanti, assordanti, cupi. Anche questa esplorazione sorprende e coinvolge tutti i presenti e le domande dubbiose si accavallavano senza risposta.

Ci trasferiamo al secondo piano, in un grande stanzone: un  lungo tubo aveva all’estremità una bottiglia dal colore verde smeraldo. Una volta constata la curiosità,  siamo invitati a lasciare il luogo e riparaci all’esterno e quando tutti ci troviamo in sicurezza un grande boato raggela i nostri cuori; un rumore così grande che ci ha letteralmente colti di sorpresa. Ritornati nello stanzone la bottiglia non esisteva più, ridotta in migliaia di frantumi, una distruzione annunciata.

Si è fatto tardi il desco ci invita al convivio, Arcangelo ci vuole vicini, sicuramente felice di averci fatto partecipe delle sue ansie, delle sue emozioni, delle sue speranze. Ancora una volta egli ha dato prova di grande umanità, mai domo, mai incline a subire senza difendersi, sempre pronto ad interrogarsi ed indagarsi sulla ricerca della verità; verità che sa di non trovare, ma proprio per questo non si arrende, anzi nuove energie e nuove forze vengono a sostenerlo per affrontare l’immancabile dubbio successivo. Questo è Arcangelo Sassolino: un cronista del nostro tempo, un inviato speciale che, come pochi, riesce a trasmettere attraverso le immagini ogni tipo di violenza che attanaglia il mondo. Il suo è un invito, una esortazione a non demordere mai, a non perdere la speranza, ma a ritrovare la fratellanza, la tolleranza, l’amore, cardini fondamentali della nostra breve esistenza. Un “calice”  per un prosit finale  ha salutato questa giornata dai ricordi indelebili.