Arte e criminalità: il lato oscuro del “collezionismo”

Arte e Criminalità - Alcune delle opere contraffatte confiscate in Lombardia. Foto: Sara Braga
Alcune delle opere contraffatte confiscate in Lombardia. Foto: Sara Braga

Nel mondo dell’arte, lo sappiamo bene, girano molti soldi e il mercato dell’arte contemporanea è oggi alimentato, oltre che da istituzioni, appassionati e collezionisti, anche da grandi investitori di capitali nazionali e internazionali per i quali l’opera d’arte del XX secolo, parallelamente a oro, diamanti e preziosi, rappresenta un “bene rifugio” di grande appeal e prestigio sociale. Era inevitabile, dunque, che il settore divenisse facile preda di personaggi senza scrupoli e ambito privilegiato per traffici illeciti e operazioni di riciclaggio, tanto che oggi quello delle opere d’arte è tra i primi mercati della criminalità per un giro d’affari che, a livello globale, è stimato attorno ai 10 miliardi di euro. Un fenomeno che si articola tra furti e falsificazioni; difficilmente arginabile e intercettabili da parte delle autorità anche se i risultati delle operazioni di contrasto a queste attività criminali non mancano. E’ il caso delle 450 opere del XX secolo confiscate in Lombardia e oggetto, il 15 dicembre scorso a Milano presso la sede di Open Care – Servizi per l’Arte, di una giornata di studi che oltre a richiamare l’attenzione su questo fenomeno, ha affrontato il  delicato e quanto mai attuale tema delle opere d’arte confiscate e del loro riutilizzo sociale a beneficio della collettività attraverso la destinazione a musei pubblici. Ne abbiamo parlato con il professor Paolo Campiglio dell’Università degli Studi di Pavia che, in partenariato con l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata e il MIBACT, Segretariato regionale e Polo museale per la Lombardia, ha varato nell’agosto del 2015 un progetto di Analisi, studio e catalogazione appositamente dedicato a queste opere confiscate in Lombardia.

Nicola Maggi: Qual è la “storia” di queste 450 opere e come si è arrivati alla loro confisca? Erano destinate a tornare sul mercato?

Paolo Campiglio: «Le confische di opere d’arte che ho avuto l’occasione di studiare e analizzare sono solo una parte di quelle attuate a livello nazionale. Si tratta di due confische prelevate in Lombardia una decina d’anni fa, molto diverse tra loro, anche perché di provenienza diversa e con una particolare storia che non va assolutamente accomunata. La prima confisca è stata attuata per reati finanziari non legati alla criminalità organizzata: la collezione confiscata è di alto valore culturale e presenta opere del XX e XXI secolo di pregio e di grande gusto. E’ bene che questa collezione rimanga unita e non vada dispersa nel momento della restituzione alla collettività o nell’atto di donazione a un museo pubblico. Auspico inoltre che venga esposta, affinché si possa vedere in tutta la sua completezza: solo così si potranno capire  i capolavori della seconda metà del XX secolo, da Vedova a Warhol,  fino ad opere emblematiche degli anni Duemila di Chen Zehn, Christiane Lohr, Yan Pei Ming. L’altra confisca, invece, rivela l’ottusità di un raccoglitore, più che collezionista, un mercante che operava ingannando i suoi acquirenti con contraffazioni di ogni genere e tipo, falsi veramente fatti male di autori del Novecento italiano, da Campigli, a Morandi, De Chirico, De Pisis, Sironi. La confisca ha raccolto poi tantissimo materiale, circa 200 opere, di autori in minima parte noti , in gran parte minori di scarso interesse artistico e di nessun valore economico. Dunque in questi casi ci si trova di fronte a due aspetti differenti del problema: il primo è quello di una valorizzazione di un patrimonio che andrà destinato a musei pubblici, il secondo è quello della distruzione di falsi che altrimenti sarebbero andati in circolazione e della vendita all’incanto di opere di minimo valore».

Arte e Criminalità - Il professor Paolo Campiglio dell’Università degli Studi di Pavia durante la giornata di studi "Opere d'arte del XX secolo confiscate in Lombardia" che si è tenuta a Milano il 15 dicembre scorso. Foto: Nicoletta Sperati.

Il professor Paolo Campiglio dell’Università degli Studi di Pavia durante la giornata di studi “Opere d’arte del XX secolo confiscate in Lombardia” che si è tenuta a Milano il 15 dicembre scorso. Foto: Nicoletta Sperati.

N.M.: L’uso dell’arte come strumento di riciclaggio riporta in primo piano una questione fondamentale, come quella della “provenienza” delle opere che si acquistano sul mercato. Come può tutelarsi un collezionista?

P.C.: «Il mercato dell’arte offre delle sicurezze al collezionista, come l’acquisto in gallerie sicure che fanno parte dell’Associazione Nazionale Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea o le importanti case d’asta internazionali, che di norma non mettono in vendita un’opera se non è accompagnata da un’autentica garantita dall’Archivio o dalla Fondazione d’artista di riferimento. Quando il collezionista crede di risparmiare rivolgendosi a liberi mercanti (che possono essere onestissimi, ma a loro volta ingannati da altri) o pensa di fare un affare reperendo un’opera a firma di un nome accreditato dell’arte del XX secolo in un mercato estraneo ai circuiti dell’arte contemporanea, allora dovrebbe suonare il campanello d’allarme: nel 90% dei casi l’opera è un falso. L’Italia, purtroppo, ha il primato delle opere contraffatte, ed è per questo che, invece, occorre combattere una battaglia contro i falsari. Gli Archivi d’artista e le Fondazioni, affiancate dal Nucleo dei Carabinieri del Patrimonio Culturale, già operano in questo senso».

N.M.: L’attuale normativa cosa prevede per le opere d’arte confiscate alla criminalità organizzata?

P.C.: «Le opere d’arte come altri beni (ad esempio le automobili ) possono essere rimesse sul mercato. Il criterio seguito dall’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati  è che comunque lo Stato ha subito un danno economico e può rifarsi del danno avuto destinando, ad esempio, il ricavato per continuare la lotta contro la criminalità organizzata o per sostenere le famiglie che hanno subito un delitto di mafia. Certo, in questo caso, occorrerà valutare con ponderatezza i beni da alienare, se ce ne sarà bisogno. Quello che mi preme sottolineare, tuttavia, è la formula che è stata adottata in questa esperienza di analisi e valutazione del patrimonio: Università, MIBACT e Agenzia Nazionale con il sostegno di Regione Lombardia e Comunità Europea, hanno trovato un accordo e hanno firmato un protocollo condiviso che potrà servire anche per nuove occasioni di studio e catalogazione. Si potrà ad esempio prevedere che un esperto d’arte contemporanea  o uno storico dell’arte venga interpellato al momento del sequestro o subito dopo, in modo che le autorità si rendano immediatamente conto se i beni siano soggetti  o meno a vera e propria confisca».

N.M.: Una volta analizzate e studiate quale sarà il destino di queste opere?

P.C.: «Le opere dichiarate false dallo storico dell’arte in collaborazione con gli archivi d’artista competenti non verranno catalogate e  saranno distrutte. Le altre, invece, saranno sottoposte all’analisi del MIBACT che deciderà gli eventuali vincoli e le destinazioni museali. Nel caso della prima confisca, ci auguriamo sia una sola destinazione per tutto il nucleo. Prima verranno interpellati i musei nazionali e poi le realtà regionali ( ad esempio il Polo Regionale Lombardo) con un particolare occhio nei confronti dei musei legati all’arte contemporanea».

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