Arte e Diritto: Italia “Maglia Nera” del mercato internazionale

Sul numero di maggio del Giornale dell’Arte, un’ampia indagine fatta dalla redazione affrontava uno dei temi cardine che stanno alla base della debolezza del nostro mercato: il fatto che oggi in Italia non si compra arte. Fatto ancora più stringente se si pensa che i primi ad non acquistare nel nostro Paese sono i nostri grandi collezionisti. L’articolo, giustamente, mette in luce come «un diffuso collezionismo privato interno sia l’indispensabile “supporter” della filiera dell’arte». Oltre ad un problema di domanda interna, però, il nostro mercato soffre anche di uno scarso appeal nei confronti della domanda estera e tutti noi sappiamo – anche per l’esperienza derivata da altri settori produttivi – come il “commercio estero” sia oggi imprescindibile per la vita di ogni comparto della nostra economia. In Italia, invece, non comprano né gli italiani né gli stranieri e questo anche se all’estero la nostra arte continua a mietere successi. Per capire meglio come stiano le cose e quali soluzioni dovrebbero essere praticate, abbiamo incontrato l’avvocato Massimo Serpi, curatore di The Art Collecting Legal Handbook, il primo libro al mondo che permette, in modo agevole, di comparare i sistemi normativi di 30 paesi nel settore del Diritto dell’Arte.

L'Avvocato Massimo Sterpi, Partner dello Studio Legale Jacobacci & Associati di Roma

L’Avvocato Massimo Sterpi, Partner dello Studio Legale Jacobacci & Associati di Roma

Nicola Maggi: La prima cosa che salta all’occhio leggendo il manuale che ha curato assieme a Bruno Boesch è che il mercato è globalizzato ma il diritto dell’arte no…

Massimo Sterpi: «Assolutamente disarmonizzato, disomogeneo e caratterizzato da grandi possibilità di ‘arbitraggio’ tra un Paese e l’altro in relazione alle medesime attività. Certe volte, ad esempio, un acquisto è molto meglio effettuarlo in un Paese invece che in un altro, sia per un regime di tassazione che di esportazione. E in questo l’Italia sta diventando la maglia nera del mondo. Nessuno vuole avere più a che fare con il nostro Paese perché l’Italia ha una tassazione altissima ed è temuta come luogo da cui si rischia di non poter esportare le opere, dove i tempi per il rilascio dei permessi di esportazione sono lunghissimi e gli esiti delle procedure completamente imprevedibili. Questo è il paradosso italiano: noi che abbiamo un patrimonio straordinario e potremmo essere ampiamente il primo mercato dell’arte al mondo ci siamo creati tali e tanti problemi che siamo diventati, forse, il luogo meno desiderato in assoluto dove fare transazioni nel campo artistico. Un paradosso piuttosto grave».

N.M.: Una situazione che si ripercuote pesantemente anche sul nostro collezionismo privato…

M.S.: «Il collezionista italiano è oggi in una condizione disastrosa: viene fatto oggetto di una burocrazia asfissiante e di controlli di ogni genere. Ogni suo atto di acquisto non viene considerato un atto di promozione dell’arte e degli artisti italiani, ma una sorta di comportamento di lusso, come l’acquisto di un’automobile di grossa cilindrata, e va quindi giustificato. Quella che viviamo in Italia è quasi una sorta di lotta di classe tramite beni artistici».

N.M.: Quali sono i problemi che maggiormente affliggono il nostro mercato dal punto di vista normativo?

M.S.: «I problemi sono numerosi. In primo luogo, i grandi collezionisti italiani non comprano più in Italia perché c’è un obbligazione di reporting alla SIAE ai fini dell’applicazione del diritto di seguito, con successivo inserimento sul sito della SIAE dei dati della transazione (dichiarante, prezzo); non proprio il massimo, in termini di privacy. Inoltre, questo registro del Diritto di Seguito viene usato dall’Agenzia delle Entrate come tabella dei probabili ricchi evasori italiani da andare a visitare a casa ogni volta che comprano qualcosa. Abbiamo creato un’abnormità, costringendo i collezionisti italiani a comprare opere italiane fuori dall’Italia. E questo spiega il grandissimo successo delle Italian Sales a Londra. E’ un paradosso. Oltre a questo c’è il regime delle richieste di esportazioni: l’Italia, a differenza della Francia o della Gran Bretagna, non ha un minimum treshold, la soglia minima di valore al di sopra della quale bisogna chiedere la licenza di esportazione. Va chiesta anche per un quadro da 20 euro che lei compra al mercato delle pulci, se è più vecchio di 50 anni. Mentre in Inghilterra e in Francia per esportazioni al di fuori dell’Unione Europea la soglia minima di valore è 150 mila euro. Sotto questa soglia, le opere possono essere esportate senza chiedere alcun permesso. Considerando che il nostro mercato è abbastanza povero, l’introduzione di una soglia minima simile a quella di Francia o Gran Bretagna renderebbe, di fatto, libera l’esportazione di circa il 95% delle opere vendute in Italia».

Ogni anno, in autunno, si tengono a Londra le cosiddette Italian Sales, aste di arte italiana moderna e contemporanea

Ogni anno, in autunno, si tengono a Londra le cosiddette Italian Sales, aste di arte italiana moderna e contemporanea

N.M.: Sulle esportazioni di opere con più di 50 anni, inoltre, grava anche il sistema della notifica…

M.S.: «Una vera e propria disperazione per il mercato locale: un’opera notificata ha una perdita di valore tra il 70 e l’80%, rispetto al prezzo sul mercato internazionale, non proprio spiccioli. Anche questo è un elemento che ci differenzia enormemente da Paesi come la Francia o la Gran Bretagna. In tali paesi, oltre alla soglia minima per l’esportazioni, le restrizioni per l’espatrio di opere di un certo valore culturale sono solo temporanee: in Francia 30 mesi e in Inghilterra solo alcuni mesi. Durante questo periodo, si blocca temporaneamente l’esportazione di un’opera d’arte per permettere o allo Stato di acquisire l’opera a prezzi di mercato, o ad un altro collezionista di acquistarla impegnandosi a mantenere l’opera nel paese. Se scadono questi termini senza che questo diritto di prelazione venga usato, l’opera può essere liberamente esportata. In Italia, invece, avviene una sorta di espropriazione senza indennizzo perché, nel momento in cui lo Stato notifica un’opera, questa non può più essere venduta all’estero, perde l’80% del suo valore economico e lo Stato non è tenuto ad acquistarla. E siccome allo Stato non costa niente, nel dubbio, notifica… Anche questa situazione è assurda: basterebbe allinearci agli altri paesi, quanto meno per i beni diversi da quelli archeologici…».

N.M.: … anche perché queste leggi sono spesso vecchissime e si riferiscono a situazioni ben diverse da quella attuale…

M.S.: « Esattamente. Si riferiscono ad una situazione completamente diversa, a quando l’Italia veniva depredata, in modo quasi sistematico, dei suoi beni archeologici. Per porre termine a questa attività predatoria da parte di mezzo mondo nei confronti del nostro patrimonio di beni artistici, durante il Fascismo sono state varate delle leggi molto restrittive che, a mio avviso, sono ancora abbastanza giustificate quando parliamo di beni archeologici.

Quando però vengono applicate ad un quadro fatto 51 anni fa scadiamo nel ridicolo, anche perché i tempi di accreditamento degli artisti a livello internazionale sono lunghi. Pensi all’Arte Povera, a Manzoni, Burri o a Fontana: quando cominciano a diventare importanti non possono lasciare il paese, non possono andare nei musei del mondo… mi sembra un atto di autolesionismo».

N.M.: Non è stato fatto nessun tentativo per cambiare questa situazione?

M.S.: «Ne è stato fatto anche uno di recente. Tramite un gruppo di studio composto da vari esperti si è cercato di fare pressione sul legislatore perché fossero modificati i criteri per la dichiarazione di interesse culturale delle opere e il risultato è stato quasi paradossale: la bozza che è uscita dalle mani del Ministero è quasi peggiorativa rispetto al testo attualmente vigente, con una restrizione ulteriore dei criteri. E questo porterà ad un aumento delle notifiche, con conseguenze ulteriormente negative sul nostro mercato che già rappresenta una quota risibile di quello internazionale».

N.M.: Un altro fattore critico di cui spesso si parla sui giornali è l’Iva

M.S.: «Questo è un po’ un mito urbano. L’Iva è più bassa negli Stati Uniti e in altri paesi extraeuropei, ma il grande scompenso all’interno dell’Unione, rappresentato dalla Germania (7%), è stato risolto dal legislatore europeo in senso contrario a quello auspicato in Italia: dal 1° gennaio anche in Germania l’aliquota è al 19%. Poi in Italia l’Iva è al 22%, ma questa è un’altra storia: abbiamo un debito pubblico spaventoso ed il Governo cerca di recuperare i soldi da qualche parte».

N.M.: Nell’analizzare i motivi della crisi del mercato artistico italiano c’è chi ha tirato in ballo lo scarso uso dei contratti. Quanto influiscono realmente?

M.S.: «Guardi, le dico solo questo. Non siamo tanto diversi dagli altri. In realtà l’arte ha sempre avuto questa mancanza di formalizzazione. Sicuramente, quello che rende il nostro mercato più informale è che da noi le transazioni, normalmente, sono di basso valore e quindi l’acquirente non si mette a spendere soldi per un avvocato. Nel caso di transazioni di alto valore, da vari milioni di euro, i compratori vogliono invece tutelarsi e stipulano dei contratti scritti. Quando il valore diventa elevato c’è una maggiore attenzione. Quello che sicuramente si sta verificando, e il vostro sito ne è un’ottima prova, è che si sente nell’aria un’esigenza di maggiore formalizzazione, di una maggiore trasparenza e regolazione del mercato e quindi, in realtà, il trend è in atto, il mercato si sta autoregolando, sta cercando di applicare delle regole per diventare un mercato più sicuro e affidabile. Anche sul fronte dell’evasione, quello Italiano era un mercato molto opaco, ma anche questo fenomeno sta finendo per i limiti all’uso del contante».

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5 Commenti

  • Lois Loris ha detto:

    È una bella intervista molto chiara e densa di spunti per comprendere che in questo Paese siamo arretrati anni luce rispetto agli altri nostri paralleli/concorrenti e questo assurdo in un Paese con un patrimonio come il nostro (come sottolinea l'avvocato). La verità è che in Italia con l'avallo del concetto di "tutela" (interpretato in maniera discutibile!) è tutto talmente burocratizzato e fermo al palo. Effettivamente molti privati si ritrovano bloccati con beni che potrebbero smuovere il mercato solo perché c'è un "blocco preventivo" da parte dello Stato. È tutto da rimettere in discussione, soprattutto il settore artistico e patrimoniale che però viene sempre tenuto da parte; un settore che a voler essere sempre noiosi e petulanti, dovrebbe e potrebbe costituire il primo settore di sviluppo del Paese

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Concordo con lei. E aggiungerei che in un libero mercato mi sembra abbastanza folle (e poco democratico) che uno Stato possa decidere cosa un privato può vendere o no senza poi impegnarsi in un acquisto, ma solo danneggiando chi possiede certi beni. La linea tenuta dalla Francia mi sembra molto più condivisibile.

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Nicola buongiorno, con questa puntuale ed esauriente intervista è sta eseguita “una risonanza magnetica” dello stato dell’arte nel nostro paese.
    Ogni commento è superfluo, l’arte che è bellezza, che è cultura, che è speranza, viene rilegata all’ultimo posto di una ipotetica scala di valori, e quello che più mi rattrista è che la nostra nazione si chiami “ITALIA”!!!
    Di fronte a tanta evidenza solo chi ha tanta passione, quasi incallita, può rimanere nel “sistema”, sicuramente non favorirà mai l’ingresso di nuovi collezionisti e certamente metterà in disagio anche coloro che da tanti anni operano nel settore.
    Non bastano i nostri buoni propositi, i nostri approfondimenti, le nostre indagini, le nostre ricerche, occorre provocare una sorta di “rivoluzione dell’arte” perché solo in questo modo sortiranno delle “verità” per tutto il nostro sistema.
    Daniele

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Daniele, il problema è che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e i nostri governanti da troppo tempo si ostinano a non voler ascoltare le istanze di tanti operatori di settore, da Federculture all’Associazione delle Gallerie fino a gruppi di avvocati e esperti che, senza secondi fini, vorrebbero solo vedere il nostro Paese primeggiare là dove sarebbe giusto che primeggiasse. Il risultato? Più danni della grandine. Non per questo dobbiamo demordere e fare sempre più rete fino a quando il coro sarà talmente forte da riuscire a perforare il muro di gomma dello Stato.
      Buona giornata.
      Nicola

  • mettiamo tutto in discussione e realiziamo il registro artisti dove la vendita certificata deve essere dichiarata tanto di fattura accordo con le case d'asta: le opere che sono state dichiarate come vendita possono essere accettate in tutte le case d'asta Italiane e in più potrebbero avere il permesso di agevolazioni per quanto riguada l'opera se deve andare in un paese estero.Garanzia per i collezionisti e possibilità per coloro che comprano le opere italiane.Non male come idea non credete?

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