Arte: non c’è investimento senza passione

Domenico Filipponi, responsabile dei servizi di Art Advisory di Unicredit Private Banking
Domenico Filipponi, responsabile dei servizi di Art Advisory di Unicredit Private Banking

L’arte, come investimento finanziario, accorre in aiuto di chi ha la necessità di diversificare il proprio portafoglio finanziario tramite asset che offrono basse correlazioni con azioni e obbligazioni. E l’arte, come abbiamo visto nell’articolo pubblicato il 1° ottobre scorso, è considerata proprio un investimento alternativo rispetto a quelli tradizionali.  Fin qui niente di male, ma l’importanza è che collezionisti e “semplici” investitori comprendano qual è il rischio e il rendimento dell’arte come asset class, ossia come classe di investimento. Cerchiamo, quindi, di chiarire meglio la questione parlando con uno dei maggiori esperti italiani di settore: Domenico Filipponi, responsabile dei servizi di Art Advisory di Unicredit Private Banking, membro della commissione tecnica Art Banking in AIPB – Associazione Italiana Private Banking, con un passato di responsabile delle pagine economiche del Giornale dell’Arte e di manager di Christie’s Italia. (Leggi -> Investire in Arte: il punto della situazione)

Cecilia Durisotto: L’arte può essere veramente considerata un’asset class?

Domenico Filipponi: «Assolutamente sì. Quando si parla di arte si parla di un mondo infinito. Possono esistere creazioni artistiche che non necessariamente hanno valori commerciali ed economici rilevanti e quindi in quel caso, forse, non possiamo definirla proprio un’asset class, in quanto queste presuppongono anche dei valori patrimoniali retrostanti che giustifichino questa definizione. Però, tendenzialmente, le opere d’arte hanno un mercato più o meno importante. Evidentemente se io colleziono e raccolgo tutta una serie di oggetti, accumulo una serie di valori nella fisionomia del patrimonio, che sia esso finanziario o immobiliare, e dunque anche l’arte assume carattere di asset class».

C.D.: Volendo fare un paragone, a quale altra asset class si avvicina maggiormente?

D.F.: «A dire la verità non me ne viene in mente nessuna. Il nostro lavoro è proprio quello, nella gestione del patrimonio dei nostri clienti, di far dialogare ed armonizzare le diverse asset class proprio perché non sono assimilabili tra di loro. Bisogna guardare agli andamenti dei vari mercati. Le dinamiche del mercato dell’arte non sono analoghe a quello finanziario o al mercato immobiliare. E’ ovvio che sono tutte legate le une alle altre, perché il mercato finanziario genera un flusso di ricchezza che può sfociare nell’acquisto di un’opera d’arte, ma non necessariamente è così. Se il mercato finanziario è in sofferenza, ci si butta nell’acquisto di un’opera d’arte perché ritenuta avvicinabile al così detto bene rifugio. Discorsi teorici, perché se non si affronta il tutto con le dovute cautele, si comprano pezzi d’arte a prezzi troppo elevati rispetto alla qualità».

C.D.: E quindi le varie asset class non sono neanche intercambiabili…

D.F.: «No, non sono intercambiabili ma sono integrabili. Possono dialogare, ma non sono sostituibili le une con le altre. Rendono la diversificazione più variabile e, di conseguenza, meno soggetta agli sbalzi ciclici che i mercati attraversano. Diciamo che in questo modo il patrimonio generale del cliente è più solido e coperto in diversi mercati. Bisogna armonizzare le diverse componenti del patrimonio per attutire i rischi dei vari andamenti di ciascun mercato».

C.D.: L’investimento e la passione per l’arte e il collezionismo collidono tra di loro o sono un binomio vincente?

D.F.: «Non devono assolutamente collidere. Comprare arte solo per passione, ma senza tener conto del prezzo è una cosa completamente errata. Può andar bene, ma se l’opera non vale il prezzo che ti offrono o questo è superiore alla cifra che sei disposto a pagare, è comunque un errore. Le due cose devono andare di pari passo».

C.D.: Ha mai avuto dei clienti che hanno acquistato opere solo per investimento?

D.F.: «Ci sono, ma tendenzialmente la politica di Unicredit di fronte a un cliente che dice che “non gli interessa nulla di quello che è artistico , ma lo fa solo per denaro”, è quella di dissuaderlo perché non si può prescindere da un carattere artistico e di passione o di curiosità. Chi compra con questo spirito, si aspetta cose che, magari, l’investimento in arte non riesce a dare. In particolare per quanto riguarda i tempi di ritorno economico: se compro un’azione e il giorno dopo voglio rivenderla, sono libero di farlo. Ma se acquisto un’opera d’arte non posso certo rivenderla poco dopo. Ci sono tempi tecnici e di reazione del mercato».

C.D.: Ci sono delle regole che voi seguite per analizzare il mercato dell’arte in termini di investimento?

D.F.: «Conoscere quello che è il mercato attuale, le dinamiche, gli andamenti, le tendenze. Non si può mai transigere dalla qualità rispetto al nome dell’artista. Ad esempio se compro un Picasso non è detto che per forza sia un investimento. Se il Picasso in questione è un’incisione tirata a 1000 esemplari, probabilmente, dal punto di vista della rivalutazione del prezzo converrebbe di più comprare un’opera di un artista meno importante, ma maggiorente significativa all’interno della sua produzione. La fortuna economica di un’opera passa dalla tecnica, dalla qualità, dal soggetto e dalla sua circolazione sui mercati internazionali. Sono veramente tante le cose che influiscono sul prezzo finale e che lo determinano. Questo è il nostro lavoro e tutti questi aspetti vanno portati ovviamente all’attenzione del cliente».

C.D.: Quando un collezionista acquista per investimento è sempre meglio che acquisti per accrescere la propria collezione o che si concentri su un’opera sola?

D.F.: «L’acquisto di un unico pezzo non è diversificazione dell’investimento è l’acquisto di un’opera, punto e basta. Per diversificare l’investimento è necessario, innanzitutto, un’azione temporale di ampio respiro».

C.D.: In Italia qual è la reazione dei collezionisti nei confronti dell’acquisto d’arte per investimento?

D.F.: «Le dico solo che siamo attivi in questo settore dal 1996. Facciamo ormai quasi vent’anni di attività».

C.D.: Avete solo clienti italiani o anche stranieri?

D.F.: «Soprattutto italiani, ma che hanno poi un profilo internazionale. C’è stata una crescita continua, soprattutto dalla seconda metà del 2008 in poi.  E il trend e di continua crescita, probabilmente perché se ne parla di più, è un fenomeno mediatico e, poi, le persone sono anche più attente a questi aspetti. Abbiamo una richiesta sempre crescente. Ovviamente questo è il mio punto di vista, e non tutte le banche italiane sono uguali, ma per noi e per i nostri clienti questo è ormai un servizio consolidato».

C.D.: Due parole sugli Art Fund in Italia…

D.F.: «Non ci sono. Perché Banca d’Italia non ha mai autorizzato questo strumento come fondo d’investimento. C’è stata un’autorizzazione, ma è stata solo per investitori istituzionali e quindi non ha toccato gli interessi degli investitori privati. Oltretutto anche questo progetto non è mai partito. Tentativi ci sono stati, ma le autorità non hanno mai ritenuto che avessero le caratteristiche per avere l’autorizzazione».

C.D.: Ritiene che sarà difficile che prendano piede in futuro?

D.F.: «Bisognerebbe staccarsi dall’idea che per forza ci debba essere una divisione Italia-estero. Se voglio investire in arte in un fondo, anche se italiano posso comunque farlo anche all’estero. Come in tutti gli altri mercati, in quello finanziario, ad esempio, investono in tutte le borse mondiali».

2 Commenti

  • armellin ha detto:

    Cara Cecilia, UniCredit Group ha una bella sensibilità per l’arte contemporanea, tempo fa alcuni funzionari si sono attivati per mettermi in contatto con il Presidente della loro Collezione : Walter Guadagnini, correva l’anno 2009, in quel periodo la Collezione seguiva altre linee perciò non hanno acquisito la mia.
    Oggi siamo nel 2015 e non é detto che, con i buoni uffici di Domenico Filipponi si possa riproporre il post inserito al pezzo 588 di 2013, del mio Poema visivo (mi scuso per l’autocitazione ma non so come evitarla), metto il link per l’attualità del titolo : Guerra ; pensando quindi ai recenti fatti di Parigi.
    E’ un contributo culturale utile alla discussione, non é pubblicità :
    Lettera aperta a Walter Guadagnini :
    http://armellin.blogspot.it/2009/10/sotto-il-vesuvio-opera.html
    Se ci sarà una risposta farò presente per i lettori, al Direttore di Tiffany. Grazie per l’attenzione. SA

  • cecilia ha detto:

    credo che tutti quanti dovremmo fare una riflessione riguardo al mercato dell’arte. Abbiamo artisti importanti ma ci sono ancora artisti contemporanei che posso essere fruttuosi per il mercato. Comunque nessuno ha l’interesse di mobilitare un nuovo modo di concepire il mercato dando garanzia ai collezioni e sono loro che attivano il mercato investendo. Quante gallerie non hanno dato a suo tempo i diritti di seguito? quante gallerie o artisti hanno venduto le proprie opere a nero? quanti artisti non hanno dichiarato il loro reddito di vendita e quante opere false sono state messe in circolazione truffando i collezionisti? tutti vogliono rimanere nell’anonimato tutti vogliono continuare a gestire solo pochi il mercato e decidere quando un artista può avere valore pilotando il mercato come tutti noi sappiamo bene. Inutile mettersi la benda davanti a gli occhi. non lamentiamoci per quello che stà succedendo e sarebbe tanto semplice attivare un sistema di garanzia al collezionista facendo una trattativa con le case d’asta italiane .
    Tutto questo attiverebbe una maggiore entrata per il paese e utilizzare fondi per le scuole Italiane o progetti culturali veramente darebbe modo di avere una partecipazione maggiore nelle arti fiere Italiane porterebbe un modo di riscattare la vendita delle opere vendute come vere ecc ecc e come sempre ho sostenuto fare una nuova legge delle regole di mercato delle opere Italiane istituendo un registro artisti con la collaborazione del Ministero,della Siae e delle case d’asta Italiane? deve essere fatto a livello nazionale per fare in modo che possa funzionare. provate a meditare di più a dare una garanzia ai collezionisti in questo modo. I famosi e gli storici avranno sempre un mercato ma questo aprirebbe un mercato del tutto nuovo.
    Secondo voi può fare paura?

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