Arte e Fisco: adempimenti e opportunità

Arte e Fisco: Marco Bodo

Marco Bodo

Il rapporto tra arte e fisco, nel nostro paese, è spesso teso. Non di rado capita di leggere dichiarazioni in cui operatori e collezionisti si sentono “minacciati” dai vari strumenti ideati dai nostri governi per contrastare l’evasione e vessati da una pressione fiscale troppo alta rispetto a quella di altri Paesi. Fermo restando che se uno si comporta onestamente non ha niente da temere, è pur vero che, tra Iva e tasse varie, sembra che l’Italia ce la stia mettendo proprio tutta per fermare il nostro mercato. Con Marco Bodo, membro della Commissione per il Diritto dell’Arte di BusinessJus abbiamo cercato di approfondire alcune di queste tematiche per capire meglio come stanno le cose.

Nicola Maggi: “Redditometro”, “spesometro”… I nuovi strumenti anti-evasione introdotti nel nostro Paese sembrano spaventare il collezionismo italiano. Ci spiega come funzionano?

Marco Bodo: «Il redditometro è un sistema di controllo ed accertamento delle frodi fiscali che si sostanzia in uno strumento di accertamento sintetico del reddito, utilizzato dal fisco per effettuare un esame delle manifestazioni di capacità contributiva delle persone fisiche, basato sul principio della proporzionalità tra la spesa e il reddito prodotto. Tale principio viene, di fatto, utilizzato per determinare il reddito attribuibile alla persona fisica, analizzandone il tenore di vita attraverso una più diretta analisi delle manifestazioni di capacità contributiva. Il principio nella sostanza è: “Quanto più riesci a spendere tanto più dovresti guadagnare (o aver guadagnato in passato)”! Per esemplificare al massimo: se un contribuente dichiara 10.000 Euro all’anno, ma ha una macchina di lusso e una collezione di quadri d’autore, il fisco chiede al contribuente come abbia fatto a permettersi tutti quei beni. Ovviamente è sempre ammessa la prova contraria, dimostrando l’origine della propria capacità contributiva».

N.M.: Tutto questo come si riflette sull’attività di un collezionista?

M.B.: «Il possesso di beni di valore storico o artistico e degli oggetti d’arte ha notevole rilievo nell’ambito della determinazione in via sintetica del reddito, in quanto, attraverso il cosiddetto “redditometro”, gli stessi rappresentano un “indice di spesa” tanto più attendibile quanto più è costoso il bene. Pertanto anche l’acquisto di opere d’arte viene “monitorato” ai fini della verifica della capacità di spesa dell’acquirente. Tale fattispecie deve essere in ogni caso dimostrata dal fisco e il contribuente ha la possibilità di giustificare, a sua volta, la spesa mediante la dimostrazione di disinvestimenti patrimoniali, ricevimento di lasciti o eredità, redditi pregressi al periodo in cui è stato effettuato l’acquisto, ecc. Ovviamente è necessario che tutta la documentazione che comprovi questi “giustificativi” sia attentamente conservata ai fini di una eventuale presentazione alle Autorità fiscali in caso di verifica».

N.M.: Nel caso di opere comprate a rate o grazie ad un prestito, come ci si deve comportare?

M.B.: «Anche in caso di acquisto rateale dell’opera è necessario valutare a priori la propria capacità contributiva in relazione all’acquisto effettuato. Qualora l’acquisto rateale sia finanziato dal rilascio di un prestito, infine, è necessario valutare la capacità contributiva per il rimborso di quel prestito ed eventualmente il “peso” delle garanzie prestate per ottenerlo».

N.M.: Sempre per quanto riguarda il tema “arte e tasse”, una legge del 1982, se non erro, dà ai cittadini italiani la possibilità di pagare le imposte dirette e l’imposta sulle successioni mediante la cessione di beni culturali e opere d’arte…

M.B.: «Questa è la classica “buona norma” mai applicata nella sostanza. In altri paesi in Europa è presente da decenni la possibilità di pagare le imposte di successione e, in alcuni casi, anche le imposte dirette mediante la cessione nei confronti dello Stato di opere d’arte, ricevendo in cambio un credito d’imposta con cui onorare i debiti tributari. Nel nostro ordinamento, come giustamente ricordava lei, nel 1982 è stata introdotta questa possibilità dalla Legge 512 (legge Scotti), che però è rimasta per molti anni lettera morta, in quanto prevedeva che i beni artistici da cedere allo Stato per onorare i debiti tributari dovessero essere esaminati da una commissione che è rimasta inattiva per molto tempo. Nel 2010 la commissione ha ripreso i lavori, ma allo stato attuale sono pervenute sul tavolo del Ministero per i beni culturali solo pochissime richieste di offerta di opere d’arte per il pagamento dei tributi, peraltro quasi tutte bocciate. Qualcosa si sta muovendo e recentemente (13 ottobre 2014)  il MIBACT ha comunicato che il Ministro Franceschini ha provveduto a rinominare la commissione deputata a stabilire le condizioni ed il valore di cessione delle opere al fine di poter così onorare i debiti con il fisco del proprietario dell’opera stessa. Rimangono da chiarire ancora numerosi aspetti operativi, però è emersa la volontà di fare un passo avanti nel considerare il mondo dell’arte alla stregua di molte aree di business utili a risollevare le condizioni del nostro paese». [Risposta aggiornata il 29/10/2014]

N.M.: Fin qui le regole”scritte”, ma il nostro ordinamento sembra lasciare qualche spazio di manovra anche ai collezionisti, in particolare quando a collezionare sono le aziende o i liberi professionisti. Come stanno le cose su questo fronte?

M.B.: «Guardi, se mi dedica due giorni le rispondo su tutto… a parte gli scherzi è un tema molto ampio complesso e ancora recentemente dibattuto. La deducibilità dei costi di acquisizione degli oggetti d’arte non ha ancora trovato una soluzione normativa in tema di reddito d’impresa. Ci si trova quindi ad applicare i principi generali previsti per la deducibilità dei costi. Vista la particolare natura dei beni artistici e la loro tendenziale caratteristica di non perdere valore nel tempo, bensì aumentarlo, è evidente come l’acquisto di un’opera d’arte non possa costituire un cespite ammortizzabile. Il Comitato Consultivo per le norme antielusione nel 2005 ha affermato che l’acquisto di una scultura di ingente valore da adibire ad arredo di un immobile non costituisce un bene ammortizzabile e il relativo costo non può essere quindi dedotto. Altra tesi è quella, invece, che considera le spese sostenute per l’acquisto di opere d’arte alla stregua di spese di rappresentanza e, di conseguenza, deducibili con i criteri previsti per tali tipologie di costi. In seguito anche la prassi (Circolare Agenzia delle Entrate 34/2009) ha evidenziato che una spesa di rappresentanza, per considerarsi tale, dovrà possedere finalità tipicamente promozionali, collegate a generare un ritorno economico in capo a chi le sostiene. Di tesi completamente contraria è, invece, il Comitato Consultivo per l’applicazione delle norme anti elusione che arriva alla conclusione che l’acquisto di oggetti d’arte non sia qualificabile come spesa di rappresentanza.

N.M.: E per quanto riguarda i liberi professionisti?

M.B.: «Dal punto di vista del reddito professionale, invece, l’acquisizione di un’opera d’arte è deducibile nei limiti delle spese di rappresentanza previsti per i professionisti, ovvero nel limite dell’ 1% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta. La norma cita proprio testualmente “Sono comprese nelle spese di rappresentanza anche quelle sostenute per l’acquisto o l’importazione di oggetti di arte, di antiquariato o da collezione, anche se utilizzati come beni strumentali per l’esercizio dell’arte o professione, nonché quelle sostenute per l’acquisto o l’importazione di beni destinati ad essere ceduti a titolo gratuito”».

1 Commento

  • Gaetano Morgante ha detto:

    Come sono considerati i proventi percepiti da un collezionista che dovesse alienare le sue opere d’arte? Sono sempre imponibili o solo in alcuni casi?

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