Arte Fiera 2020: la “cura Menegoi” funziona

Il primo aspetto che salta all’occhio di Arte Fiera 2020, giunta alla sua 44° edizione e diretta per il secondo anno consecutivo da Simone Menegoi, è la chiarezza espositiva grazie alla quale anche i visitatori meno specializzati possono con facilità percorrere i due padiglioni contigui, il 18 e il 15, dedicati rispettivamente all’arte moderna e al contemporaneo di ricerca. L’ordine, la pulizia e l’invito alle gallerie a presentare un numero limitato di artisti rendono chiara e piacevole la visita evidenziando la grande cura e l’attenzione rivolta al pubblico da Menegoi.

L’esposizione si suddivide in quattro grandi sezioni: Main Section che ospita 108 gallerie suddivise tra i due padiglioni, Focus (a cura di Laura Cherubini) che pone l’attenzione sulle ricerche artistiche della prima metà del XX secolo e del secondo dopoguerra, Pittura XXI dedicata interamente alla pittura contemporanea (a cura di Davide Ferri) e Fotografia e immagini in movimento firmata dal collettivo Fantom che propone alcune tra le più recenti ricerche nel campo della fotografia e del video.

Netta appare anche la scelta di limitare quasi interamente la proposta a due unici linguaggi artistici, pittura e fotografia e di porre al centro dell’attenzione l’arte italiana (poche infatti sono le gallerie e gli artisti stranieri presenti).

Appena entrati nel padiglione 18, il primo dall’ingresso nord, ci troviamo da subito al cospetto dei grandi maestri del ‘900. Apre il percorso la storica galleria torinese Mazzoleni che presenta le opere di Jannis Kounellis, Alberto Burri, Hans Hartung e Agostino Bonalumi al cui cospetto faticano ad attrarre l’attenzione i lavori dei contemporanei David Reimondo e Andrea Francolino. Biasutti & Biasutti presenta un’interessante selezione di lavori di Carol Rama, artista alla quale il mercato dell’arte sta giustamente riservando le dovute attenzioni. Le opere di Piero Gilardi, Pinot Gallizio e Daniel Spoerri completano la proposta della galleria torinese.

La prima sensazione di stupore e curiosità ce la regala la galleria bolognese Stefano Forni, dove due grandi tavole dipinte ad olio dall’artista napoletano Tommaso Ottieri, ci regalano una visione del Duomo di Milano e della cattedrale di Notre Dame che impressiona per l’uso sapiente del colore nel restituire l’intricato succedersi di luci e dell’oro che squarcia le ombre e il blu della notte. Molto belli anche i dipinti, sempre ad olio, dell’artista spagnolo Alejandro Quincoces, e i bronzi del francese Garel Quentin.

Tommaso Ottieri, Milano, notturno (2019; olio su tavola, 40 x 60 cm)

 

L’artista pescarese Giulia Napoleone è la protagonista dello spazio in cui è presente la galleria fiorentina Il Ponte. Le forme apparentemente di puro effetto geometrico, ripetute come una costante, sono frutto in realtà di un divenire naturale e palesano la sua ricerca interiore rendendo figurata l’essenza enigmatica della dimensione spazio temporale. L’artista interviene sulla carta con inchiostro, acquarello o pastello, evocando luoghi notturni, di meditazione e di sogno che avvolgono l’osservatore e lo conducono nel proprio mondo interiore.

 

Francesca Romana Morelli cura per la galleria Campaiola, la mostra “Dalle sponde del Mediterraneo alla camera magica” facendo dialogare alcune opere di Pino Pascali, tra i grandi protagonisti dell’arte povera, con quelle di Giorgio de Chirico, principale esponente della pittura metafisica. La curatrice conduce lo spettatore a riflettere sui molteplici legami che avvicinano i due artisti, etrambi, come ricorda il titolo della mostra, nati e crescuti sulle sponde del Mediterraneo. Tematiche quali il gioco, l’infanzia, l’attenzione per la natura, il legame e al contempo il distacco dalle tradizioni e dai simboli della cultura, sono raccontate attraverso il fil rouge dell’ironia, componente che si ritrova sia nella produzione di de Chirico quanto in quella di Pascali.

Il padiglione 15, dedicato interamente al contemporaneo, ospita le sezioni (curate e su invito) “Fotografia e immagini in movimento” e “Pittura XXI”.

Giulio Di Sturco, Gangma (2014; stampa fine art su carta Hahnemühle PhotoRag Satin, 100 x 150 cm)

Si distinguno tra le proposte fotografiche la galleria milanese Podbielski Contemporary e la genovese Martini&Ronchetti. Podbielski propone un progetto espositivo che coinvolge gli artisti Massimiliano Gatti, Giulio di Sturco e Yuval Yairi ponendo al centro l’indagine del territorio, abitato, plasmato e devastato dagli uomini. Un viaggio per immagini dai deserti di Israele a quelli dell’Iraq, dalla sorgente del Gange sull’ Himalaya sino al delta nel golfo del Bengala.

Martini&Ronchetti portano, invece, ad Arte Fiera la celebre serie di scatti che documentano la vita dei travestiti e transgender. Immagini celebri in  bianco e nero e altre inedite a colori di Lisetta Carmi, l’artista che tra il 1965 e il 1972 (anno di pubblicazione del suo fotolibro) documentò a Genova la vità e gli aspetti più intimi dei travestiti con i quali l’artista stabilì un’amicizia sincera.

Un’ altra galleria genovese, Guidi&Schoen, punta sulle immagini derivanti dall’utilizzo della tecnologia 3D e sugli scenari fotorealistici ma inesistenti dell’artista Giacomo Costa che riflette su ciò che comunemente angoscia il mondo contemporaneo, i disastri naturali, lo sfruttamento delle risorse, evidenziandone la fragilità e lanciando un monito sulle conseguenze che potrebbero condurre alla totale sparizione della nostra civiltà.

Davvero impressionanti sono i lavori dell’artista belga Rinus Van de Velde esposti dalla galleria Maab. Classe 1983, realizza grandi dipinti in carboncino, stendendo il pigmento interamente a mano. La sua ricerca parte dallo studio delle immagini fotografiche per ricostruire situazioni che mettono in scena se stesso. Le grandi ma dettagliate immagini sono accompagnate da frasi che le contestualizzano e offrono una chiave di lettura a ciò che si osserva.

La White Noise Gallery  di Roma propone I lavori degli artisti Jonathan Vivacqua, Francesco De Prezzo e Nelson Pernisco, tra i più giovani e promettenti presenti ad Arte Fiera. L’attenzione per l’aspetto formale, la ricerca dell’equilibrio tra i singoli elementi, l’utilizzo di materieli poveri  e di recupero accomunano la loro ricerca e il risultato è un’esposizione armonica, quasi ambientale se per un attimo ci si dimenticasse di essere all’inerno di un padiglione della fiera. De Prezzo, leccese nato nel 1994, realizza composizioni utilizzando oggetti semplici e dai colori neutri, teli e aste, sedie e drappi, ricercando delicati equilibri formali che fissa sulla tela in lunghe sedute di copia dal vero. Jonathan Vivacqua (Erba, 1986), utilizza plexiglass, barre di alluminio e ferro dando vita a forme geometriche estremamente lineari e a vere e proprie estensioni spaziali giocando sulla contrapposizione di pieni e vuoti, di luci e ombre. Di Nelson Pernisco (Parigi, 1993) troviamo sculture in alluminio derivanti da erredi urbani che l’artista trasforma in totem e i pannelli della serie “Esperanto” come traccia e conseguenza di un atto performativo: manifesti di propaganda elettorale incendiati con il lancio di bombe molotov.

Lo stand della galleria Poggiali ad Arte Fiera

Fabio Viale e Luca Pignatelli, si distinguono nella galleria Poggiali di Firenze. Un dialogo molto bello si instaura tra la venere italica in marmo bianco e pigmenti di Viale e la tela raffigurante una testa femminile di Pignatelli. Liu Bolin traspare dallo scaffale dei succhi di frutta della galleria veronese Boxart, mentre a Sandy Skoglund è dedicato il solo show di Paci Contemporary. Sergio Ragalzi, Salvatore Astore, Ferdi Giardini, Nicus Lucà, Domenico Borrelli e Paolo Grassino sono invece gli artisti rappresentati dalla fiorente galleria torinese Davide Paludetto.

Circa quattro ore sono passate dal nostro ingresso in fiera ma abbiamo ancora la voglia e il piacere di andare a trovare Alice Zannoni, curatrice indipendente e critica d’arte. Alice è l’ideatrice di Set Up Contemporary Art Fair, nata nel 2013 come evento collaterale di Arte Fiera e ospitata fino al 2017 negli spazi dell’autostazione di Bologna. La ritroviamo proprio lì in quegli stessi spazi che lei non era d’accordo di lasciare quando si incominciò a pensare di trasferire Set up nelle stanze seicentesche di Palazzo Pallavicini.

Alice ha scelto di ricominciare, di ritornare “alle origini”. Il suo nuovo progetto nasce dall’intenzione che ha sempre avuto, creare opportunità per gli artisti emergenti in un momento di mercato importante come quello rappresentato da Arte Fiera. Nonostante tutto “sono ancora qua” vuole rimarcare per predisporre le basi per il cambiamento e a giudicare dal numero e dalla qualità degli artisti che hanno risposto alla chiamata possiamo dire che Alice Zannoni non è mai andata via e rappresenta un punto di riferimento importante per curatori e artisti che le riconoscono la dedizione e l’amore per il suo lavoro proprio come emerge dalle pagine del suo libro “L’arte contemporanea spiegata a mia nonna”. Ma questo è un altro discorso.

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1 Commento

  • Cristiana Curti Luisa Cristiana Curti ha detto:

    Bell’articolo con appunti e segnalazioni davvero non scontati. Grazie.
    Concordo con il giudizio (cautamente?) positivo di quest’edizione: ancora soporifera ma più “pulita” e godibile delle precedenti, che però non erano altro che semplicemente disastrose, mentre non sono molto d’accordo – in genere – con la secca imposizione relativamente al numero di artisti “tollerati” in un solo stand. Sempre e molto di più è importante la qualità dell’offerta in un evento commerciale. In ogni caso da qui a tornare ai fasti del passato purtroppo ci vuole una forte proposizione di intenti. La prima necessità è attirare le gallerie più importanti d’Italia, fuggite in un sol coro, e soprattutto buone rappresentanze straniere, del tutto assenti. La seconda (o forse prima?), a mio modo di vedere, è modificare da parte dell’Amministrazione dell’Ente Fiera la visione di questo appuntamento.
    Al momento Artefiera si colloca in area provinciale/nazionale, di poca risonanza, ma di discreta progettazione. Per la prima volta da sempre anche la vip lounge era gradevole (le proposte gastronomiche non erano male, finalmente) mentre nel percorso espositivo potevi incontrare il banchetto di tigelle e piadine (alla buon’ora! speriamo che sia la fine dei panini da autogrill…).
    Nota dolente: pessimo l’aver spostato l’ingresso alla nefanda entrata Nord, con vista su porchettaro che ti accoglie, cosa di per sé non sgradevole (anzi) ma non consona a chi pretende attirare il gotha del collezionismo almeno italiano; pessima l’area, negletta e appartata con scomodi collegamenti allo storico ingresso di Piazza Costituzione, molto più consono (e provvisto di parcheggio!) del defilato, tristo e introvabile di quest’anno. Vero che si dice che non era disponibile lo spazio consueto perché già occupato e che non si poteva spostare la fiera alla settimana successiva in quanto si sarebbe sovrapposta con quella di Ginevra (come se il pubblico possa mai essere il medesimo, movalà…), vero questo e vero quello, ma la realtà è che la gestione di questa decaduta fiera d’arte non ha il piglio che dovrebbe meritare e non fa onore allo sforzo encomiabile di Simone Menegoi.
    Comunque è un buon ripartire: tenete duro e fra qualche lustro si potrà tornare a dire che Artefiera è la capitana in Italia!
    P.S. la visita era dovuta anche solo per ammirare i Sironi della Sarfatti da Russo…

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