Arte e Finanza: il ruolo dell’Italia tra contraddizioni e primati

Un mercato dell’arte che perde sempre più peso a livello internazionale, tanto che Christie’s e Sotheby’s stanno man mano riducendo il loro impegno nel nostro Paese; una serie di fiere di secondo livello e un ArtFund annunciato e mai partito: Pinacotheca, presentato nel 2008 dalla società di gestione Vegagest (gruppo Carife – Cassa di Risparmio di Ferrara), rimasto in stand by fino a qualche giorno fa e, adesso, in procinto di essere ceduto. A vederla così l’Italia sembra completamente fuori dal gioco per quanto riguarda la nascente Art&Finance Industry, annunciata nel dicembre scorso dagli esperti di Deloitte Luxeburg e ArtTactic nel loro primo rapporto dedicato all’arte come asset class alternativa. Eppure le cose non stanno proprio così. Una volta tanto il nostro paese, forte di un sistema bancario che avrà tanti difetti ma che sa essere anche all’avanguardia, può vantare alcuni primati legati ai suoi principali gruppi: Intesa San Paolo, UniCredit e Monte dei Paschi di Siena.

L’investimento in arte, d’altronde, rende più di quello in azioni, in oro o beni immobiliari. Basta dare uno sguardo agli ultimi dati divulgati dal Mei Moses® Art Index, uno dei punti di riferimento per il confronto tra il mercato dell’arte e quello finanziario. Secondo l’indice elaborato dagli economisti newyorkesi Jianping Mei e Michael Moses e basato su un database, raccolto in più di venti anni, di 30mila transazioni di oggetti venduti in aste pubbliche più di una volta a cui, ogni anno, vengono aggiunte tremila nuove voci, nel 2011 l’arte ha avuto una performance decisamente superiore a quella delle azioni finanziarie. Se l’indice S&P 500, usato nel mercato azionario statunitense come termine di paragone per misurare l’andamento dei titoli, e il FTST All Shares, utilizzato invece nel mercato inglese, sono rimasti sostanzialmente stabili, il Mei Moses® World All Art Index è cresciuto del 10.2%. Dato che conferma, anche se in tono minore, l’ottimo andamento fatto registrare nel 2010 (22.0%). Come se non bastasse il rendimento composto annuo (CAR) dell’arte nell’ultimo decennio è stato del 4.6% e del 7.7% negli ultimi cinque anni mentre, negli stessi lassi di tempo, l’indice S&P 500 ha avuto un rendimento, rispettivamente, dello 0% e del 2.9%.

L'andamento del Mei Moses Art Index nel 2011

L’andamento del Mei Moses Art Index nel 2011

Stringendo il campo e dando uno sguardo al comportamento del mercato italiano, l’ultimo rapporto Nomisma-LUM, presentato ad ArteFiera 2012, mette in evidenza come il segmento dell’arte contemporanea, tra il 1995 e il 2011, abbia avuto un tasso di rendimento medio annuale del 4.65% mentre l’oro si è fermato al 4.06%. Oltre a questo, l’arte contemporanea ha dimostrato anche una buona resistenza alla crisi, restituendo agli investitori-collezionisti un 3.39% all’anno a partire dal 2006, mentre gli immobili hanno avuto un tasso di rendimento annuo del 1.68% e il listino azionario di Piazza Affari del 0.69%.

E’ questo lo scenario nazionale ed internazionale dove sta muovendo i suoi primi passi la Art&Finance Industry. Uno scenario in cui l’Italia si sta muovendo bene ed è presente già dagli anni Novanta, tanto che oggi appare pronta a fare la sua parte per la costituzione della nascitura industria.

Domenico Filipponi - UniCredit

Domenico Filipponi – UniCredit

Il Gruppo UniCredit è stato il primo in Italia (1996) a dotarsi di un servizio di Art Advisory per i suoi clienti del private banking e la sua offerta di consulenze spazia dalla gestione alla protezione dell’asset artistico fino alla sua valorizzazione. «La richiesta dei nostri servizi – commenta Domenico Filipponi, responsabile del servizio – è in costante crescita ed ha avuto una decisa accelerazione negli ultimi anni, in concomitanza con le turbolenze del mercato finanziario. L’arte è sempre più vista come un bene rifugio, uno strumento valido per differenziare, proteggere e mettere al riparo una parte dei propri investimenti». «Per questo –  aggiunge Filipponi –  per il nostro cliente wealth, l’asset “arte” è presente nella maggior parte dei casi. Soddisfare un bisogno di questa fascia di clientela, d’altronde, è necessario anche perché è in costante crescita la richiesta di investire in beni tangibili. Inoltre, in un mercato sempre più competitivo, fornire servizi specialistici anche in ambito artistico può offrire numerosi vantaggi commerciali».  Una posizione che lo accomuna a quella del collega Francesco Velluti, responsabile marketing di Intesa Sanpaolo Private Banking, che nell’offrire questo tipi di servizi vede «sia un’opportunità per fidelizzare il cliente sia uno strumento per allargare la clientela in una fascia estremamente significativa e di forte impatto sociale». «Molti clienti – afferma Velluti – si avvicinano a noi proprio grazie alle opportunità offerte dal nostro servizio di Art Advisory». Un servizio per il quale le richieste sono in costante crescita e che il Gruppo torinese offre, da dieci anni, in forma gratuita ai suoi clienti private avvalendosi, per la parte scientifica,della consulenze di Marina Mojana, per l’arte antica, e di Alberto Fiz per quella moderna e contemporanea, due esperti della società di consulting Eikonos, struttura indipendente dal Gruppo bancario che lavora direttamente per il cliente mettendolo in contatto con gli operatori più qualificati. Una soluzione questa, afferma Velluti, che in «una fase d’incertezza come quella attuale ci permette di rispondere nel migliore dei modi alle problematiche interenti alla formazione di una raccolta d’arte in grado di rivalutarsi nel tempo, così come consente di valutare nel migliore dei modi le opportunità di investimento». «Abbiamo sempre privilegiato il rapporto diretto con i clienti che desiderano avere un abito tagliato su misura – aggiunge – e in tal senso l’arte corrisponde a questa esigenza. Va tenuto conto, infatti, che al di là dell’aspetto specificatamente finanziario, l’arte dà modo di relazionarsi con la sensibilità e il gusto dell’acquirente che ogni volta si trova di fronte ad una scelta che lo coinvolge intimamente». «Molti collezionisti – conclude Velluti – sono cresciuti con Intesa Sanpaolo Private Banking e da noi hanno appreso il modo di rapportarsi correttamente con l’investimento in arte».

Pietro Ripa - Monte dei Paschi di Siena

Pietro Ripa – Monte dei Paschi di Siena

Non si accontenta del solo servizio di Art Advisory, il Gruppo Monte dei Paschi di Siena che, tradizionalmente vicino alla clientela interessata all’arte, tre anni fa ha lanciato un Osservatorio sui Beni Artistici, caso unico sul territorio nazionale, che «esce a cadenza settimanale – spiega Pietro Ripa, dirigente addetto alle Research e Investor Relations – e che mira a verificare se l’arte può essere considerata un bene alternativo di investimento, quali rendimenti offre e se segue le dinamiche che hanno già coinvolto altri settori dell’economia reale». «L’interesse che tale strumento ha suscitato nel tempo – commenta Ripa – oltre che sorprenderci positivamente, dimostra quanto questo mercato possa contare su un numero di “utilizzatori” sempre maggiore e che la commercializzazione del bene artistico non sia più un’attività di “pochi eletti”».  «L’arte – conclude il dirigente MPS – rappresenta un passion investment e non può trascendere il valore emozionale che sa suscitare negli occhi di chi compra. Se è frequente l’investimento diretto in un’opera d’arte, che presuppone la conoscenza di un range di valori di riferimento per il bene acquistato e le prospettive dell’artista, si sta via via facendo strada anche quello indiretto in fondi d’investimento e rivolto anche a chi non ha competenze specifiche in materia». E  proprio sugli Art Fund la posizione dei tre gruppi si fa più cauta se non addirittura critica.

Francesco Velluti - Intesa Sanpaolo

Francesco Velluti – Intesa Sanpaolo

Per Francesco Velluti di Intesa Sanpaolo «l’investimento in arte rappresenta una scelta individuale difficilmente compatibile con gli investment fund. L’arte è un settore che può dare grandi soddisfazioni sotto il profilo finanziario ma va affiancato ad altre forme d’investimento». E se da UniCredit si limitano a dire che nel portafoglio di prodotti per i propri investitori non hanno ancora inserito fondi d’arte, dal Monte dei Paschi ci tengono a manifestare tutta la loro perplessità verso questo strumento: non solo non li hanno inseriti nei pacchetti d’investimento offerti ai clienti ma non offrono neanche consulenze per investire negli Art Investment Fund. «Questi fondi – spiega infatti Pietro Ripa  – hanno il vantaggio di poter diversificare il rischio, essendo completamente diversi dalla natura dei beni finanziari tradizionali. Allo stesso tempo, però, gli svantaggi che ravviso sono la scarsa liquidità, la difficoltà di individuazione di benchmark di riferimento idonei e il potenziale conflitto di interesse che spesso grava in seno al fondo nel momento dell’asset allocation. Nel futuro questi fondi potrebbero davvero svolgere il ruolo di alternativa agli investimenti più tradizionali ma, ad oggi, il loro sviluppo è piuttosto limitato, anche se esistono aree come la Cina che stanno sperimentando un vero e proprio boom di sottoscrizioni».

Se i tre maggiori gruppi bancari italiani hanno le carte in regola per ricoprire un ruolo da protagonisti nella nascente Art&Finance Industry, che dire degli altri componenti del sistema bancario nazionale? Le opinioni dei tre responsabili intervistati vanno in direzione diversa. Per Velluti di Intesa Sanpaolo, anche se il nostro sistema, preso nel suo insieme, è ampiamente evoluto «non sempre viene percepito il significato del patrimonio artistico che, nell’ultimo decennio ha dimostrato di essere, insieme all’immobiliare, la forma di investimento alternativa in grado di dare le maggiori soddisfazioni». Meno pessimista Domenico Filipponi di UniCredit che vede molti margini di crescita in un panorama che, fatti salvi i grandi gruppi, non vede ancora sviluppata un’attività di consulenza strutturata nella maggior parte delle banche più piccole. Decisamente positiva, invece, la visione di Pietro Ripa di MPS per il quale assisteremo ben presto ad un consolidamento dell’art banking, sia dal lato consulenziale con Art Advisor sempre più preparati, che da quello della industrializzazione dei fondi specifici (chiusi, private o hedge) che «sapranno intercettare il consenso della comunità finanziaria e rappresentare validi strumenti di diversificazione». L’unico scoglio che Ripa vede in questo percorso verso la nascita di una vera Art&Finance Industry è «la definizione di opportuni benchmark di riferimento e l’adesione ad una regolamentazione comune; ma su questo fronte – aggiunge il dirigente del gruppo senese – l’Alternative Investment Fund Managers Directive che verrà applicata a partire dal 2013 si muove, almeno al livello comunitario, in tal senso». Uno scoglio, quello individuato da Ripa, al quale in Italia è però necessario aggiungerne un altro: la legge sulla “Tutela delle cose d’interesse artistico o storico” del 1939 che pone sullo scambio di opere d’arte con più di 50 anni la spada di Damocle di una “notifica” da parte dello Stato che, se non ne impedisce apertamente l’esportazione, ne riduce il valore fino al 30%. In altre parole, è quella stessa legge che frena il mercato dell’arte italiano il cui valore, nell’anno record del mercato internazionale (2011), si è dimezzato e che sta alla base del naufragio di Pinacotheca, l’unico fondo chiuso d’investimento in arte di diritto italiano.

 

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