Arte & Finanza: la nascita di una nuova industria

Il rapporto Arte&Finanza di Deloitte Luxemburg e ArtTactic

Il rapporto Arte&Finanza di Deloitte Luxemburg e ArtTactic

Aste, fiere, gallerie e… alta finanza. Se fino ad oggi il mercato dell’arte non si è evoluto oltre la sua struttura storica ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza di un interesse istituzionale per l’arte come investimento alternativo e alla generale riluttanza da parte del mondo del private banking a farsi coinvolgere in qualcosa di “esoterico” come l’arte. Adesso lo scenario sta cambiando e la crescita costante di questo mercato, che nella fascia alta ha dimostrato un’incredibile capacità di reazione alle crisi degli ultimi anni, sta attirando sempre di più l’attenzione del mondo della finanza. Un fenomeno che ha spinto gli esperti di Deloitte e ArtTactic a lanciare il primo Art&Finance Report, pubblicato ufficialmente il 14 dicembre scorso, e a presagire la nascita di una nuova industria.  «La crescita del mercato dell’arte e delle sue infrastrutture negli ultimi 10 anni – commentano gli autori del rapporto – sta alimentando un crescente interesse per l’arte come asset class, il che significa che ora possiamo iniziare a parlare delle prime fasi di un’industria dell’Arte e della Finanza». Una prospettiva avvalorata dai risultati del sondaggio condotto da Deloitte e ArtTactic tra 19 delle principali banche private del mondo – per un totale di 900 manager patrimoniali (private wealth managers) – che ha visto l’83% degli intervistati dichiarare che ci sono argomenti molto forti per includere questi beni tra quelli tradizionalmente inseriti nelle soluzioni finanziarie offerte dalle banche. In primo luogo l’impennata della competitività nel settore bancario e la necessità di trovare sempre nuove idee per dare risposte alle richieste del mercato. Anche se la passione è ancora il motivo principale che sta alla base dell’acquisto d’arte, infatti, il 48% dei 140 Art Advisor intervistati  ha detto che i loro clienti sono principalmente spinti dal ritorno economico dell’investimento in arte. Un’opinione condivisa anche dal 49% dei 48 grandi collezionisti internazionali interpellati nel sondaggio, un 39% dei quali ha ammesso anche che guarda all’arte come ad uno degli elementi fondamentali della propria  strategia di diversificazione del portfolio d’investimenti.

I dati dell’ Art&Finance Report, d’altronde, parlano chiaro: tra il 2000 e il 2011 il mercato dell’arte ha superato l’indice S&P 500, usato nel mercato azionario statunitense come termine di paragone per misurare l’andamento dei titoli. A differenza di altri settori economici, inoltre, quello dell’arte è uscito nel 2010 dalla crisi del 2008/2009 e il 2011 è stato un anno di crescita ulteriore. E questo è evidente, in particolare, nel mercato di arte contemporanea statunitense e europeo passato dai 254 milioni di dollari del 2000 ai 2,1 miliardi del 2011; ma anche nel costituirsi di un nuovo ordine globale che, come per altri settori, vede oggi la Cina al secondo posto in questo mercato con il 23% delle transazioni globali, e al primo posto in termini di fatturato per le aste di belle arti. In netta espansione, inoltre, il mondo delle fiere d’arte e delle transazioni online. Tutto ciò ha resto l’arte – in particolare nella fascia alta del mercato – un bene estremamente attraente per gli investitori che, in un momento di crisi economica come quello attuale, sono alla costante ricerca di beni tangibili in cui investire.

La reporter del Wall Street Journal, Kelly Crow, modera una discussione sugli  Art Funds

La reporter del Wall Street Journal, Kelly Crow, modera una discussione sugli Art Funds

Un interesse, quello per l’arte come asset class, confermato dalla grande crescita registrata nel 2011, a livello mondiale, dei fondi d’investimento legati a questo settore  il cui valore, in un anno, è passato da 760 a 960 milioni di dollari e che, negli ultimi tre mesi del 2011 ha visto il lancio di 8 nuovi fondi. Una crescita guidata, tanto per cambiare, dalla Cina dove il mercato degli Art Fund e degli investimenti in arte ha raggiunto nel 2011 un valore di 320 milioni. Un fenomeno ormai globale che vede tra i suoi protagonisti anche l’America Latina dove i due fondi esistenti – Artemundi e Brazilian Golden Art Fund – hanno raggiunto, in tre anni (2009-2011), quota 100 milioni di dollari.

Queste le basi da cui sta prendendo forma la nuova Art&Finance Industry annunciata da Deloitte e ArtTactic. Una proto-industria i cui primi germogli consistono nella nascita, tra il 2010 e il 2011, di tre nuove compagnie specializzate in investimenti in arte – Art Assure e Montage Finance negli Stati Uniti e PlatinumArt Funding in Europa – ma anche nell’avvicinamento a questo mondo da parte di banche tradizionali, sempre più interessate a offrire finanziamenti legati all’arte. E già si stanno costituendo le prime associazioni di categoria con l’obiettivo di porre degli standard, di promuovere best practice e favorire la condivisione delle conoscenze. Nel 2009, negli Usa, è nata la Art Fund Association, mentre a New York si è recentemente costituito l’Art Investment Council.

«Il mercato Art & Finance è ancora nella sua infanzia – mettono però in guardia da Deloitte e ArtTactic – e un certo numero di aree devono essere affrontate per lo sviluppo dell’industria». In primo luogo quelle della valutazione del settore e del rischio. Attualmente, infatti, manca un sistema di benchmarking condiviso universalmente dal mercato dell’arte, ossia una metodologia basata sul confronto sistematico che permette alle aziende che lo applicano di compararsi con le migliori e anche il panorama degli indici di mercato è estremamente frammentato e questo si porta dietro una grande incertezza nella valutazione del rischio. «Sebbene la volatilità dei prezzi (rischio) sia stata ampiamente misurata utilizzando molte metodologie di indicizzazione – spiegano gli autori del “Art&Finance Report” – il rischio di liquidità è spesso ignorato o trascurato negli studi di mercato». «Il rischio più grande in un investimento in arte non è che il prezzo possa cadere – aggiungono – ma che non esista affatto un mercato per le opere d’arte. Ciò è particolarmente rilevante quando si fanno indagini sul mercato dell’arte contemporanea, in cui la moda gioca spesso un ruolo importante. Ma può valere per il mercato dell’arte in generale, soprattutto in tempi di crisi. La comprensione del rischio di liquidità è particolarmente importante quando si usa l’arte come garanzia per un prestito e per decidere l’appropriato rapporto prestito-valore».

Dow Jones

Dow Jones

Tutta da costruire, inoltre, l’attività di due-diligence, ossia di quell’insieme di indagini svolte dall’investitore per giungere ad una valutazione finale sui rischi di un eventuale fallimento dell’operazione e delle sue potenzialità future. «Mentre in altri settori alternativi di investimento – si legge ancora nel rapporto – la due-diligence è molto rilevante nel track record del team che gestisce il fondo, molti fondi d’investimento in arte vengono immessi sul mercato senza informazioni sulle sue performance passate, e questo rende molto difficile valutare la  vitalità e le potenzialità dello stesso».  E questo ne pregiudica, fin dall’inizio, il successo. Ad oggi, solo due fondi – il Fine Art Fund e Art Collectors – hanno un’analisi della performance passata a sei/sette anni da cui emerge la loro capacità di resistenza alla crisi del 2008. Perché la nascente industria Art&Finance possa svilupparsi in modo adeguato è quindi necessario che vengano sviluppati dei modelli di best practice basato sull’esperienza dei più affermati fondi d’arte.

«Il settore dei fondi d’arte è in crescita e sta iniziando a stabilire un track record, che aiuterà i fondi futuri. – concludono gli autori del rapporto tracciando un primo bilancio della situazione e suggerendo alcune linee guida per il futuro – Come si muove più capitale nel mercato dell’arte, negli ultimi due anni è in aumento anche la necessità di servizi finanziari. Anche le Borse sull’arte, l’equivalente di un mercato azionario, sono diventate una realtà. La cosa interessante è che nessuna di queste attività legate alla finanza ha avuto origine nel settore della gestione patrimoniale, e questo è la causa di uno dei problemi che oggi ci sono. Mentre il mercato dell’arte abbraccia nuove idee e strutture di investimento, i gestori patrimoniali sono meno disposti ad abbracciare l’arte. Sembra che in questa prima evoluzione del mercato artistico-finanziario, il mercato dell’arte abbia in qualche modo sviluppato una serie di prodotti relativamente complessi senza spendere tempo e risorse sufficienti a educare i potenziali utenti. Crediamo fermamente che questo è dove il focus deve essere incanalato negli anni a venire». Una necessità sentita, in primis, proprio dagli addetti ai lavori. L’87% dei private wealth manager intervistati, infatti, desidera avere più informazioni ed una formazione più approfondita sul mercato dell’arte e sugli investimenti ad esso correlati. E in questo progetto di formazione gli ArtAdvisor potranno certo giocare un ruolo di primo piano. Solo in questo modo, chiariscono infine da DeloitteArtTactic, sarà possibile cogliere l’opportunità che il mercato globale dell’arte sta offrendo al mondo della finanza, cioè fare dell’arte una concreta asset class alternativa.

NOTA PER IL LETTORE: questa intervista era già apparsa qualche mese fa sulla rivista ArsKey che ha chiuso i battenti a giugno. Per la sua attualità e la sua contiguità con il tema del mio blog ho pensato di riproporla. Per questo è salvata anche nella apposita categoria “Reprints” nella quale ripubblicherò alcuni dei miei ultimi articoli scritti per ArsKey e, altrimenti, introvabili.

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