Arte in replica. Lo squalo “appassito” di Damien Hirst

La copertina del disco di Drake pubblicato lo scorso 3 settembre, Certified Lover Boy, è stata disegnata da Damien Hirst, che ha citato se stesso riprendendo i propri Spots, i pallini colorati su fondo bianco, trasformandoli nei pancioni di dodici donne incinte rese graficamente come fossero emoticon di WhatsApp.

Un altro exploit per l’artista inglese, che sfrutta l’hype [1] del nuovo disco del cantante più in vista al mondo per farsi notare. O forse è il contrario, ed è Drake che sfrutta la celebrità ormai globale di Hirst per dimostrare di non fare solo canzoncine vagamente R’n’B ma di essere un vero intellettuale. Chissà, le alchimie dietro certe operazioni sono oscure per noi comuni mortali [2].

Damien Hirst è stato uno dei primi artisti a sposare i concetti chiave del marketing contemporaneo a partire dal branding, ovvero la capacità di caratterizzare ogni “prodotto” in modo che esso sia fortemente riconoscibile e desiderabile.

Nel 2005 fece parlare di sé in riferimento a uno squalo tigre di quattro metri, non perché questo gli avesse sbranato una gamba mentre surfava al largo della costa australiana, ma in quanto sua opera d’arte con un valore commerciale di 12 milioni di dollari. Si trattava di una delle opere più celebri della serie Natural History realizzata da Hirst nel lontano 1991, quando era poco famoso e il fenomeno Young British Artist doveva ancora esplodere: animali di varia specie conservati dentro teche di vetro immersi in formaldeide, come fossero oggetti di studio di un museo di scienze naturali.

L’opera era stata originariamente commissionata da Charles Saatchi, il celebre gallerista londinese che fu primo mecenate di Hirst e del giovane gruppo di artisti provenienti dal Goldsmith College della capitale britannica, per appena cinquantamila sterline.

Hirst aveva ordinato via posta la cattura dell’esemplare di pescecane che gli era stato spedito conservato sotto ghiaccio direttamente da alcuni pescatori australiani in cambio di 6 mila dollari.

Recapitatogli a Londra, Hirst aveva provveduto a metterlo sotto formaldeide, una sostanza comunemente usata nella tassidermia per le sue proprietà biocide, che non si limita ad avvolgere l’animale come uno scudo ma che reagisce con alcune componenti dei tessuti, provocandone l’indurimento ed un effetto plastificato.

Il risultato fu un’opera spaventosa, temibile, impressionante, una riflessione sulla morte dal titolo vagamente somigliante a quello di un trattato filosofico: The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living.

Nel 2005, data la rottura tra Hirst e il suo primo finanziatore Saatchi, l’opera venne messa in vendita per la cifra multimilionaria detta sopra, record per un artista vivente e shock per il mercato dell’arte contemporanea.

Il problema, però, era che l’opera era diventata quasi impresentabile: la formaldeide non aveva impedito che il naturale processo di decomposizione modificasse significativamente l’apparire dell’animale, che si intristì come un fiore appassito, assumendo una colorazione verdognola e rilasciando sostanze che intorbidirono il contenuto della teca rendendolo quasi inintelligibile dall’esterno.

Dopo diversi tentativi falliti di restauro, la sostituzione dell’animale con uno nuovo sembrava l’unica soluzione percorribile. Del resto, Hirst non poneva nessuna contrarietà ad una tale evenienza come neppure Larry Gagosian, il mercante d’arte che aveva il compito di portare a termine la vendita e che con un esempio piuttosto calzante rimise la palla al centro: se una delle lampade fluorescenti che compongono le belle installazioni di Dan Flavin si brucia, sostituirla con una nuova non modifica minimamente il senso e il valore dell’installazione stessa.

Di fatto, Hirst e Gagosian avevano espresso, con la sicumera che li caratterizza, il proprio punto di vista riguardo uno dei più annosi problemi dell’arte, ovvero quello della replica e della sostituzione.

Nell’arte contemporanea, che spesso utilizza materiali che naturalmente tenderanno a un degrado più o meno lento e più o meno controllato, considerare la sostituzione periodica di certe componenti dell’opera, se non dell’opera nella sua totalità, può a volte diventare una prassi. Alcuni artisti, anzi, pongono ciò come conditio sine qua non per la corretta conservazione del proprio lavoro.

Nell’ottobre del 2007, la Tate Modern ospitò un convegno dal titolo Inherent Vice: The Replica and its Implications in Modern Sculpture Workshop, nel quale si proponeva una riflessione sulla mutazione del concetto di unicità in riferimento alla scultura, sottolineando come nella moderna collezione museale, visto il fine più pedagogico che celebrativo del museo contemporaneo, il valore del piéce unique non sia poi così rilevante. Le opere originali di Naum Gabo, eseguite utilizzando sperimentalmente la celluloide, materiale estremamente degradabile che ne ha portato alla precoce dissoluzione, possono essere replicate a fini divulgativi anche utilizzando materiali sostitutivi, perché in questo tipo di opere ciò che conta è il progetto più che la materia in sé.

Un contributo del convegno riguardava anche lo squalo di Hirst, che nel frattempo era stato sostituito e finalmente venduto per la cifra monstre già citata.

Petra Lange-Bernd concludeva il suo intervento con una riflessione che proponeva un punto di vista molto più aperto: ”Se lo squalo non venisse sostituito, l’opera d’arte, nel senso di Damien Hirst, morirebbe, anche se si potrebbe sostenere che a questo punto sarebbe liberata [dal senso attribuitogli dall’artista] per altri usi e significati. Qualcuno potrebbe porsi la domanda: ‘a che punto non sarebbe più sensato realizzare una replica?’”.

 

[1] Termine inglese ormai d’utilizzo comune anche in Italia il quale indica la crescente e spasmodica attesa per l’uscita di un nuovo prodotto, in genere un videogioco, un disco musicale o un film.

[2] Ma la collaborazione tra musicisti e artisti visuali non è di certo una novità: anche il rivale diretto di Drake, Kanye West, può vantare la firma di Murakami per la copertina di un proprio album, e se dovessimo ricostruire una genealogia arriveremmo al primo mitologico disco dei Velvet Underground, quello della banana disegnata da Andy Warhol che di quel disco fu anche produttore.