Artisti contemporanei: tra mode e creatività

Gli artisti contemporanei sono ancora i protagonisti del mondo dell’arte? La logica vorrebbe di sì. E come potrebbe essere il contrario? Il sistema (o mondo) dell’arte, senza di loro e senza le opere d’arte non esisterebbe. A guardar bene, però, la realtà sembra essere un po’ più sfumata e questo essere “protagonisti”, molto spesso, corrisponde ad essere un po’ “schiavi” delle dinamiche che abbiamo analizzato negli altri articoli dedicati al Sistema dell’Arte Contemporanea: il mercato e le sue “mode”, il moltiplicarsi degli eventi, i curatori e via dicendo. Una serie di fattori che si vanno ad aggiungere alla già infinita gamma di variabili che influenza la carriera artistica: da quelle geografiche (dove lavora un artista) a quelle legate alla sua personalità, passando per le gallerie che lo appoggiano e lo stato di salute del sistema nazionale di appartenenza (gli artisti italiani sanno bene di cosa parlo).

Tutto queste cose messe insieme fanno sì che l’artista, lungo tutta la sua carriera, sia come stretto in una morsa da cui, di fatto, riescono a sfuggire solo quelli ormai arrivati nell’Olimpo del Sistema dell’arte: i cosiddetti “artisti di brand”, che possono godere di un’autonomia quasi assoluta, come ci ha insegnato il caso di Damien Hirst che, addirittura, ha bypassato l’intero sistema vendendo personalmente all’asta i suoi lavori (era il settembre 2008). E gli altri? Ammesso che riescano ad entrare, e a rimanere, all’interno del Sistema si trovano a fare i conti una realtà decisamente meno rosea.

Damien Hirst attorniato dai giornalisti dopo l'asta da Sotheby's nel settembre del 2008, che ha totalizzato ben 111 milioni di sterline.

Damien Hirst attorniato dai giornalisti dopo l’asta da Sotheby’s  che, nel settembre del 2008, ha totalizzato ben 111 milioni di sterline.

 

I diktat del mercato

 

Come in ogni mercato, anche in quello dell’arte è la domanda a dettar legge. In questo caso specifico quella dei grandi collezionisti internazionali che, unitamente alle gallerie di brand, dettano i gusti del mercato dell’arte. Questo crea un condizionamento inevitabile sull’offerta, in particolare su quella di molte gallerie tradizionali che, cercando di cavalcare l’onda del momento, propongono artisti in linea con quello che va di moda nelle fasce alte del mercato. Basta fare un giro in una qualsiasi fiera d’arte per rendersene conto: il livello di omologazione è altissimo. Una situazione, in fondo, non dissimile da quella che caratterizza il mondo della musica: una band ha successo e subito ne nascono centinaia fatte a sua immagine e somiglianza. E’ una delle storture che nascono dall’avvalorarsi sempre di più dell’equazione valore economico=valore artistico. Ovviamente, quello dell’artista epigono è un successo effimero, limitato ad una determinata stagione. Alle fine è destinato a restare solo “l’originale” e questo un buon collezionista lo sa. Tutto ciò, indipendentemente dal fatto che “l’originale” entri poi a far parte, col tempo, della storia dell’Arte con la “A” maiuscola. Sempre in fatto di “gusti” pilotati, non va dimenticato l’effetto premio. Date un’occhiata a cosa succede dopo l’aggiudicazione di premi importanti come il Turner Prize: il mercato si riempie di opere che, in qualche modo, si avvicinano allo stile del vincitore. Tutto ciò, capite bene, condiziona il lavoro dell’artista in cerca di “rapido” successo: il mercato chiede una cosa e lui cerca di dargliela. E’ da questo approccio che proliferano gli artisti che ripetono in maniera superficiale, e senza elaborazione autonoma, le idee o i modi di un predecessore importante.

 

Un particolare dell'opera Wantee, di Laure Prouvost, vincitrice dell'edizione 2013 del Turner Prize.

Un particolare dell’opera Wantee di Laure Prouvost, vincitrice dell'[glossary_exclude]edizione[/glossary_exclude] 2013 del Turner Prize.

Lo stress da fiera

 

Negli ultimi decenni, le fiere d’arte come le biennali si sono moltiplicate in tutto il mondo e, molto spesso, si tengono tutte in un lasso di tempo estremamente ristretto. Questo fa sì che gli artisti siano messi sotto pressione dai propri galleristi affinché producano opere nuove da proporre in ogni evento. La creatività, in linea di massima, però, ha tempi diversi da quelli dettati, ancora una volta, dal mercato e questo può portare solo ad una cosa: la ripetizione a scapito della qualità e della ricerca. Anche in questo caso il parallelo con il mondo della musica è, a mio avviso, calzante: quando una giovane band di successo ottiene un contratto con una casa discografica, accetta, normalmente, di produrre un determinato numero di album in un periodo ristretto di tempo e questo, salvo rari casi, porta ad una serie di dischi molto simili con il rischio, conseguente, di perdere molto del consenso ottenuto dopo il lancio.

 

I sogni dei curatori

 

Se le fiere si sono moltiplicate, i curatori sono cresciuti in maniera esponenziale negli ultimi anni. Ovviamente c’è curatore e curatore, ma quelli veramente bravi, in grado di rispettare il lavoro dell’artista sono molto pochi. La “fame” di esporre e di far conoscere il proprio lavoro, d’altronde, è alta nel mondo dell’arte, e non sono molti gli artisti che possono permettersi di rifiutare un’offerta dal curatore di turno anche se molto spesso questo li costringe a sottostare a progetti discutibili e che poco hanno a che fare con la propria ricerca. Indicativa, a tal proposito, l’affermazione dell’artista americano John Baldessari contenuta nel libro The Next Documenta Should Be Curated by an Artist di Jens Hofmann: «I Curatori apparentemente vogliono essere artisti. Gli architetti vogliono essere artisti. Non so se questa è una tendenza malsana o meno.

Quello che mi disturba è una tendenza crescente, per gli artisti, ad essere utilizzati come materiali artistici, come la pittura, la tela, ecc.». «Mi trovo a disagio – prosegue Baldessari – ad essere utilizzato come ingrediente per la ricetta di una mostra; per illustrare la tesi di un curatore. Estremizzando la logica di questo punto di vista, sarebbe come se fossi incluso in una mostra dal titolo “Artisti più alti di 2 metri”, dal momento che io sono alto 2,04 metri. Questo ha qualcosa a che fare con il lavoro che faccio? E’ limare i bordi dell’arte per adattarla ad una ricetta».

 

Una centralità periferica

 

Lo stato di cose appena descritto fa sì che la centralità dell’artista sia, in molti casi, apparente. Molti di coloro che intraprendono la carriera artistica si trovano davanti ad un bivio “o bere o affogare”. E la maggior parte preferisce “bere”. Sbagliato? Dipende, non sta certo a me dirlo. Una cosa è sicura, però, questa situazione, più o meno, è sempre esistita nel mondo dell’arte, ma si è fortemente accentuata negli ultimi decenni come conseguenza del fatto che curatori e mercato hanno sostanzialmente usurpato il ruolo della critica nel dichiarare cosa deve essere considerato meritevole, importante e potenzialmente storicizzabile. E in questo il collezionista ha una grande responsabilità sulle sue spalle: seguire il proprio istinto e non guardare alle mode del momento è certamente un ottimo antidoto a questo stato di cose. E per quanto il mercato possa influenzare, in prospettiva futura, la stessa storia dell’arte, il tempo è l’unico critico che non può essere spodestato. La dimostrazione sta nel fatto che se chiedete a 10 galleristi diversi chi sono i più grandi artisti contemporanei, nessuno di essi vi darà la stessa risposta e molte di queste saranno condizionate dai record del mercato. Di fatto, per individuare gli artisti degni di entrare nella storia, vale ancora oggi quanto diceva Walter Sickert agli inizi del XX secolo: «Probabilmente l’importanza che dobbiamo attribuire ai risultati di un artista o di un gruppo di artisti può essere correttamente misurata dalla risposta alla seguente domanda: Hanno realizzato cose tali che sarà impossibile d’ora in poi, per quelli che li seguiranno, comportarsi come se essi non fossero esistiti?».

 

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