Aste internazionali: in tre mesi perso il 40% del fatturato

Un momento dell'aste di Impressionist & Modern di Christie's a Londra a Febbraio 2020. Courtesy: Christie’s.

Dopo un 2019 che si era chiuso, per il mercato globale delle aste d’arte, con un -17% rispetto al 2018, il primo trimestre del 2020 fa registrare uno vero e proprio crollo nei fatturati delle principali case d’asta. Il totale delle vendite di Christie’s, Sotheby’s e Phillips, da gennaio a marzo, è infatti crollato del 40%, passando dai 1.4 miliardi di dollari dello stesso periodo del 2019 agli 800 milioni di quest’anno. Il più basso dal 2007.

Il dato, divulgato in questi giorni dal nuovo Report pubblicato dalla società di analisi londinese Pi-eX, può forse non meravigliare. Che la pademia stesse avendo un impatto disastroso sul mercato dell’arte era d’altronde immaginabile. Ma quello che suggerisce, nella sua analisi, il Rapporto di Pi-Ex mette in luce alcuni aspetti che l’emergenza Covid-19 rischiava di lasciare nell’ombra.

Secondo gli autori del Report, se l’arrivo del Covid-19 e il conseguente lockdown hanno certamente contribuito a far vacillare la fiducia nel mercato tra i collezionisti, il calo delle entrate non può essere attribuito solo alla chiusura delle aste in Europa e negli Stati Uniti perché di fatto, stava già avvenendo prima della metà marzo.

In particolare, il tracollo registrato tra gennaio e marzo sarebbe stato guidato dagli scarsi risultati delle aste londinesi di Impressionist & Modern e di Post-War & Contemporary art di febbario (prima del Covid-19) e dalla riprogrammazione delle aste di Hong Kong, slittate da marzo ad aprile. Tutte le altre principali aste del primo trimestre, però, sono state cancellate solo a partire dal 19 marzo e, dicono gli analisti di Pi-eX, il Covid-19 può essere ritenuto responsabile solo di quanto accaduto, in termini di fatturato, nelle ultime due settimane del primo trimestre.

Il fatturato delle principali aste battute negli Stati Uniti da gennaio a marzo è passato dai 360 milioni di dollari del 2019 ai 243 milioni del 2020, segnando un calo totale del -32%. Situazione analoga anche per il Regno Unito che ha visto un calo del -27% con i fatturati passati dagli 800 milioni di dollari del 2019 ai 590 milioni dei primi tre mesi del 2020.

Ancora più grave la situazione in Francia, dove le vendite sono crollate addirittura del -93%, passando dai 57 milioni di dollari del 2019 agli appena 4 di quest’anno. Un tracollo in questo caso, però, dovuto proprio alla pandemia, considerando che le principali aste francesi si tengono abitualmente alla fine di marzo e che, causa Covid-19, quelle di quest’anno sono state tutte cancellate.

Non è attribuibile al Covid19, invece, l’assenza di entrate dalla Cina – anche se il Paese è stato il primo a chiudere – poiché le principali vendite di Hong Kong di quest’anno erano già state programmate per il secondo trimestre 2020.

Sembra proprio, quindi, che la pandemia non abbia molte responsabilità sulle scarse performance delle aste che si sono tenute nel primo trimestre 2020. Considerato anche che da gennaio a marzo erano in programma 94 vendite: calendario più “esiguo” di quello del 2019 (-25%), ma in il linea con il numero di eventi del 2018 e del 2017.

Detto questo, tutte le aste previste nei primi due mesi dell’anno si sono tenute regolarmente sia a New York, che a Londra e Parigi. Solo da metà marzo infatti i governi hanno iniziato a chiere alle case d’asta di chiudere le loro porte. Complessivamente nelle ultime due settimane di marzo sono state 15 le aste rimandate o convertite in vendite online.

Interessante, peraltro, quest’ultimo aspetto. Nelle settimane passate, infatti, si è molto parlato del ruolo dell’online nella tenuta del mercato delle aste, ma i dati ci mostrano una situazione un po’ diversa da quella raccontata dai vari uffici comunicazione.

Il Rapporto Pi-eX mette in evidenza, ad esempio, come nelle ultime due settimane le vendite online abbiano rappresentato il 46% delle aste in programma, ma solo il 6% del fatturato. Cosa che non meraviglia, considerato che in rete è molto difficile che passino opere milionarie. Peccato che il Rapporto non faccia luce sulle private sales dove, con molta probabilità, vengono oggi scambiate le opere di maggior valore in attesa delle aste di giugno e luglio.

Tornando al primo trimestre 2020, la causa dei risultati deludenti deve essere ricercata, allora, nelle principali aste di arte del XX secolo che, in genere,  sono  una delle principali fonti di entrate, ma i risultati di quest’anno sono stati deludenti rispetto a quelli del 2019 e del 2018. Le aste di arte impressionista e di arte contemporanea di Londra hanno realizzato 443 milioni di dollari, segnando un calo di 300 milioni rispetto al fatturato di 743 milioni del 2019, per non parlare della differenza, ancor più marcata, rispetto al miliardo realizzato nel 2018.